QUESTO PENSO
Mia
Bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibi.
Il primo pensiero che ti passa per la testa quando a svegliarti è il suono di una sveglia te lo scordi sempre un attimo dopo. Sai solo che probabilmente è stato una bestemmia, o comunque qualcosa di poco carino.
Mi sposto verso l’altro lato del letto, è freddo, ma resto lì. E penso. Anche fuori fa freddo, fuori dal letto, fuori da casa, ed è buio. Vorrei aprire gli occhi ma non riesco. Rimango immobile, e c’è sempre quel pensiero che si insinua, quel quasi patetico prendere in esame una possibilità che in realtà non esiste, quel voler pensare che invece è vero che l’alternativa c’è, che si può sempre e comunque scegliere di infischiarsene e rimanere a letto.
Cinque minuti, cinque minuti e mi alzo, tanto se mi addormento la sveglia suona comunque a ripetizione cadenzata finchè non glielo dico io.
Dannata tecnologia.
Bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibi.
Apro gli occhi, stordita e intontita, senza capire realmente dove sono o quanto tempo sia passato. E mi domando se fare il grande gesto di accendere la luce e tirarmi su, se non proprio in piedi, almeno a sedere, o se prendermi altri dieci minuti.
Bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibibì ... bibibi.
Cazzo.
Apro gli occhi.
Che ore sono?
L’ora che dalla sveglia si proietta sul soffitto incide il buio di un inquietante rosso scuro in cui leggo l’inequivocabile protrarsi dei dieci minuti.
Prendo il cellulare da sopra il comodino e illumino il display. L’ora, in questo caso, vegeta dieci minuti indietro rispetto al soffitto, mentre fuori il campanile batte i sui rintocchi. Un quarto d’ora avanti, o chissà, indietro, rispetto al cellulare. Cinque minuti avanti, o indietro, rispetto al soffitto.
C’è una certa confusione di orari in questa stanza, me ne rendo conto. Ogni sera vado a dormire pensando di sistemare tutto, ma, come molte delle cose che dovrei fare, viene sempre rimandata al giorno dopo.
C’è solo una cosa che questa mattina mette tutti d’accordo, soffitto, cellulare e campanile.
Sono in ritardo. Un ritardo che varia dai cinque ai quindici minuti.
Nella norma.
Niente di preoccupante, anche perché, a considerare attentamente la situazione, potrei benissimo essere in anticipo della stessa quantità variabile di tempo.
Ma lascio perdere, accendo la luce, starnutisco, mi tiro su a sedere, esito, getto il piumone lontano, tremo. Mi alzo.
E mentre metto su il caffè, sequenza di gesti che compio d’istinto, senza essere davvero sicura di farli, guardo senza riflettere l’orologio appeso al muro. Secondo lui potrei essere ancora nel letto. E mentre l’odore del caffè mi entra nel naso, e il freddo di questo freddo inverno mi penetra nelle ossa, mi faccio una domanda. Tutte le mattine la stessa.
Ma che cazzo di ore saranno? Dico, precisamente, al di là del mio disordine temporale, che cazzo di ore saranno precisamente?
Ma poco importa, in fondo, non è che un dettaglio. Qualunque ora sia dovrò comunque lavarmi, vestirmi, uscire. E sentire il ghiaccio tagliente ferirmi le guance e pizzicarmi gli occhi.
Mischio l’ultimo sorso di caffè con il primo tiro di sigaretta.
Attimo che ho sempre considerato carico di poesia. E me lo vivo quest’attimo, con il giusto rispetto che si merita. Non lo violo con pensieri concreti, non lo contamino con stupide questioni. Inspiro e lascio che la nicotina si mischi con la caffeina, chiudo gli occhi, li apro e butto fuori il fumo che non se ne è rimasto nei polmoni.
Poesia.
Mi alzo, barcollo verso il bagno e penso.
In fondo, quale posto migliore.
