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How long.
[Vito il buco, la miniera]
Vito era un uomo. I capelli sono crespi, ma Vito cammina a lungo, lunghi giorni. non ci sono scarpe, solo in paese se ne parla. ma Vito cresce senza quell'idea. gli rimane lo sporco delle unghie a vita quando muore, Vito gli guarda le unghie alle mani, c'è ancora lo sporco vero e profuma della terra di quelle giornate.
Vito va alla miniera.
Vito è nato su un'isola, gioca a testa in giù ed i palmi delle mani sono piatti. sotto il naso la buchetta è umida e macchiata nonostante giochi come un pesce e se lo ricordano i suoi figli di come è agile. Vito, alla miniera, ha ingoiato molta cenere così la sua aria è consumata, i figli gli comprano un affare che gli inietta altra aria nei polmoni. Nella miniera ha conosciuto molti uomini. il ferro, la sabbia, la rena, la pelle, il cotone, la cipolla, i maiali pelosi, le bacche amarostiche, il sole, i peli, le unghie, le fave, la guerra, i soldi spugnosi di carta, la carne, li conosce. ha tempo per conoscerli tra la miniera e la casa. a volte ha avuto paura, ma un bastonaccio lo ha aiutato, col bastonaccio per gamba si è liberato la mente ed ha calpestato le fave la guerra e l'altro.
Poi, nella miniera, non ha avuto il tempo di pensarci.
Con gli altri uomini ha parlato di tempo nero, di ferro, di difesa, basta. non ha parlato d'altro. non è servito quel tempo per maturare menzogne. Vito nella miniera, osso di dita è stato un osso, un osso del dito, di una delle dita che ci sono state, che si sono partorite, che hanno fatto i popoli. Vito non ha cantato, ha usato invece la voce per gridare e per i rimproveri ai suoi ripetuti figli ed anche i suoi figli lo hanno urlato. Tra la casa e la miniera ha provato a spiegare quello che aveva tra le mani nere e sotto lo sporco delle unghie, e perché a tutti i modi i piedi rimanessero lisci come quelli di un ricco, e come si lavano le mani in una pozzanghera accanto alla strada. il fango avvelenato dalle gomme delle auto e dei camion che portano ferro non sporca. ed allora, per tutta la vita, le mani di Vito restano lisce, più di quelle velenose dello scheletro di un ricco, le unghie sono spesse, ma più profumate e nobili di quelle di quell'altro, che il fango se lo lascia sotto le scarpe.
In paese parlano della donna di Vito. Ha i capelli ricci, le guance rosse.
Di Vito, le piace come fa copasotto, come è un pesce e guarda lontano. la voce bassa, non la innamora e non la disturba, ma le fa parte del suo orgoglio. gli farà guidare la corriera, e lo spingerà a fare il funambolo ed a rubare felice i fichi e le pere selvatiche.
A nessuno, pare, viene in mente di offrire vino marcio a quest'uomo innamorato, fanno tutti una gran fila per avere la paga, poi si incontrano dall'oste del paese sotto alla miniera, scendono tutti dopo il lavoro, qualcuno offre da bere a tutti gli altri, una volta, due volte, fino a quanto si può immaginare di farsi la nottata a piedi fino a casa molti chilometri, tra un paese e l'altro.
Sull'isola, anche ora, tra un paese e l'altro c'è molta terra, molti cespugli di erba alta, più alta che in continente, più forte e più sola e tutti in compagnia creano il clima dell'isola lontano e lungo, dà il tempo per imparare le poche parole degli altri uomini durante la fatica, riassapora il gusto del carbone e dell'acqua amara, fredda. la frutta secca accanto alla polvere, sotto il sole, sotto la stoffa fine, sotto le api ed i mosconi, sui tetti delle case della moglie e dei figli. ma il sapore è ormai nausea, non se ne parla nemmeno, e gli ultimi parenti vivi di Vito arrostiscono il pesce, hanno imparato anche loro ed i pensieri hanno preso la forma delle abitudini affinate, i gesti fitti del risparmio del fiato e del tatto piccolo piccolo. ogni cosa è veramente al giusto posto suo, ogni fiore è veloce, ogni legno disposto simmetricamente e l'hanno tagliato ma non muore.
