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ROMA TERMINALE
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Capitolo VII

La Maga

Sembrava un mattino qualsiasi di un giorno qualsiasi.
Dovevano vederla.
La sera prima lo avevano deciso.
- Mi sembri così lontano, distante –.
Lui l’aveva guardata e le aveva passato una mano sul viso.
- No, non sono volato via, no. Sono di nuovo qui, da te. –
Lei aveva chiuso gli occhi a quella carezza.
Forse non era tutto perduto. Forse quella luce strana negli occhi di lui l’aveva solo immaginata. Forse la maga aveva sbagliato. Dopotutto perché crederle?
Lui l’aveva guardata. Forse non era tutto perduto. Forse era ancora in tempo. Forse avrebbe potuto cancellare Mela, dimenticare di averla vista quel giorno sul binario, abbracciata a quell’uomo eppure, inspiegabilmente, già sua. Forse la maga li avrebbe aiutati. Dopotutto perché non crederle?
Lei aveva riaperto gli occhi. Sorrideva dolcemente.
- Che succede Akan? –
Lui si era destato allora dal sogno di lei, dal suo cappotto rosso che fluttuava leggero avvolto nel fumo del locomore.
- Vieni qui Isa –
- Che voce hai… che ti succede? –
- -Nulla, nulla. A che ora? –
- Mezzanotte. Sarà per mezzanotte –
- Allora vai. Mancano poche ore e tua madre ti aspetta –
- Akan… Akan cos’hai? –
Lui si era sciolto dall’abbraccio. Gli mancava l’aria ora, voleva urlare, voleva correre, voleva vederla ancora.
-Dove allora? – riprende
- Sei tre. Binario sei tre. Giovanni ci guiderà. –
Lei aveva sospirato e lo aveva guardato. Poi si era alzata e lo aveva lasciato solo, al tavolo del caffè.
L’aveva guardata uscire, determinata e decisa. Come sempre.
Si era acceso una sigaretta e la sua mente era volata via.
A quello che avrebbe potuto essere, che avrebbe voluto con tutte le sue forze.
- Dio mio, non sarà stupendo? – aveva immaginato.
- -Arriverò in una mattinata limpida, incrocerò scolaresche in gita e bimbi nei loro grembiuli candidi mi sorrideranno – e aveva sorriso anche il suo viso a quell’immagine.
- Mi fermerò a comprarle dei fiori… No le comprerò qualcos’altro, i fiori per essere venduti saranno stati recisi e chi può dire che non sentiranno dolore? Le comprerò del pane, sì, le comprerò del pane.
No, una brioche. –
Si era girato verso il bancone e ne aveva chiesta una alla giovane donna che sorrideva e sorrideva e in un secondo aveva notato anche un uomo con un camice bianco. Ma era stato solo un lampo. La sua mente aveva ricominciato a viaggiare.
- Le porterò una brioche di quelle rotonde, con un pallino in cima, senza crema, solo un po’ di zucchero a velo sopra. –
Sì, come questa qui, aveva pensato osservando quella davanti a sè.
- Senza guardarmi intorno andrò verso il binario uno, non il sei tre, no, l’uno e lei mi starà aspettando e mi guarderà arrivare da lontano. Avrà una gonna ampia dai colori vivaci, non più quel cappotto rosso e i capelli corvini racchiusi in un fazzoletto e mi tenderà le braccia pronta ad accogliere il mio dono e regalarmi la verità. -
- Scusi, ha da accendere? –
Si era destato come da un sonno, come da una seduta di ipnosi.
-Come? Ah, sì, certo. Un secondo. Ecco. –
Aveva osservato l’uomo di fronte.
- Amico dei matti eh? – aveva detto con un sorriso porgendogli la fiamma.
- Già. – aveva replicato l’uomo – Grazie e a buon rendere – e si era allontanato.
A quel punto aveva guardato l’ora. Era il momento. Sembravano essere passati pochi minuti, eppure era già il momento.
Si era alzato, aveva lasciato i soldi sul tavolo ed era uscito.

