ROMA TERMINALE
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Capitolo IV
Istintivamente mi abbasso, mi accuccio sul pavimento abbracciandomi le ginocchia.
E chiudo gli occhi.
Ascolto, interrotto solo dal soffio ritmato del mio respiro.
Dall’altra parte tutto tace.
Lo so cosa fanno. Stanno ascoltando, stanno cercando tracce di vita.
Non so come possano fare a sentirmi, a sentire la vita, ma credo ne abbiano facoltà.
Appoggio la testa alle ginocchia, invocando una preghiera muta a chissà quale essere superiore che possa sentire.
Ho paura. Mai avuto così paura da che mi sono svegliato e non posso dire nella mia vita perché non ricordo molto a parte il flashback di poco fa.
Mai avuto così paura nemmeno quando li ho sentiti per la prima volta fuori dalla porta della stanza.
Trattengo il respiro nella speranza di riuscire a catturare anche il più piccolo rumore.
E ancora niente.
E’ una battaglia di nervi.
So che sono là fuori.
Sanno che sono qui.
Non mi hanno ancora individuato, ma sanno.
Che posso fare?
Mi guardo attorno nella speranza di trovare qualcosa che possa aiutare e difendermi, meglio e di più del vecchio rasoio da barbiere che ho con me e che stringo forte tra le mani.
La cella è piccola, ricorda una stanza d’solamento di una prigione o, peggio ancora, di un manicomio. Scaffali, nessuna traccia di cibo fresco come ovvio, ma molti cibi in scatola.
Forse ancora commestibili, forse no.
Ma ora il punto è un altro.
Poter vivere adesso, non sopravvivere dopo.
In fondo c’è una specie di bancone, sul quale sono buttati in disordine diversi utensili da cucina.
Sono distanti da me pochi passi, ma sono impietrito.
Muoversi significa fare rumore, il rumore si traduce in messaggi per loro e in fine per me. Perché anche se lì dentro sono relativamente sicuro, le porte sono d’accaio e la chiusura sembra ermetica e in grado di tenere, non so con chi ho a che fare. Non so quali creature ci siano là fuori ma di certo so che non sono umane. E se non sono umane, chissà che possono fare e con tutta probabilità sono responsabili del vuoto e della morte che pare regnare in questa città dimenticata da tutti.
In un secondo, d’istinto, decido di raggiungere il bancone e poi di guardare fuori, di capire chi ho di fronte, con chi devo prepararmi ad una lotta.
No, prima guardo fuori e poi raggiungo il bancone.
No, aspetto ancora, magari non facendo rumore se ne andranno.
Al diavolo, non posso pensare di passare il mio tempo qui dentro, impazzirei dopo un giorno.
Lascio andare le gambe e poggio le mani a terra e lentissimamente inizio a far leva per alzarmi.
Se dovessero schioccarmi le ginocchia sarei fottuto.
In piedi.
Nessun rumore, né da me né da loro.
Mi appiattisco contro la parete, nell’angolo che la porta crea con il lato destro della cella.
C’è una finestrella, piccola, sporca ma qualcosa rivela.
Inizio a spostare i piedi in avanti, tenendo ben saldo il rasoio davanti a me, quasi come se le “cose” potessero entrare da un momento all’altro.
Ecco, ora basta solo che sporga un poco il capo e potrò vedere qualcosa. E lo faccio ma il campo visivo è decisamente ristretto e lo sporco del vetro di certo non aiuta.
Sudo freddo. E mi sento addosso un caldo che mi pare irreale.
E’ l’effetto della cella, così piccola, angusta, mi sembra che le pareti mi si stiano stringendo intorno.
Calma. Respira e recupera il controllo.
Di nuovo gli occhi in quella finestrella, ma niente.
Non c’è niente là fuori.
Eppure so che ci sono.
Li ho sentiti e non solo una volta.
Rimango in ascolto e sento un rumore, come metallico, come uno strisciare di passi ma metallici.
E poi il cigolio della porta.
Andati.
Se ne sono andati, deve essere così.
Oppure fingono e sono lì fuori, pronti a sbranarmi.
Dio, mi sembra di impazzire.
Mi pare che la mia mente salti fuori e dentro di me ad intervalli squilibrati.
Mi appoggio alla parete, nuovamente nell’angolo e metto le mani sul viso, stropicciando forte gli occhi come se, al riaprirli, non volessi più vedere.
Vuoi entrarmi dentro a me?
A me il diavolo?
Che promessa mi fai, che mi prometti?
Que querem…
Beijar o burro do diabo? O burro?
Di nuovo un flashback, di nuovo quelle voci.
Solo voci stavolta.
Davvero sto perdendo il senno.
Che realtà è questa?
In che mondo sono? Come ci sono arrivato?
Mi lascio scivolare sul pavimento.
Non mi importa più di nulla.