Nemmeno quando lo bruciano muore, nemmeno la cenere vola via. tutti i sassi dietro la casa di Vito sono lì per gli estranei e sono scomparsi per loro due, chi gli chiede gli chiede racconti affascinanti, chiede col riso sotto le labbra, vuole sentire ma dietro i denti già vuol sapere, solo loro due sanno ancora tutto. hanno seguito Vito tra le linee della terra lontana, avvicinarsi alla casa, nessun cane ha sentito la puzza del carbone mentre arriva. La moglie di Vito ha la mente altrove e non è contenta, preferisce un lavoro sulla corriera, quattro belle gomme dure sotto il sedere, un poco di pelle calda e la puzza: che vada tra i campi e che alzi la polvere sui contadini, tanto a lavare due o tre divise non cambia nulla, l'acqua c'è.
Vito lo sa che uscirà dal buco.
Vito lo sa che uscirà dal buco, non è tutta la sua vita, al massimo morirà lì dentro, ma per un incidente non per il tempo che passa. Va sotto e pensa agli angoli. gli angoli delle case nella discesa fino alla strada grande. I suoi angoli sono diversi, gli altri parlano poco e pensano male, fanno tutti gli angoli sbagliati, non usano il filo, non pensano ai muri accanto, parlano a voce bassa, qualcuno urla fino a farsi sentire da quelli che mangiano minestra e cipolla intorno al tavolo la sera. ma non pensa affatto. e poi non fa differenza tra gli uni e gli altri, la cosa comune è solo che fanno muri storti. Vito no.
ha un fratello nuovo, un cognato, un bel ragazzo, coi ricci morbidi e biondi, alto quanto lui, veloce, lavora molto e sopravviverà, resterà qui però, accanto alla casa anche quando Vito sarà andato via. Giovanni si chiama. Quando prendono la strada grande vanno assieme al Flumendosa pescano e nuotano si portano i bambini che ora non li considerano che carne grande mani pesanti fiato grosso. Giovanni va più profondo di lui, in miniera, non nella stessa, un'altra. Pensa agli angoli anche lui e dice Domenica ne parlo con Vito, questo gli dà il ritmo che tiene per sempre, il ritmo del cuore forte, per niente amaro.
Si pensano nel buco, l'uno all'altro, Giovanni a Vito, ne parleranno domenica, costruiranno.
•
Un giorno. Vito tornava dalla miniera, era sera e c'era ancora luce, non era caldo, non c'erano animali ai bordi della strada, le api e le mosche si sentivano come musica eterna nel fondo della bocca, la lingua di Vito si muoveva regolare dietro i denti e Vito seguiva la strada distratta dello sguardo. Aveva poco vino nella borsa, una bottiglia mezza vuota di acqua, il pane.
Passa vicino ad un sasso.
Dietro al sasso c'è la terra di una montagna che le ruspe hanno smezzato. si vede il marrone arrugginito delle macchine che hanno tirato su i sassi. Vito conosce tutti gli uomini che hanno lavorato lì, ora sono da altre parti. Davanti, sul sasso sul ciglio della strada, c'è un ragazzo, Andrea. Ha le scarpe, consumate.
Quando quella volte ci fu la neve, il padre di Vito fece due zoccoli per Vito. Allora non andava ancora nel buco della miniera, lo seguiva sulle strade strette e spinose delle montagne, verso il Flumendosa che era forte e freddo, pieno di pietre friabili, e portavano le capre lissù, il padre di Vito aveva già imparato il sapore delle capre, non portava il cane e mangiava fichi neri, più del bisogno, la carne la mangiava per natura, ma a Vito questo ha insegnato a contenere l'ebbrezza, ad inseguirla sul filo degli alberi delle foglie, a cavarne il frutto per strada, anche dalla corriera, a fermarsi quando i viaggiatori dormivano o erano svegli e prenderne dagli alberi puliti e sporchi, che la sua macchina sporcava. Ma da piccolo ancora no, non importava quanto la fatica delle gambe, allora si metteva un po' a testa in giù e girava su uno straccio, le capre scappavano un po' più in là perché lui s'accompagnava col fischio e suo padre rideva.