 

- Cristo, è tardi. Diluvia –
Corro lasciandomi dietro pozze d’acqua al binario uno. Si, l’uno.
Ma devo andare al sei tre.
Sei tre.
Quanta gente, questo posto è un formicaio.
Eccomi. Isa è già qui.
- Presto, presto. Non possiamo ritardare –
Mi prende per la giacca e mi tira verso la testa del treno.
- Ma dove vai, non mi avevi detto che .. –
- Giovanni. E’ già là. Ci aspetta e non possiamo ritardare. –
La seguo pur desiderando correre a gambe levate nella direzione opposta. Sento freddo, un freddo che mi sta entrando nelle ossa. E sento la paura. Di qualcosa di ignoto, una sensazione primitiva, selvaggia.
Faccio fatica a starle dietro.
- Eccoci – dice.
- Cosa significa? E’ un tombino. Io lì sotto non ci vado. –
- Akan, muoviti. Siamo qui ormai. –
- Non mi avevi detto che… -
- Non discutiamone ora. Avevi detto che lo avresti fatto. E’ solo un tombino e dobbiamo scendere. –
E’ risoluta. Non mi pare nemmeno più lei.
La mia paura affiora sulla pelle. Sudo, freddo.
- Non… -
Non riesco a terminare la frase. Lei è già sotto e mi tira le gambe per farmi scendere.
Non ho scelta.
Non si vede molto.
Parlo sottovoce. – Che buio. Che lungo… -
- Sssshh – sibila lei.
Non vedo niente. Non posso andare a naso. Avrei fatto meglio a restare con gli altri. Mela mi aspetta… ma che sto facendo? Devo tornare indietro ma non vedo niente.
Mi giro indietro.
Sembra un budello qui, non finisce mai, non trovero mai da dove sono entrato…
Isa non la sento più. E’ andata avanti, come una pazza furiosa. Non la riconosco, sembra trasfigurata.
Mi fermo e mi appoggio a quello che pare un muro. Umido, scrostato.
Tutto è silenzio e buio.
- Giovanni! – urlo, rompendo il silenzio.
- Sei qui? Ho paura, Giovanni –
- Mi risponde solo l’eco della mia voce.
Riprendo a camminare, come un cieco con le braccia tese in avanti, a scansare ostacoli e pericoli.
Non posso continuare, no.
Non vedo niente e sono solo.
Riprendo.
Vado avanti: questo pezzo di canale che ho fatto me lo ricordo è la seconda volta, l’ho appena fatto, me lo ricordo.
Mi accascio al suolo. Il mio respiro è corto, quasi avessi corso invece di aver fatto pochi metri un passo alla volta.
Isa, dove sei, mille passi avanti a me. Sicuro.
Voglio andarmene. Non mi importa cosa potrà dirmi la maga. Non voglio più sapere, non voglio più avere altre occasioni, voglio tornare da Mela.
Sento dei passi, all’improvviso.
- Akan, svelto Akan. –
Mi rialzo di scatto, velocissimo e vado spedito incontro a quel suono.
La salvezza.
Poco a poco il buio si fa meno denso. E’ come emergere in superficie dopo minuti sott’acqua senza possibilità di uscirne.
Mi stropiccio gli occhi, tolgo il sudore che mi cola e mi fa pizzicare la pelle.
Distinguo due figure, oltre quella di Isa e di Giovanni.
Una è piccola, minuta, quasi ripiegata su se stessa.
Mi avvicino, piano, timoroso. Il cuore pulsa, forte, selvaggio.
L’altra è magrissima e nonostante il buio riesco a vederne gli occhi fissi, inumani.
Mi fermo, a distanza di sicurezza. O è quello che spero.
La vecchia in uno scatto velocissimo (nemmeno mi rendo conto di come abbia potuto fare) mi si avvicina e mi sorride con le gengive, non ha denti e gli occhi sono come quelli di un cieco.
Dio, quanto puzza.
Mi prende la mano. E’ di una forza inverosimile.
Mi stringe forte e poi sorride, in un modo talmente inquietante da farmi letteralmente venire i brividi in ogni centimetro della pelle.
Mi divincolo.
La paura si impossessa pienamente di me. Non voglio stare qui. Voglio scappare, andarmene, correre alla velocità della luce.
Provo a strattonarla, a togliermela di dosso, ma non riesco. La sua forza è brutale.
Inizia a ridere e in quel momento l’altra figura inzia ad avvicinarsi a me ed io sento che ogni briciolo di ragione sta abbandonando il mio cervello.

