ROMA TERMINALE
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Capitolo I
E’ un buio profondo là fuori.
Niente luce, niente rumori.
Solo la pioggia che cade. Un silenzio rotto solo dallo scrosciare interminabile dell’acqua.
Così da una settimana.
Niente luce, niente rumori, niente di niente.
Forse sto ancora dormendo. Deve essere così. Non mi sono mai svegliato e sogno di un sogno che sognavo da piccolo.
Un incubo. Ha preso forma dai miei ricordi e si è intrufolato nella mia mente.
Guardo ancora fuori, ma niente cambia eppure niente è uguale all’ultima volta.
Dov’ero l’ultima volta? Chiudo gli occhi e mi sforzo di ricordare, ma non c’è nulla.
Mi guardo i polsi e le cicatrici sono lì, testimoni mute anche loro. Passo nervosamente una mano fra i capelli, poi sugli occhi, infine sul viso, quasi a cercarmi, come un non vedente che cerca di leggere il volto delle persone per conoscerle, per vederle.
Non mi riconosco.
Mi guardo intorno per l’ennesima volta in quella settimana.
La stanza è spoglia. Un letto sfatto, una lampada rovesciata. Niente specchi, niente abiti, un bagno che avrebbe bisogno di una pulita, un frigobar inesorabilmente vuoto.
La sedia è ancora incastrata sotto la maniglia della porta. E’ un tentativo ridicolo di difesa, ma è l’unico contro quelle “cose”, là fuori, che potrebbero tornare. Presto.
Sulla scrivania un portatile e un libro.
I primi oggetti che ho visto al risveglio.
So già che cosa c’è scritto sul libro, ho guardato la copertina ma non ho voluto aprilo.
Il computer è privo di vita, come tutto in quella città vuota.
In una settimana neanche un segno di vita, a parte quei suoni inumani dietro la porta e il raschiare di strani artigli.
Nessun ricordo, nessuna emozione a parte il cuore impazzito dal panico a quei suoni, il sapore metallico della paura nella bocca.
Guardo ancora una volta fuori. Una città che non riconosco, del futuro, ma apparentemente morta.
Guardo me stesso. Un uomo del XXI secolo, senza ricordi, senza nome, senza volto.
Ancora un solo giorno così e la pazzia è assicurata.
All’improvviso un soffio metallico.
Mi paralizzo, il cuore prima rallenta i battiti, in ascolto, poi accelera d’improvviso.
Si, l’ho sentito. Non l’ho sognato o semplicemente desiderato.
Mi volto lentamente e mi avvicino.
Apro il portatile, incapace di credere a quello che vedo.
Mentre tutta la città è al buio, morta e immobile, il mio computer si è acceso.
Guardo il libro poggiato lì accanto. Il titolo dice “Il Forum”.
Guardo il monitor dove campeggia una sola scritta.
“Roma Terminale”.
Capitolo II
Con gli avambracci poggiati sul bordo del lavandino, lascio che l’acqua sgoccioli dal viso.
Tiro un respiro profondo, gli occhi chiusi, in una preghiera muta alla mia mente affinché mi dia qualche indizio, un aiuto, un modo per cominciare a mettere insieme i pezzi.
Un inizio.
Ieri sera ho creduto di vedere qualcosa.
E’ stato un secondo, una frazione infinitesimale di secondo. Forse un’allucinazione.
Un movimento scomposto nel buio, un bagliore come di fuoco.
No, di fiaccola. Ecc,o si, di fiaccola.
Rialzo la testa e spingo indietro i capelli, togliendo le gocce d’acqua che ancora sono sul viso.
Apro l’anta dove una volta, forse, c’era uno specchio e prendo un rasoio.
E’ di quelli da barbiere. Pare vecchissimo.
Ho bisogno di radermi, sento la necessità di compiere dei gesti familiari, che appartengono ad un tempo lontano, chissà quanto lontano.
Nessun tappo per chiudere il lavandino e creare una qualche superficie che rifletta la mia immagine.
Rinuncio.
E torno a ieri sera.