Né delle “cose” là fuori, né di dove mi trovo, né di quello che accade.
Voglio solo uscirne, solo uscirne…
Va bene anche la morte.
Akan.
Il cursore lampeggia vicino al suo nome.
Questo caso mi farà ammattire.
Mi sistemo il camice, quasi a prendere tempo.
Leggo ancora il suo nome sullo schermo.
Do’ uno sguardo al monitor di controllo.
Gabbie elettroniche, sicure come cemento.
Boati, mormorii, pianti, suppliche, bestemmie.
Lui è lì.
Accovacciato a terra, lo sguardo fisso nel vuoto.
La sua gabbia è a posto.
Pare essersi calmato dopo un primo periodo di iperattività.
Durerà poco. Lo so già.
Controllo ancora una volta il suo profilo a video.
Ancora non riesco a darmi una spiegazione.
Quest’uomo mi affascina e nello stesso incute timore.
Lo guardo ancora una volta.
Poi, apro il suo file e inizio a scrivere.
Capitolo V
Qui c’è qualcosa che non torna, non torna proprio…
E non sto parlando di questo disgraziato, che pare perso nel suo mondo interiore. Che dorme, apparentemente sereno, si sveglia e non riesce ad articolare parola sensata, ma ha gesti talmente sincopati da rendermi agitato solo a guardarlo.
Non è lui. Benché soggetto interessante.
Non torna con me.
Perché io?
Sono io che sto inesorabilmente perdendo il contatto con la realtà che mi circonda.
Io, che guardo tutti come attraverso un filtro. Grigio, sporco.
Io, che non riesco ad intrecciare relazioni vere.
Io, che guardo gli altri vivere e mi lascio vivere una vita che forse non mi appartiene.
Io che cerco negli altri un segno quando quel segno dovrebbe partire prima da me.
Vorrei, davvero. Ma sembrano tutti falsi, fantocci di un tempo dove l’idiozia regna sovrana, dove i rapporti umani risultano falsati dall’interesse.
Niente di vero, a parte il cinismo.
Io, che mi sento un contenitore pieno dei problemi degli altri, che vorrei vomitarli, letteralmente, addosso a qualcun altro e liberarmi, sentirmi leggero.
Liberarmi.
Io, che osservo nella vita degli altri gesti, parole, emozioni cercandovi un significato, un senso.
Sempre tutto diverso ed uguale.
Ritmi stanchi ed abusati ridestano in me noia ed emozione.
Controllo il monitor di servizio. E il display.
Strana inquietudine, stanotte.
Lo scorrere del tempo mi è segnalato dal lampeggiare di un display, ma in me diventa un tempo sincrono, dove tutto accade in un solo momento, in luoghi diversi, lontani.
Come sarebbe allora in un’altra vita? Quella che ho lasciato perdere quando ho scelto questa. Come sarei stato? Sempre io o un altro io? Peggiore o migliore?
Questo il punto.
Posso ancora essere diverso? Posso deviare da un percorso che pare ormai tracciato, da binari lustri e lunghi che si perdono nel nulla del tempo.
Il tempo. Lo spazio.
Tempo fa vedevo soltanto il blu ed il verde delle porte ed uno spazio tutto per me. Ora lo stesso spazio è un universo carico di spettri, mi fa paura, troppo grande per poterlo riempire di me, troppe porte che vorrei tenere ben chiuse dietro i miei passi…
Troppo scarno il mio io d’oggi.
Debole.
Così forte la paura anche di sostenere il suo sguardo.
Così diversa eppure così affine.
Così lontana eppure così vicina.
Così normale eppure fuori del comune.
Quanto l’ho osservata ieri, alla tavola calda.
Il solito? Mi ha chiesto con quel sorriso.
Solito, ho risposto, negando il mio.
E poi sono stato lì. A guardarla muoversi dietro il bancone, a servire caffé e dispensare sorrisi come fosse un distributore di sogni e di speranze.
Ho sentito il suo sguardo, ogni tanto. Ma non l’ho mai ricambiato. Ho atteso l’avvicinarsi del mio turno, guardandola di soppiatto, seguendone il contorno del viso, incantato da quel sorriso che, fra i mille che incrocio, mi pare l’unico vero, genuino.
E ancora niente.
Ho pagato, ho guardato serio quel viso e sono scappato.
Scappato, si.
Dalla prospettiva di un binario nuovo, dalla possibilità che qualcuno possa manovrare quello scambio e far deviare tutto su una linea nuova.
Mi desto ad un suono. Prendo in mano il tracciato e cerco di dargli un senso.
Goran, attento che si riprende.
Come? Ah, eccolo, sÏ lo vedo. Grazie Jo.
Guardo il monitor di servizio.
Il nostro ragazzo ha ripreso contatto.
Seguo il contorno della sua figura sul monitor.
Pare così piccola. Una figurina, un fantoccio.
Eccolo che ricomincia.
