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RACCONTI DI PIETROBURGO

Nikolaj Gogol’

nella traduzione di Tommaso Landolfi

Einaudi

 

«L’assessore di collegio Kovalev si svegliò abbastanza per tempo e fece colle labbra brr…!, il che faceva sempre al suo risveglio, sebbene egli stesso non avrebbe saputo spegare perché. Si stiracchiò, chiese un piccolo specchio che era sulla tavola. Voleva dare un’occhiata a un foruncolo che gli era spuntato sul naso la sera innanzi; ma con sua somma meraviglia vide che, invece del naso, ci aveva una superficie perfettamente liscia! (…) non c’era che dire, di naso neppur l’ombra»

A costo di rischiare una tremenda figura critico-letteraria, la suggestione di questi pochi racconti, solidi e minuziosi quanto lunari e remoti, mi lascia associare liberamente a Kafka, a quella capacità d’imprimere ad una semplice logica fiabesca il movimento deprimente e squallido di personaggi terribilmente reali, decadenti, calati in atmosfere spettrali e quasi gotiche. C’è, almeno io ce la vedo, un’ironia di fondo che incarna un certo disprezzo irrisorio per queste figure tragiche, piuttosto che una reale commiserazione o angoscia per la loro penosa esistenza.

 

Pablito

 

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