Non so ancora come prendere quello che è accaduto. Non credo di averlo immaginato, ma ormai non sono più certo di nulla. La solitudine sta avendo la meglio su me, facendomi elaborare strani pensieri, rendendo la mia mente labile.
Ho fissato incredulo quel monitor acceso per pochi minuti. Poi quel rumore improvviso, quel movimento scomposto, fuori.
Il tempo di rigirarmi e il portatile era tornato al suo stato di sonno apparente.
Com’è possibile? Chi ha deciso di far accendere il computer in quel momento?
No, sto delirando.
Ho provato ad accenderlo io stesso senza risultato. Dunque non può essersi accesso. Non si può accendere.
Ma ho letto quello che c’era sul monitor.
Non può essere frutto della mia mente.
Roma Terminale.
Roma. Di quale tempo?
Terminale. Che significato può avere?
L’edificio nel quale mi trovo è vecchio, malridotto, sembra aver subito una guerra.
Fuori tutto è morte, a parte la vegetazione e la luce del giorno che tarda ad arrivare sempre di più. Ogni giorno più indolente. E quando quelle poche ore di luce prendono il sopravvento sulle tenebre, ecco quella coltre nebbiosa così densa da impedire la visibilità.
Riprendo in mano il libro.
Ha una copertina di pelle scarlatta, il titolo inciso con cifre dorate. Nessun autore.
Desidero sapere. Voglio sapere e nello stesso lo temo perché in un angolo remoto e lontano della mia mente c’è un ricordo. Distante, impolverato, sepolto.
Sento che c’è e che aspetta solo un piccolo aiuto perché possa rivelarsi.
Mi siedo sul letto, le braccia abbandonate lungo i fianchi in un gesto di resa, d’impotenza. Il libro poggiato sulle mie gambe.
Ragiono sul fatto che la mia esile scorta di cibo è al termine.
E dovrò decidermi ad uscire, almeno da questa camera e provare ad aprirne una qui accanto.
Da due giorni non sento le “cose”.
Forse avrei dovuto uscire prima, forse ora sono tornate e stanno in attesa dietro quella porta, forse dovrei spalancarla e farla finita e vedere, finalmente, la realtà delle cose.
Vedere, capire.
Tutto il mio mondo in queste due parole.
Ma la prima vera realtà delle cose è che sono senza cibo. E non posso più sopravvivere. Devo trovare qualcosa e in fretta o la morte mi avrà, in ogni caso.
Ma ho paura. Una fottuta paura di aprire quella porta e trovarmi davanti quelle “cose” e ancora di più di scoprire una realtà spaventosa, di essere il solo, di sapere che la morte ha avuto la meglio su tutti gli uomini tranne che me, di essere condannato ad una prigionia fatta di silenzi, isolamento, assenza di ricordi, con solo questo angoscioso presente come compagno.
Basta.
Mi alzo.
Il libro cade e si apre a metà rivelando un contenuto che non avevo mai osato svelare.
La pagina è piena di simboli strani e poi un testo, stampato al contrario rispetto ai libri normali. A destra.
L’istinto è quello di prenderlo e leggerlo.
Non ora, mi dico.
Dopotutto, sarà ancora qui quando rientrerò.
Lo lascio esattamente dove si trova e torno in bagno.
Prendo il rasoio. Sarà la mia unica arma contro qualsiasi aggressione.
Mi avvicino alla porta.
Appoggio l’orecchio e resto in ascolto, trattenendo il fiato per poter sentire il più possibile.
Nulla.
Mi scosto e inizio a trascinare la sedia, pianissimo, tenendo ben salda la maniglia della porta.
Mi pare che il battito del mio cuore si possa sentire a chilometri di distanza.
Non ho più salivazione.
Respira, calmati, per Dio calmati.
Chiudi gli occhi e calmati.
Riapro gli occhi.
Provo a girare lentissimamente la maniglia, ma mi scivola tanto le mani sono sudate.
Riprovo, trattenendo il fiato.
Click.
Sussulto a quel rumore inesistente.
Ci siamo.
E’ ora di andare.
Capitolo III
Non andare! Grido a quella figura minuta, a quel cappotto rosso che si perde nel fumo di una stazione affollata.
