RISVEGLIO
Noise
Ho
aperto gli occhi, almeno questo è quel che volevo
fare.
Avevo quella pesantezza alla testa, quella pallina che
rimbalza nel cervello appannato, provocando eco che
risuonano nei timpani; sensazione che ritrovi quando
ti svegli a mezzogiorno dopo aver trascorso la nottata
a bere vinaccio.
I suoni sembravano amplificati, intensi e poi quel vento,
costante e avvolgente. Dov’ero?
Non c’era nulla di famigliare in quei rumori squillanti,
nessun odore che mi riconducesse a luoghi che avevo
gia incontrato.
Ho aperto gli occhi, questa volta davvero.
Tutto era verde, un verde intenso. Ero in un prato,
l’erba era alta, altissima. Dov’ero?
Mi sono portato le mani alla faccia, per stropicciarmi
gli occhi: mani grandi, grandissime, avvolgevano tutta
la testa, un gesto così comune, eppure così
nuovo… cosa stava accadendo?
Le ho osservate a lungo, stupito, incredulo per ciò
che vedevo, non poteva essere vero. Le mie mani erano
cresciute in maniera spropositata. Dita lunghe, affusolate,
unghie arcuate ed un sacco di peli.
Fu mentre osservavo l’abnorme medio della mano
destra che vidi nascosto proprio dietro un dito, una
fetta di almeno quaranta centimetri: era il mio piede!
“Panico! Che cazzo sta succedendo? Devo stare
calmo!”
Mentre pronunciavo queste parole mi accorsi anche di
quanto erano corte le mie gambe, non parliamo poi delle
braccia, quelle di un bimbo di dieci anni al massimo.
Ero un uomo in miniatura, ma con mani e piedi giganteschi.
“Nooo, nooo, qui devo fermare il cervello e tentare
di capirci qualcosa. Sono impazzito? Mi sono mangiato
un acido e non me lo ricordo? Mi hanno rapito gli alieni?”
Ero sempre più spaventato, decisi di richiudere
gli occhi e ricominciare da capo. “Uno, due, tre!”
Non era cambiato nulla. Allora mi sono alzato in piedi,
avevo la sensazione di essere sbilanciato dalla mia
testa.
La situazione era questa: solo in mezzo ad un bosco,
e questo sarebbe già stato di suo un grosso problema
da affrontare, con un corpo mutato da trascinarmi in
giro. Che fare?
“Da che parte vado adesso?”
Faccio per dirigermi verso un grosso albero quando al
primo passo spicco un balzo di un paio di metri. Riprovo
a camminare, lentamente, un piedone dietro l’altro,
ma dentro di me ho l’istinto di saltare, come
se quelle piccole leve fossero in realtà due
molle potentissime.
Provo a lasciarmi andare, ed ogni passo si trasforma
in un salto, ampio, con movimenti fluidi e naturali.
Affascinato da questa sorprendente novità, stavo
trascurando i miei piccolissimi problemi, ma non mi
importava molto, ora mi sentivo a casa, saltellare in
giro tra piante e arbusti mi sembrava la cosa più
ovvia da fare, e poi, era così divertente!
Vidi un simpatico ruscello, tutto quel saltare mi aveva
messo una gran sete. Era l’acqua più buona
e dissetante che io avessi mai bevuto. Ad un certo punto
mi ritrovai ad ammirare, riflesse nel fiumiciattolo,
le mie splendide orecchie appuntite. Orecchie appuntite?!?
Nuovo punto della situazione:
1 Sono solo in un bosco sconosciuto;
2 Ho le gambe e le braccia corte, facciamo cortissime;
3 Ho piedi e mani sovradimensionati;
4 Saltello al posto di camminare e correre;
5 Ho le orecchie a punta.
Nonostante queste mie considerazioni la situazione mi
sembrava alquanto buffa e non mi pesava affatto.
Perso com’ero nei miei pensieri, non sentii subito
il gran casino che proveniva da una zona più
fitta di alberi che si trovava alla mia destra; schiamazzi
e cani che abbaiavano; attesi un istante, forse qualcuno
che poteva aiutarmi, ma come? Non avrei terrorizzato
chiunque con quello strano aspetto?
Il latrare dei cani si faceva più vicino, che
fare? Scappare? Aspettare?
Ad un certo punto tra il vociare confuso, delle parole
più comprensibili: “Di la, forse ne abbiamo
trovato uno! Seguitemi!”
I dubbi non erano più molti, meglio sparire più
velocemente possibile.