Dunque penso. Che mi preoccupo del tempo, quello segnato sugli orologi, solo quando i miei movimenti sono incastrati tra un’ora precisa e l’altra, solo quando quello che devo fare devo farlo in un dato momento. Né prima, né dopo. E mentre mi lavo i denti, e il solito conato di vomito mi rovina almeno il prossimo quarto d’ora della giornata, continuo a pensare. E penso che se non ci fossero gli orologi non ci sarebbero scadenze da rispettare. Né scadenze né orari. E il tempo sarebbe solo qualcosa da lasciar scorrere, senza bisogno di nient’altro, senza bisogno di controllarlo - misurarlo - spiarlo - sezionarlo - inseguirlo - anticiparlo. Penso che gli orologi deformino il tempo che, senza quei complicati meccanismi di rotelle dentate, resterebbe fluido. E non sarebbe mai né troppo né troppo poco. Non sarebbe mai né troppo presto né troppo tardi.
E poi.
E poi niente. Bisogna togliersi il pigiama, e mentre me sto seduta sui vestiti che dovrò indossare nel vano tentativo di scaldarli almeno un po’, decido quale parte del corpo congelarmi per prima, se le tette o le chiappe.
Bando alle ciance.
Sfilo i pantaloni del pigiama e infilo i jeans, freddi e inospitali. Veloce, per limitare i danni. Via la parte di sopra e, in sequenza, reggiseno - maglietta - maglione.
Zozzo mondo.
Non penso niente mentre mi infilo giacca, sciarpa, guanti e cappello. Quello che mi aspetta fuori dalla porta è qualcosa che supera ogni immaginazione e che annulla qualsiasi facoltà cerebrale, lasciando alla concentrazione tutto lo spazio necessario utile a raccogliere il coraggio di aprirla, quella porta.
Zozzo mondo infame.
E mentre mi avvio alla fermata del pullman che mi porterà alla stazione dove prenderò il treno che mi porterà dove devo arrivare, passo dal pensiero alla questione. Se non avessi costantemente un’ora a portata di sguardo, quanto del mio tempo passerei seduta al tavolo di cucina a fumare sigarette? Se sospendessimo il sezionamento del tempo buttando gli orologi in pattumiera, le cose sarebbero diverse? In fondo, senza orologi, si mangerebbe per fame, dormiremmo per sonno, ameremmo per amore. E allora, tutto il resto, può essere fatto solo per voglia? Il desiderio e la voglia possono sostituire gli orologi nella gestione degli affari della vita?
Domande difficili, me ne rendo conto, da farsi all’alba di un freddo giorno d’inverno aspettando un pullman che non è il primo e che non sarà certo l’ultimo. Mi stringo nel cappotto, mi accendo una sigaretta e lascio perdere.
Lascio perdere mentre la ragazza con il caschetto nero e gli occhi assonnati passa davanti alla fermata a bordo della sua macchina blu proprio un attimo prima che la signora con il piumino viola giri l’angolo trascinandosi dietro il fagottino di figlia che stringe nella mano il suo cestino rosa esattamente quando la signora del secondo piano del palazzo alla mia destra apre la finestra e mette le lenzuola a prendere aria sul davanzale.
In un susseguirsi di gesti giocati sulla precisione del secondo.
Qualunque secondo sia sui miliardi di orologi di questo mondo.
Perché se poi uno ci si ferma a pensare, su quanti orologi ci sono, sembra meno stupida la mia domanda mattutina.
Che cazzo di ore saranno, precisamente?
E se davvero nella vita sono le certezze a dare sicurezza io sono in una botte di ferro considerando che il vecchio signore con la coppola esce dalla casa alla mia sinistra sempre quando io metto il primo piede sul pullman.
Seduta al caldo, all’altezza della terza curva, quella in cui, in senso opposto, passa il fiorino bianco guidato dall’uomo con gli occhiali, riflettendo su questo, mi domando se sorridere o piangere. Se lasciarmi confortare da queste piccole ripetizioni quotidiane, da queste cadenza collettive, da questo grande enorme gigantesco orologio che sembra mettere tutto sulla stessa lunghezza d’onda, o se farmi prendere da un attacco di follia, alzarmi, avvicinarmi all’autista e spezzargli l’osso del collo lasciando che il pullman vada ad infilarsi dritto dritto nel fiume. Saluti e baci.