Una volta che nevicò, fu la prima volta che sotto i piedi Vito si ritrovò due legni. Eran belli lisci.
se li è legati ai piedi con un nastro di cuoio duro tra le dita e dietro il tallone, ha pensato che così dovrebbero essere i suoi piedi per sempre, lisci e sporchi, lo sporco sopra una pelle bianca velata, tesa, giovane, per sempre. Anche la voce, pensa Vito, mi deve restare così, senza cantare mai, usata molto ma piano, a volte sembra che sospiri tra quello che ha detto e quello che sta per iniziare a dire, tra la bocca ed il naso la macchietta raccoglie i fiati e li ammorbidisce, ecco perché la sua vera unica figlia gli dice Hai il naso un po' lungo ma mi piace, e si sforza per farselo diventare un po' così anche lei. Ci mette poco Vito ad abituarsi ai passi legnosi di quel giorno, la neve si scioglie presto, solo verso la fine vicino a casa si rimette a piedi nudi, perché passa quello della casa sopra la sua, che avrà una nipote di nome Greta, ma Vito non la vedrà mai, e gli dice che è goffo con quelle scarpe storte Già, gli dice, Hai le gambe storte, ma levati quei legni.
Invece quel giorno che Vito incontra Andrea seduto sul sasso è bel tempo.
Lo vede bene e da lontano, perché il sole sta scendendo. Lo guarda così, tutt'a un tratto, ritagliato davanti allo sfondo della miniera chiusa mangiata dalla campagna.
Gli pare improvvisa quella scena di un ragazzo seduto sul sasso, gli pare che lo aspetti per chiedergli di salire in corriera, sarebbe più semplice così, ma ora lui tra la mano ha solo il bastonaccio, nella sacca poche cose leggere. Non ha paura per nulla, non è tempo ancora.
Solo l'attenzione e le labbra rosse sotto la macchia si predispongono alle parole leggere, un po' crespe come i capelli, gli occhi sono bagnati il muso un po' gobbo per chiedere cosa accade, propensi in avanti Vito, con i soliti passi di papero basso.
non rallenta, non accelera
va verso la strada e taglia lo sguardo di Andrea, che lo aspetta.
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Quel ragazzo, non è vestito per quel tempo, ha un gilè corto su una camicia più larga del normale. È molto più alto di Vito, sorride stretto è lì già pronto a iniziare un discorso è lento a parlare come l'altro ma non nei piedi non nelle mani, non nelle membra ha i capelli morbidi perché li ha domati con anni di spazzola ha le unghie pulite ma la pelle sulle unghie è disordinata ha le scarpe del paese ha un libro bianco una matita nera, come il carbone prova a carbonare e fa macchie. Ha la postura calcolata un certo odio per gli uomini traversi i capelli e le spalle sporche di polvere. Dice di averle appena sporcate uscendo nell'ultima tratta della logica, nella campagna che si mangia i ferri dietro il sasso ora è qui ad iniziare il conto alla rovescia e una cascata, non si è accorto dello sciame d'api che spungola i fiori tutt'intorno e nemmeno i fiori e le bacche si è accorto, assorto ad aspettare il passaggio dell'uomo che guida in divisa. Gli fissa per primo il capo stempiato. non conosce la storia dei suoi capelli, non ha voluto vedere nemmeno una vecchia foto, nemmeno sedere al suo tavolo, nemmeno accettare un bicchiere di vino spunto, nemmeno mangiare le budella nell'aceto, il budello col caglio, il pesce arrosto poi gli è sempre rimasto lontano. a chi ha provato a raccontarglielo ha risposto col sorriso e si è ricalato nella tela.
Ha in mano un sasso bianco che gli fa polvere sulle punte fini. lo tira a Vito per fermarlo.