 

Capitolo VIII

Mela

L’ultimo, per quella giornata, se ne era andato da poco.
Lei se ne stava ancora lì, sul letto sfatto, le coperte scompigliate e ammucchiate in fondo.
I lunghi capelli neri, lucenti, erano sparsi disordinatamente sul cuscino. Disordinati eppure disposti in una tale morbida e perfetta curva che avrebbero potuto essere stati messi in quella posa del tutto volutamente.
Era su un fianco.
La vestaglia di seta lasciava intravedere tratti di pelle bianchissima, quasi eterea e lasciava immaginare forme morbide e ben proporzionate.
Aveva gli occhi chiusi. Un braccio poggiato sul fianco e uno piegato sul cuscino, vicino al viso, con le dita della mano a sfiorare le labbra.
Richiamava alla memoria un quadro di Renoir.
Si sarebbe potuto dire che fosse addormentata.
Ma non lo era.
L’immobilità del suo corpo contrastava con la vivacità dei pensieri che si susseguivano veloci nella testa.
Ricordi, momenti, uomini, sorrisi, lacrime, scelte, rimpianti.
Accadeva spesso, negli ultimi tempi.
La sua vita era sempre stata quella. Fin da bambina aveva imparato a convivere con quel mondo, fatto di domanda e di offerta.
Era la normalità per lei. Così per sua madre e lo stesso per sua nonna prima di lei.
Nessuno stupore, nessun desiderio di cambiare, nessun rimpianto.
Fino a un paio di mesi prima.
Poteva il binario di un treno aver portato un tale trambusto nella sua vita? Tale desiderio di fuoco e fiamme, tale anelito al cambiamento, tale impossibilità di guardare alla propria vita con il distacco di sempre?
Poteva. Lo aveva fatto.
Lei glielo aveva predetto. Con infinto anticipo.
“Amerai” le aveva detto stringendole forte il braccio, con una forza al di là di ogni possibile comprensione.
Lei aveva sorriso, incurante. Anche di quella stretta che le faceva mancare il respiro e accapponare la pelle. Ma l’aveva controllato.
Il controllo era tutto nella sua vita.
“Dimmi cose più serie” le aveva risposto sprezzante. “Non mi curo dell’amore. Non ne ho il tempo.”
“Non è vita che hai scelto. Altri scelto per te. Altre strade.” Aveva continuato la vecchia, avvicinandosi come a volerla guardare negli occhi con i suoi, vuoti e bianchi. “Lui. Cerca te. Lei non sa che te è del tuo sangue. Sangue. Rosso sangue.”
E poi si era spenta, come una bambola. Afflosciandosi sul terreno per essere poi portata via a braccia.
Lei era rimasta lì, stringendosi nello scialle bianco, in preda ad un freddo che sentiva fin dentro le ossa.
- Guarda che razza di cazzate – aveva detto destandosi con uno scatto – Muriel, proprio qui, da questa pazza puzzolente e in questo posto di merda mi dovevi portare. Che non faccio abbastanza fatica a guadagnare quattro soldi e me li fai spendere qui, in questo cesso di buco di posto –
Ma tutto stava drammaticamente prendendo forma.
A partire da lui.
Lui, che aveva visto di sfuggita un giorno al binario uno.
