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CENERINA
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Voilà. Ho ancora 13 minuti. Solo 13. Sono dovuta scappare via. Dalla folla, dal rumore, dalla musica assordante, dai corpi appiccicati, talmente appiccicati che ne percepivo il calore a pelle sulla mia di pelle, nuda; fuggire dagli occhi che frugavano, da altri che indagavano, da altri ancora che sorridevano solo per trovare un sostegno, timidi: da bocche lucide, tirate a nuovo, da altre storte da un ghigno di invidia, da altre ancora voluttuose e ladre, da altre che sapevano di nicotina e di alcool e da altre ancora che sorridevano e cantavano; da odori di pelle sudata e di profumo stantio, da abiti ricercati e da altri messì lì a caso. Scappare. Ho guardato l'ora. Cenerina, Cenerina. Mi sono guardata i vestiti, belli e profumati solo poche ore prima, ora stropicciati e intrisi degli odori del posto. Mi sono stropicciata gli occhi per guardare meglio le lancette e mi è rimasta la matita nera sui polpastrelli. Ho guardato ancora l'ora. Ancora una. Sì, posso averla. Posso prendermene ancora una, una sola, mi sono detta. Salgo lì sopra, chiudo gli occhi, apro la voce. Poi riapro gli occhi e li guardo, che sentono con gli occhi e vedono con le orecchie. Due minuti scarsi e finisce tutto in un piccolo silenzio poco prima del ripetersi della confusione e della musica che si riprende il suo posto. Riguardo l'ora e le mie scarpette di cristallo e i miei piedi in trasparenza, le dita che si muovono nervose. Non vorrei andare davvero. Vorrei stare, vorrei guardare ancora, vorrei sentire ancora, vorrei respirare ancora tutto questo quadro colorato e confuso. Ma devo. Stringo mani, abbraccio, sorrido, faccio gesti perchè tanto non ci si sente. A domani, mimo con le mani e accompagno con le labbra, soffiando baci con le mani. E sono fuori. Eccola lì la mia zuccataxi. Splendente e tra poco, se non mi muovo, ritornerà ad essere quello che è e mi lascerà a piedi. Salgo in un baleno e voliamo via. Guardo l'ora, ancora. Tempo, granelli che si inseguono e si perdono nella notte. Ancora pochi minuti. Eccomi, sono sulla porta e giusto il tempo di infilare la chiave che il tempo si esaurisce e mi risputa fuori. Niente più zuccataxi, niente più scarpette di cristallo, niente abiti di luce. Guardo il cielo nero e stellato e sento tutto il freddo pungente della notte. La respiro, forte. Mezzanotte, nè giorno nè notte. Entro e mi aspetta una luce morbida, un sorriso morbido e dolce, due braccia calde e confortanti. Due labbra senza ghigno, senza inganni, due occhi puliti, una pelle profumata. Un viso che è luce. E tutto diventa più morbido di prima e si trasforma rapidamente in un movimento veloce e lento, veloce e lento. E la stanza prende a girare e la mia voce a cantare, solo per quegli occhi, quelle labbra, quelle braccia. E vedo occhi che guardano e orecchie che ascoltano. Non sentono solamente, ma ascoltano; non osservano per rubare, ma guardano solo. Mi osservo e indosso di nuovo le scarpette di cristallo, gli abiti puliti e profumati e ho lo sguardo di Cenerina. Sì, il mio. E ho tutto quello che posso chiedere ad una notte che non è più e a un giorno che non è ancora.