Non andare!
Lei prosegue ancora per pochi passi. Poi si ferma, immobile.
La nube di fumo l’avvolge e mi pare di averla persa, per sempre.
Sento una morsa stringere lo stomaco, il respiro farsi veloce.
Poi il fumo dirada ed eccola, una figurina rossa nel mare di gente, ferma ancora nella stessa posizione.
Non andare!, invoco nella mia mente.
Girati. Girati, imploro.
Il tempo è immobile eppure gli istanti sembrano dilatarsi.
Poi, dopo una vita intera, accenna a girarsi.
Esita, compie un piccolo passo in avanti.
Girati, guardami. Sono qui, sono io. Non puoi aver dimenticato, non puoi non aver capito.
Si ferma ancora e questa volta pare davvero certa, risoluta.
La locomotiva soffia e ancora il fumo bianco e denso l’avvolge.
Mi pare di scorgere un movimento, ma sono incapace di muovermi, ho le gambe inchiodate al marciapiede.
La vedo portarsi una mano agli occhi, come a schermare una luce troppo luminosa, che l’acceca.
Ed ecco che riprende il passo.
E la guardo camminare. I capelli neri, lunghi, ondeggiano ad ogni falcata, l’incedere è deciso eppure fragile insieme, il cappotto rosso fluttua leggero nell’aria, quasi fosse di seta e non di lana.
Non riesco a toglierle gli occhi di dosso.
Fermati, prego ancora.
Ma lei, testarda, prosegue, incessante verso la testa del treno.
Non mi sente, non vuole sentire che la chiamo, che imploro un suo sguardo.
Perché allora sì, capirebbe. Se solo si voltasse sì che capirebbe. Che siamo noi. Quelli promessi ancora prima di venire al mondo, prima ancora di conoscere noi stessi sapevamo di noi. Abbiamo speso tutto questo tempo cercandoci, famelici, in ogni donna e uomo che abbiamo incontrato. E forse abbiamo creduto di esserci trovati.
Ma no, non è così, non è stato così, fino ad ora.
Ed è bastato vederti, creatura, per capire, per sapere, perché tutto si rivelasse. Poco più di uno sguardo per capire che eri tu.
La seguo ancora con gli occhi.
Ormai non mi sente, non mi può più sentire. Se solo mi avesse visto come io l’ho vista. Se solo avesse visto i miei occhi, il mio sorriso così come ho visto il suo.
Un’epifania.
Anni passati nell’incertezza, ad inseguire visi e volti e ora eccola qui.
Si ferma ancora.
Voglio muovermi, devo spostarmi da qui.
Devo raggiungerla e dirle chi sono, chi siamo, cosa dobbiamo fare, cosa è in serbo per noi.
Poi mi blocco.
Akan, basta Akan. Andiamo via. Prendi il tuo attrezzo Akan, vieni via… attento.
Mi sento strattonare il braccio.
Ma non mi volto, non bado a chi sta cercando di trascinarmi via.
Non riesco a credere a quello che vedo. Lui la stringe, l’abbraccia e respira fra i suoi capelli.
Li guardo venire verso di me, immobile. Vicini, complici, sorridenti.
Mi superano ed io rimango lì, a fissare il vuoto finchè nuovamente non vengo strattonato e trascinato via.
Attento Akan, mi scusi signora.
Di nulla, non correte.
Guardo la donna che ho urtato come fossi in trance.
E penso.
L’ho veduta, lo sguardo assonnato e il suo bacio, pesante, caldo sulla mia guancia; il corpo disegnato perfettamente sul ricordo che ne avevo, sotto una aderente maglietta scura. La sua fretta, il suo muoversi leggera, i passi leggeri, il suo parlare, leggero, quasi un fruscio, sulle sue labbra.
Akan, piantala Akan.
Ma la maga, la maga aveva detto…, balbetto incerto.
Fai parlare la maga … Akan? Mi senti Akan? Come ti senti Akan? Bevi, tieni… Akan? Bevi, tieni.
Bevo, incredulo. E mi lascio guidare al vagone, docile come un bambino.
Lì c’è Isa. Isa che si occupa di me, preoccupa per me.