Lui, che si era fermato a guardarla come se l’avesse riconosciuta da una vita precedente, come se avesse il diritto di prenderla con sé e trascinarla via.
Lui, che quel giorno aveva solo fissato il suo cappotto rosso e il suo braccio stretto intorno all’uomo di turno.
Lui, che non aveva visto che si era voltata e aveva guardato il suo amico trascinarlo via, imbambolato, stralunato.
Lui, che aveva bussato alla sua porta esattamente due giorni dopo.
Era sera inoltrata.
Libera per quella sera. Per uno strano motivo non le andava di vedere nessuno. La giornata era stata buona e poteva permettersi di non lavorare quella sera.
Era nella sua camera. Il letto in ordine, aveva appena fatto un bagno caldo e rilassante.
Si era sdraiata sul letto e aveva pensato ancora una volta alle parole della vecchia. Non ne trovava un significato, un senso. Con lei, con la sua vita.
Poi aveva sentito bussare lievemente alla porta. E aveva aspettato ad aprire. Quasi presagisse il male, il tormento, la fine di tutto.
Ma il gesto si era ripetuto e non aveva potuto ignorarlo oltre.
E aprendo la porta già sapeva che sarebbe stato lui.
Erano rimasti lì a guardarsi per un tempo infinito.
Poi, come fosse stato un gesto quotidiano, lui l’aveva baciata.
Un bacio piccolo, dolce, rispettoso. Quotidiano.
Ecco, si. Quello l’aveva sorpresa.
Che fosse stato tanto inatteso quanto comune.
- Come hai fatto a trovarmi? –
- Mio dio come sei bella –
- Come? –
L’aveva baciata, ancora.
- Ho da dirti una cosa, ti prego –
Si era allontanata dalla porta e si era portata alla finestra, dandogli le spalle.
- Non importa ora. Non credere che non sappia quello che fai, come vivi. Non mi importa. -
- Ti importerà. Lo dici ora, ma ti importerà. E’ il mio modo di vivere e non ne conosco uno diverso. E non voglio cambiarlo. La mia vita mi piace così come è. –
Silenzio.
Voci, urla, imprecazioni dalle stanze attigue di quel condominio misero e sporco.
- Tu credi di poter… -
- Silenzio. Fai silenzio … non dire una parola … non muoverti … non toccarti le mani… -
L’aveva presa per le spalle e, delicato e gentile, l’aveva voltata.
Le mani di lei avevano iniziato a tormentarsi, gli occhi bassi, i capelli neri lunghi sulle ciglia.
- Non muoverti – ad un accenno di movimento di lei – non toccarti le mani, non strofinarti le gambe, non tastare la bocca … sssssh… silenzio. Ssssssh. -
L’aveva presa e stretta.
- Solo noi, adesso. Solo noi. -
Con gli occhi chiusi, respinge quest’ultima immagine.
Troppo dolore da allora. Tutto è uguale eppure diverso. Ogni cosa sta andando esattamente come lei aveva previsto. Piccoli pezzi di puzzle che si incastrano nonostante ogni suo tentativo di ostacolarli.
Sente di aver bisogno di un nuovo confronto.
Bussano alla porta.
Rimane ancora un secondo in quella posizione.
Poi apre gli occhi. Grigi, grandi, indefiniti.
E sorride.