Che ne dirà Giovanni? e i figli, la vera figlia di Vito? fanno per un lungo pezzo la strada assieme. Andrea propone Facciamo un dialogo, tu rispondi alle domande che fingi di pormi, io indico il tema, tu parli io prendo parti del tuo discorso e le racconto, poi le canto, poi le fermo in un film.
Camminano fino alla strada grande, fino all'inizio della salita.
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Dopo molti anni, ci ritorno su quella salita. Non c'è più questa gente, ce n'è ancora pochi matti che adorano i bambini e non li hanno mai avuti, una donna con gambe grumose che non hanno più vergogna, i bottiglioni d'acqua si sono rifatti nuovi c'è una casa bianca troppo cemento accanto non è più tagliata l'erba, di là del vecchio muro dove appoggiava le scarpe. Mi siedo a mangiare il pesce.
Vito rientra tardi questa sera, arriva dall'altra strada, dice che ha fatto il giro dal fiume, che una corriera è rimasta infossata prima del ponte e non si passa, il ponte pare possa andare giù per la pioggia, io gli chiedo Se domani andrai a scavare, Se la pioggia non entra nel buco come fate tu come fai col fango e col bastone, Vito mi dice di un giovane che gli ha parlato di come morirà, non morirà nel buco, né per il fango. Morirà a testa in giù, come il suo gioco che piace a mia moglie.
Che ragazzo?
Andrea.
Andrea?
È un bel giovane.
Di dove?
Del paese.
Perché ti ha parlato, ti ha distratto? Ti piace cosa dice? ha un lavoro…
Vito gli parla del buco da dove è uscito e gli ha sporcato la testa di bianco, hanno smesso di scavarlo, il padrone non è di questa parte dell'isola, è del nord che stanno costruendo. I sassi non servono più, quelli di quì sono troppo friabili, hanno un colore arrugginito, troppo lavoro per poca sostanza, non ci costruiscono nemmeno più nulla, ha chiuso una mattina dopo un'altra di lavoro pesante, nemmeno una protesta. Andrea gli mostra una macchina fotografica.
Scrivi per i giornali?
La tiene senza piacevolezza, la tiene come se la pestasse tenendola, è nervoso ma non conta con l'occhio dentro ad un buco anche lui, non conterebbe si calmerebbe la mano l'occhio, il quadrato dentro cui metterebbe l'occhio gli restituirebbe un piano scremato: tante volte ho sperato che quel falso piano potesse curarlo fino alla verità, rendergli gli anni che non ha.
Vito si è fatto fotografare quando è nata sua figlia, in paese, la macchina era su un treppiedi, non così metallica, non era di questo metallo freddo e luminoso, questa affascina mette un po' paura, affascina come una pistola, è dura di metallo chiaro come una macchina in una vetrina della città.
Guarda Andrea, ora capisce perché ha un vestito così, il gilè la camicia. Levate le gambe, anche un bel giovane fa paura, fanno paura le spalle che non sono forti non sono tese come quelle di un soldato i capelli non sono inermi come quelli di un giovane soldato non ha il petto largo e piatto come nel diciotto, non ha un'arma scura e polverosa, il metallo non è ruvido. per questo hanno chiuso la miniera, per andare a costruire nel nord. La ruggine sui ferri della campagna è la più puntuale, dice il presente non il passato, non ricorda niente, predice il presente del presente che ora arriva oggi stesso, mentre si forma la ruggine centimetro dopo centimetro i ferri ricchi dei paesi arricchiti diventano lucidi, le macchine diventano lucide, dentro la custodia Andrea di pelle nera abbottonata. Non si tiene come la vanga la macchina fotografica di Andrea, non mangia profuma solo di uso di quello che si usa per far foto,di acido tirato per far foto, l'occhio guarda solo la prossima foto dal buco, le forbici tagliano la parte che l'occhio aveva salvato.
Salva spesso, non perdere altro sotto i tasti, un calo di tensione Vito e tutto il lavoro se ne va, i metalli nobili non serviranno più. Ride. Stagno, silicio, rame.