Non passare dall’altro lato del binario dice. Non ci passare nemmeno da sotto, non fare uscire nessuno a cui tieni nemmeno a vedere cosa c’è, non ti fermare a guardare finchè questo treno non sarà partito.
Isa, amorevole Isa.
Mi siedo e poggio la testa sulle sue gambe, lasciandomi accarezzare i capelli. E mi addormento, lasciandomi quella notte alle spalle. Sognando di lei, del suo cappotto rosso, dei suoi capelli neri e lucenti.
E nel risveglio sento un bisbiglio.
Isa… ieri, aka…
Non importa ieri, replica Isa.
Importa solo di oggi.
Sono ancora così, con la mano sudata e scivolosa sulla maniglia della mia stanza.
Il ricordo mi ha investito in pieno con tutta la sua forza.
Come rivivere, di nuovo.
Cerco di afferrare i volti di questo ricordo, ma sfuggono e rimangono solo nomi. Isa. Isa.
E la figura femminile nel cappotto rosso. E l’uomo che l’accompagna sottobraccio. E il mio compagno, che mi trascina via, solo una figura indistinta e sfuocata. E quel luogo. Una stazione affollata e nebbiosa.
Ho ricordato. Qualcosa del mio passato, della mia vita. Di quello che era la mia vita.
Ora, in un momento così delicato, i ricordi sono riaffiorati. Non mi dicono nulla al momento, ma sono tornati e probabilmente torneranno ancora.
Vorrei fermarmi e pensarci, rifletterci. Ma devo andare, devo uscire ed affrontare quello che mi aspetta fuori.
Devo vivere, devo ricordare ancora, devo mangiare.
Resto ancora in ascolto. Nessun rumore fuori.
Pare tutto sicuro, mi convinco.
Apro la porta ed esco dal mio guscio, dalla tana che mi ha protetto per quella settimana.
Davanti a me un corridoio lungo, buio.
Detriti in ogni angolo, confusione, come se il contenuto di ognuna delle stanze del piano fosse stato buttato letteralmente nel corridoio.
Cauto mi avvicino alla porta vicino alla mia stanza. E’ spalancata, come tutte le altre. Nessun segno di vita. Umana, per lo meno.
Ogni passo che compio resto in ascolto.
Quelle “cose” potrebbero essere in agguato, tendermi una trappola mortale.
Intravedo delle scale alla fine del corridoio, ma ancora nessuna luce, solo quella che filtra, flebile, da fuori.
Le raggiungo, silenzioso.
Guardo sotto, due piani sotto di me e poi una sorta di hall.
Ancora detriti, segni di una lotta furiosa tra gli abitanti di quel luogo e quelle “cose” con tutta probabilità.
Scendo cauto, attento ad ogni rumore prodotto da me e da quello proveniente dall’ambiente.
Ad un primo sguardo la hall pare spoglia. Poco più in là intravedo una sala ristorante e ancora più avanti quella che ha l’aria di essere una cucina.
Cibo. Sopravvivenza.
Esito un istante, timoroso. Poi mi muovo, questa volta veloce.
Spio dall’oblò della porta della cucina.
Disordine, sporco, confusione, nessuna traccia umana.
Niente di niente.
Spingo delicatamente la porta e sussulto al suono del cigolio dei cardini.
Mi immobilizzo.
Se c’è qualcosa qui intorno, di sicuro avranno sentito.
Cerco velocemente con lo sguardo un luogo dove poter trovare riparo nel caso di un attacco.
Nulla.
Devo entrare e veloce anche.
Spingo a fondo la porta e sono dentro. Lì, sulla destra, una cella frigorifera.
Ecco il riparo e forse anche un posto dove trovare qualcosa da mangiare.
Mi guardo intorno e inizio ad aprire le ante della cucina.
Sto per afferrare un barattolo di carne in scatola quando un rumore mi raggela.
Come uno struciare e un rantolo.
Il cuore prende a correre, lo sento in gola.
Mi giro di scatto verso la cella.
Il tempo di chiudermi dentro e sento il cigolio della porta.
Avanti il prossimo.