Capitolo IX

Carne Fresca

- Tenetelo -
- Fermo. Fè… fe.rmO’! –
- Isa – dice la creatura alta e magra – devi farlo. Sai che devi. –
Isa osserva la scena che ha davanti.
Akan è perduto.
Si contorce, con la bocca spalancata in un urlo straziante, solo che dalla bocca non esce nessun suono.
Una parte di lei duole a guardarlo.
Ma sente che la vecchia le è entrata dentro, che legge tutti i suoi pensieri, anche quelli più intimi. Se possibile anche quelli oltre la coscienza.
Sente che non riesce ad ostacolarla. Avverte crescere in lei il desiderio, prova a lottare con quel poco di volontà che le è rimasta, ma lei le parla da dentro la sua testa, la incita, la provoca, le fa vedere immagini che non può rifiutare e che aumentano in lei il desiderio.
Di carne. Di sangue.
Di carne fresca.
Ormai è tutto deciso.
Nessuno può fare nulla.
La vecchia e la creatura tengono a stento Akan, ma lo tengono, e lui si contorce e cerca di ribellarsi con tutte le sue forze.
Ogni suo piccolo pensiero è ormai perduto. Ogni capacità di comprendere, di vedere, di capire, compromessa.
Anche se lei non lo facesse, sarebbe condannato ad una vita da vegetale, rinchiuso in qualche sordido posto, ridotto a poco più di una cavia da esaminare e comprendere.
Lo guarda con sempre maggior distacco ormai.
Vede in un angolo Giovanni, appoggiato al muro, bagnato, atterrito, incapace di reagire.
Sa che non si muoverà. La paura sa essere un’ottima alleata. E’ già successo con altri.
Isa muove un passo.
Akan pare guardarla, sempre con quella smorfia dipinta sul volto. Quell’urlo di terrore inespresso. Pare quasi comico adesso.
Isa sorride.
E’ allora che accade l’imprevedibile.
Giovanni balza in avanti, vinta la sua paura, e con uno strattone violento allontana la vecchia e la creatura.
Akan pare riprendere coscienza di sé.
Giovanni lo afferra e insieme iniziano a correre per uno dei tanti cunicoli sotterranei.
Isa li guarda fuggire. Vuole lasciarli fuggire.
Ed ecco che la vecchia le si avvicina e le prende il viso con le mani.
E’ come ricevere corrente e una rabbia primitiva e ancestrale che la scuote nel profondo.
Ed è lei ad essere perduta.
Si lancia all’inseguimento, come una belva affamata.
- Dai. Lo troveremo un posto. – ansima Giuseppe, trascinando con forza Akan.
- Non ce… la possiamo … fare -
- Tu continua a parlare. E’ buio da far schifo qua sotto. Ma che ne sapevo io eh? Che ne sapevo? Oh Cristo –
- Tu ogni tanto parlami, non correre. –
- Parla, non ti perdo, parla –
Isa pare volare tra quei cunicoli. Li sente, avverte la loro paura, la loro fame di luce. Corre, trova un’altra curva, per ogni gesto del collo respira e manda aria con forza.
Tutto il canale è pieno dei suoi nitriti alti, brucia tutto ogni curva lascia sale, a mucchi, ogni passaggio.
- Che puzza fate, che puzza fate. Poveri voi, poveri voi. –
E’ la vecchia che le parla, che la guida.
Finalmente Giuseppe trova una piccola nicchia, un riparo.
- Dobbiamo fermarci . Ci troverà, ma se ci fermiamo un secondo forse troverà qualcun altro. Akan? Mi senti Akan? Oh Cristo! –
Akan è perso nei suoi pensieri. Ha lo sguardo fisso, non vede altro che i pensieri che si rincorrono nella sua testa.
-Dove sono chi sono questi qui… rilassati e respira rilassati e respira rilassati e respira… perché mi guardano in questo modo cosa sono quegli occhi… ho freddo i miei vestiti sono bagnati quanto tempo è passato non ricordo nulla… rilassati e respira rilassati e respira rilassati e respira… e questa puzza Giovanni chi sono queste facce di chi sono questi occhi… cos'è questa puzza… le energie sto recuperando le energie ma non devono accorgersene devo scappare devo andare via di qui mi uccideranno dove sono tutti gli altri cosa gli hanno fatto Giuseppe Giovanni dov’è Isa...
Giovanni rimane in ascolto. Non sente rumori, a parte un suono, quasi un fischio.
Pare un richiamo.
Deve uscire di lì e capire. Vedere se è possibile trovare una via d’uscita.
Forse non sono così lontani, sì, gli pare che fosse di là.
Guarda Akan e lo lascia per un secondo.
Esce dalla nicchia e si dirige verso la curva che ha di fronte.
Non sa cosa c’è là in fondo. La curva è troppo stretta.
La percorre lentamente, passo dopo passo.
Ed è lì che la vede. Accovacciata , accucciata su qualcosa.
Sente solo il suono come di qualcosa che succhia e strappa.
L’ultimo passo fa scricchiolare il suolo.
E lei si gira.
Il bianco degli abiti e del viso sembrano spettrali circondati come sono dal rosso.
Che cola, denso, umido.
Si alza, sorride e si passa, sensuale, la mano sulla bocca.
Poi, piano, ne lecca ogni singola goccia.