Acqua io non ne trovo più.
Il tempo, l’ascensore e il tempo che è cambiato.
Riprendo in mano il blocco e scrivo rapidamente quello che sta dicendo. Mi verrà utile più tardi.
Non faccio passato né futuro da quel numero in poi, i tempi sono cambiati.
Via, via, vai. Pagami e vai via e non toccarmi nulla, non ti ho vista non sei passata, cosa ti ho detto non mi ricordo, mi avrai tirato quello che dell’anima non so trattenere. Parole, scordatele. Non sei mai venuta, io non ti ho visto, io non ti ho visto va’, vai dalla tua morte…
Lo osservo.
E’ immobile. Ha l’aria di uno di quei pupazzi che utilizzano i ventriloqui nei loro spettacoli.
Occhi dilatati, sguardo fisso. Le parole sembrano provenire da un altro tempo.
Maledetto…
Isa signore maledetto
Scrivo velocemente quel nome. Isa.
Perché qui sotto, perché…
Chi ti sta seguendo ora, chi stai cacciando, tuo padre dov’è…
Annoto anche queste ultime parole prima che chiuda gli occhi e si spenga, proprio come un bambolotto.
Ma è solo una pausa.
Lo so.
Ora verrà una nuova fase attiva.
Capitolo VI
Quello che vede nello specchio non le piace per niente.
Aloni violacei sotto gli occhi, colorito del viso spento, labbra screpolate.
Troppo tempo perso, troppe ore lasciate correre con gli occhi aperti in cerca di una soluzione.
Eppure gliel’hanno detto anche la volta precedente.
Nessun miglioramento.
Nessun progresso.
Stato invariato.
Si guarda ancora per un istante nello specchio.
Magra, troppo.
Che ne è stato di me? A che punto mi sono persa? Dove ho sbagliato?
Sempre le stesse domande. E ancora nessuna risposta.
Si gira e getta uno sguardo veloce alla stanza.
Vuota e spoglia senza di lui.
Ovunque, segni della sua presenza. Gli abiti, i libri lasciati ancora sul comodino, il rasoio nel
bagno.
Non ce lo dovevo portare. Lei mi aveva già detto tutto quello che c’era da sapere.
Perché ho insistito?
Vai dalla maga, vedrai te lo dirà anche lei, gli ho detto.
Può sembrare stralunata, ma quello che dice è vero. Tu devi sapere. Hai diritto di sapere.
Ma lei non aveva nessun diritto di dirgli quello. No, quello no.
Perché fino a quel punto avrebbero potuto continuare insieme. Sarebbe rimasto solo un suo
pensiero, un’idea. E non si sarebbe trasformato in una fissazione, in una malattia.
Trae un respiro profondo e chiude gli occhi.
Che nostalgia di quei tempi. Quando tutto era ancora pulito, immacolato come un foglio bianco,
sul quale è possibile tracciare ogni disegno futuro.
Tutto possibile. Nessuna traccia a sporcare il futuro.
Le pare ancora di vederlo quel tempo. Come un quadro.
Il primo bagliore del giorno, dietro la collina di Montelevecchie. Soffuso e glauco dietro le nuvole
sempre basse e scure.
Tutto sembrava fermo allora, immobile, come pietrificato.
Nulla si muoveva, nessun suono si udiva, un silenzio freddo e congelato.
La mamma glielo raccontava fin da piccina, come fosse una fiaba.
La sera era il momento più bello.
Tutti erano ormai tornati dal lavoro e avevano ritrovato le loro case dove avevano cenato, chi in
famiglia, chi con qualche amico, chi da solo.
Le donne avevano portato delle sedie fuori, in strada, si erano girate verso ovest per godersi gli
ultimi colori del tramonto e si erano messe a chiacchierare, lavorando a maglia o rammendando
calzini bucati.
Altre prendevano semplicemente in braccio i loro bimbi e tra carezze e filastrocche sussurrate, si
godevano quel calore intimo e il profumo dei loro figli.
Come sua madre faceva con lei.
Isa, le diceva, guarda il cielo che si tinge di rosso. Guarda i colori Isa.
E lei che tentava con tutte le forze di resistere al dolce tepore di quelle carezze sul suo capo, di
sottrarsi al sonno che arrivava ad ondate, di vedere quel rosso farsi via via sempre più intenso e
cupo insieme.
In lontananza si sentivano le grida dei ragazzi che giocavano a pallone nel campetto dietro la
chiesa.
Un’ulteriore filastrocca.
Poi tutto è cambiato. Dalla stazione è tutto cambiato. Dalla maledetta maga.
Ripensandoci forse è cambiato ancora prima che tutto cambiasse.
Più indietro nel tempo.
Si riguarda nello specchio.
Un velo di rossetto sulle labbra spente. Un colpo di spazzola ai capelli biondi, corti.
Akan, sto arrivando.
Resisti.