Scendo dal pullman, davanti alla stazione, domandandomi se sono abbastanza forte da spezzare l’osso del collo ad un uomo adulto e ben piazzato. Mi siedo in sala d’attesa giungendo alla conclusione che viste le mie ridotte dimensioni sarebbe forse più efficace spaccargli qualcosa in testa. Attendo l’arrivo del treno ponderando tra una chiave inglese e un volume dell’enciclopedia.
Attendo. E mentre attendo sto ben attenta a non farlo. Non devo farlo. Non devo assolutamente farlo.
Lo faccio.
Guardo l’enorme orologio appeso alla parete di fronte me.
E allora l’attesa, semplice scorrere del tempo, diventa tortura. Perché nell’attesa cadenzata dallo scorrere dei secondi di un dannato orologio la mente vacilla, e si squilibra. Vorrebbe abbandonarsi, la mente, occuparsi delle sue questioni, limitarsi ad aspettare, infischiandosene del tempo. Ma l’occhio cade sul satanico oggetto e l’attesa si fa ritmata, ossessiva, insopportabile. E il tempo non è più qualcosa che scorre, intorno, ma diventa quantità, diventa materia, diventa distanza da misurare, da colmare.
Non c’è modo di uscirne. L’ansia si arrampica, si appiccica, si insinua. Quasi fosse una febbre, un tremolio.
Il tempo, lui, quello vero, scorre, tranquillamente, ma tu, tu ormai sei dentro le lancette, inesorabilmente.
Tu, ormai, sei dentro la deformazione temporale molliccia e appiccicosa dell’attesa.
Frenesia sotto pelle. Tensione muscolare.
Noia.
Non bisognerebbe mai aspettare un treno per più di dieci minuti.
Almeno di non prendere a fiondate l’orologio.
Non bisognerebbe mai aspettare niente per più di dieci minuti.
Questo, penso, mentre salgo sul treno, a alla possibilità di comprarmi una fionda.
E sono sul treno, sul mio treno.
Mi siedo.
Vicino al finestrino.
Chiudo gli occhi, perché ad occhi chiusi si apprezzano meglio i rumori,
e il movimento.
Il rumore delle porte che si chiudono.
Il movimento della prima oscillazione in avanti che anticipa la partenza. La seconda, la terza oscillazione.
A volte servono anche la quarta o la quinta,
e alla fine il treno si muove.
Lentamente.
Velocemente.
Ecco.
Siamo partiti.
Ecco fatto.
Adesso si.
Perché.
In treno
il corpo si distende,
l’anima si solleva
e la mente esiste per quello che è,
muscolo volontario e involontario
che quando esiste per quello che è
vive di un equilibrio perfetto tra queste due proprietà.
E allora.
Solo allora.
Nell’arco di un’intera giornata.
Andata e ritorno.
Invisibile perfezione.
Quando il corpo si distende, e si sospendono i movimenti, e l’ozio diventa condizione non condannabile.
Quando l’anima si solleva, e si sospendono gli affanni e la serenità diventa condizione improvvisa e inaspettata.
Quando la mente esiste per quello che è.
Sul treno che è terra di nessuno, zona franca, sospensione temporanea della vita reale e del susseguirsi di pensieri interrotti e viziati, condizionati e recisi così come sono nel mondo fuori dal treno.
E tutto scivola sulle rotaie.
In una strana bolla di assenza di peso.
Tutto scivola sulle rotaie.
Tu, loro, le cose da fare, le cose da non fare.
In una strana bolla di assenza di responsabilità.
Quando la mente esiste per quello che è, muscolo volontario e involontario, e si sospende il mondo e l’equilibrio mentale diventa condizione assoluta.
Ed esiste per quello che è, la mente. E gioca, e pensa, e immagina, collega e scollega, intuisce e dimentica, registra e cancella, e seleziona, e ricorda.
Invisibile perfezione.
Perfetto.
Equilibrio.
La mente.
In treno.
E il tempo.
Fuori dal treno. E dentro. E fuori. E intorno.
Libero di scorrere.
E la mente immagina, e pensa, e quello che pensa, in treno, è possibile.
Passerò il resto della mia vita sui treni. Facendo ben attenzione a fare in modo di non doverne mai aspettare uno per più di dieci minuti.
La fionda, comunque, per sicurezza la compro.
Questo penso.