Andrea si rimette al suo fianco, col passo più lungo.
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Ho mangiato a casa di Vito on più casa di Vito, dopo molti anni ci ritorno su quella salita. Non c'è più questa gente. Ho messo i piedi dove ha fatto gli ultimi passi a piedi nudi.
Una notte, lo stomaco lo ha svegliato, il petto lo ha impaurito, ed ha cercato di fuggire nel posto della merda e dell'acqua, ed ha cercato di fuggire e liberarsi. Io non entro, non entro. Io resto a guardare, no non guardo nemmeno il legno della sua ultima porta non ricordo di guardare verso lì. Me ne ricordo dopo la vista è affumicata e così rido ed ho vergogna per cose inutili quella sera si mangia e chi messo il culo sul letto di Vito.
Voi avete levato finanche il segno da terra del suo piede quella notte.
Ho il naso lungo Vito, un po' spostato. La barba bianca un po' allungata, ma lo stesso la pelle resta morbida, non indurisce come la voce di Vito resta morbida.
È sudato e noi mangiamo,
i muri sono più bianchi che prima e noi mangiamo.
È di profilo e noi siamo seduti quì e mangiamo e due nuovi uomini stanno crescendo e saranno due nuove femmine.
Femmine, come tutti qui, voci grosse come tutti, sudore come tutti, mangiamo e tutti quì mangiano solo mangiano, non ricordano cosa mangiano e mangiano se stessi, e il corpo morto di Vito e lo sbranano.
Poi l'anima mossa della sua donna è chiusa nell'altra stanza, cos'è ora quell'altra stanza, neanche lì vado.
Quella no non si è fermata in quella stanza c'è ancora il vento di quel momento bianco, gonfio, che ha sbottato di giallo interno anche ad un altro petto sempre loro sempre suo sempre toccato ed appartenuto e si sono baciati sul quel petto il costato si sono tenute le mani ma cosa si differivano cosa capivano uomo e donna femmina e voce grande, è uscita fuori dalle sbarre dei denti femmina, altra cosa, altra vita.
La salita dalla strada dove Vito e Andrea comminarono,
gli zoccoli duri il piedi morbido,
la testa in giù,
un pesce nel flumendosa, giovanni,
gli angoli dritti il vino all'oste prima del cammino,
un sasso in bocca,
un sasso in petto, un colpo in petto,
un colpo sotto i piedi, la crosta, mangiamo, mangiamo. La logica quel giorno.
•
Mentre salivano quel giorno. Il passo di Andrea è più lungo, più lento e odioso ingenuo per sempre poi la maschera ha fatto il resto. Mentre salivano, le ultime parole Vito non volle ascoltarle, interruppe il gioco delle domande e della canzone e parlò ad Andrea del suo buco, per una sola ed ultima volta per sempre.
Vito: Oh.
Vito: Tutte le mattine parto da questa strada ho solo il bastonaccio. Non carta, non uova, non farina. Mi siedo prima dietro a quella frasca lì, La vedi? Scarico tutto il peso della sera del giorno prima, che non porto fino al paese, poi la montagna e tutto il sentiero. La terra quando raccoglie il mio sgravio poi lo assorbe e ne passa la parte liquida ai buchi sottili bagnati. E quel sottile, filo d'acqua scarto, dai canali della terra sotto di me, si sprofonda, e la strada l'ha aperta da tempo ormai, la conosce va spedita verso il basso. Sotto quel basso, sai che c'è una fine del Signore. Lì finisce dove finisce l'umido ed il nero, sotto non è vuoto, non è terra. Sotto c'è un popolo esiguo e pesante d'uomini. A bocca aperta, a collo stirato mento in su, occhi chiusi, naso sterile, la lingua un po' fuori a forma di mestolo. Sono uomini a forma col corpo cucchiaio, con la lingua raccolgono le gocce del nero che rifiltra dal basso il loro alto e cadono, quelle gocce e ne bevono fissi immobili a occhi chiusi senza respiro, sempre protesi nel presente.
Beve. Berrai.
Andrea: how long?