Cominciai a fuggire, nell’unico modo in cui riuscivo,
balzi lunghi e rapidi, saltavo senza meta, massi e cespugli,
tronchi e fossi, sentivo i miei inseguitori, sentivo
i loro respiri sul collo, vedevo i loro denti, la loro
bava rabbiosa.
Scappavo e non sapevo neanche esattamente il perché,
ma sentivo che era l’unica cosa da fare.
Dovevo trovare un riparo, un posto dove i cani non avrebbero
potuto trovarmi, ma dove?
Attraversai un fiumiciattolo, saltando di pietra in
pietra, mentre correvo mi vennero in mente tanti racconti
che avevo sentito: i cani perdono le tracce, se in mezzo
al percorso che stanno seguendo c’è dell’acqua.
“Bene, cercherò un rifugio.” Mi fermai
un istante, vidi un grosso tronco cavo nella sua parte
inferiore. Raccolsi un po’ di fronde dai cespugli
intorno, mi infilai nell’antro oscuro ed utilizzai
le piante per coprirne l’ingresso.
Il mio respiro era ancora affannato, il cuore sembrava
esplodermi nel petto, non riuscivo nemmeno a sentire
i rumori che provenivano dall’esterno.
“Inspira…, espira…” cominciai
a rilassarmi, fino a raggiungere la normalità,
per quello che poteva significare in quel momento.
Ogni suono allertava i miei sensi, ogni rumore era un
brivido che mi percorreva la schiena, rimasi li, in
attesa, immobile, per un sacco di tempo. Mi sentivo
paralizzato, dalla paura e dalla stanchezza, l’unica
cosa che riuscì a distrarmi fu un ruggito, proveniva
dalla mia pancia, avevo anche una gran fame.
Non potevo uscire, ma anche se l’avessi fatto,
cosa potevo mangiare? Non ero mai stato un tipo appassionato
di natura, sopravvivenza e tutte quelle storie malate
che ne conseguono; rivolevo il mio asfalto, anelavo
il mio supermercato… con un gesto incondizionato
portai la mano alla tasca posteriore destra dei pantaloni,
quella dove tengo da sempre il portafoglio, in quel
momento realizzai che stavo indossando i miei vestiti,
quelli di quando ero grande. Ingombranti, immensi, pesanti,
ma erano i miei, quello era il mio odore così
come me lo ricordavo e non quello che sentivo ora annusando
la mia pelle. Tentai di adattarli alle mie nuove dimensioni,
in questo modo i miei movimenti sarebbero stati più
agili. Dopo questa ardua impresa, compiuta in quel luogo
angusto, stavo per ricominciare a pormi domande, ma
decisi che non era il momento opportuno. Mi concentrai
di nuovo sulla miriadi di suoni che s’intrecciavano,
quasi incantato, riconoscendo tra questi l’unico
che non avrei voluto. Chiaro e distinto sentii il latrare
dei cani, ogni istante più vicini.
Il respiro bloccato, il cuore pulsava isterico in tonfi
assordanti, ed io immobile paralizzato, in trappola.
Erano li, a pochi metri da me re, mi avevano trovato!
Dovevano essere una decina, di diverse taglie, sicuramente
non dei chiuaua. Ora stavano girando attorno all’albero,
cominciano a ringhiare, all’unisono. La mia fragile
porta crolla al primo tentativo d’intrusione,
in due infilano all’istante il muso nel mio inutile
rifugio, il più minuto entra anche con il resto
del corpo, mi afferra una gamba, poi, con tutte le sue
forze, mi trascina all’esterno e mi porta al centro
di una specie di cerchio composto da quel gruppo di
belve infuriate, poi mi lascia. Rimasero in attesa,
un’attesa snervante, ma che mi diede un filo di
speranza nel fatto che almeno non sarei morto tra i
loro denti aguzzi.
Iniziarono ad agitare le code, stavano arrivando i loro
padroni. Erano in tre, due rimasero indietro, il terzo,
un omino paffutello, si avvicinò e borbottò
qualcosa rivolgendosi agli altri due.
Con parole confuse tentai di spigargli quel che mi stava
accadendo, ma non mi capiva, anzi sembrava che proprio
non sentisse la mia voce. Prese il fucile, lo appoggiò
alla mia fronte, lo caricò, mi guardò
con i suoi occhi sottili, attese un istante, poi, premette
il grilletto: bum!
Un bruciore intenso e poi… il nulla.