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AIKA
Marcella Acone (Numero1)


Aika finalmente compiva 18 anni. Per lei, come per le altre ragazze, la maggiore età significava una soglia importante da varcare, ma in Aika c’era più che un vago sentimento di falsa indipendenza ad emozionarla: per lei era giunto il momento di un’importante decisione, praticamente preclusa ad ogni altra ragazza e cioè la scelta della carriera da intraprendere. Già, perché nel mondo di Aika le donne non lavorano, né hanno alcuna ragione per farlo: mantenute dagli uomini, che si occupavano di tutto, a loro resta il compito, o la professione, di Amante.
Invogliate dai modelli dei mass media e della pubblicità, e soprattutto dalla promessa di una vita comoda e senza responsabilità, poco più che bambine erano spinte presto ad agire e ad atteggiarsi come donne mature, maestre di seduzione. E così erano più o meno tutte le ragazze del paese, le invitate al diciottesimo compleanno di Aika.

Ma no, Aika, no, questo comportamento non l’aveva mai fatto proprio. Troppo abituata ad esso per disprezzarlo, tuttavia , grazie ai genitori, Aika aveva imparato le virtù più classiche e l’educazione migliore che potessero darle. La ragazza, cosciente della giustezza di quei principi, non aveva comunque potuto fare a meno di sentirsi quantomeno diversa dalle coetanee, e più vicina alle bambine che alle donne, di cui non aveva che l’età anagrafica.
Questo stato di cose, paradossalmente la normalità: in un certo senso lei doveva andare controcorrente, doveva essere sempre notata, e sempre decidere per conto proprio, secondo la propria educazione.

I pochi invitati adulti, erano in casa e di sicuro in compagnia di qualche ragazza che aveva altro per la testa che ballare, ritirati nelle alcove che ormai anche il più povero contava tra le stanze della propria dimora.
Fuori, al tepore del pomeriggio, i ragazzi si divertivano ballando, o servendosi al buffet. Le ragazze nei loro vestitini di seta, corti e trasparenti, avevano già i bei visi carichi di trucco pesante, e si muovevano in modi nell’intenzione provocanti, che in realtà risultavano generalmente ridicoli e volgari.
I ragazzi erano invece, senza alcuna logica, vestiti di abiti pesanti e coprenti: pantaloni attillati, tunica senza maniche e lunga fino a metà coscia, stretta in vita da una cintura, camicia larga a maniche lunghe , un mantello lungo fissato alle spalle da fibbie o bottoni, cappello di varie foggie e grossi stivali. Molti di loro al braccio, vicino alla spalla, portavano un anello, un grosso bracciale, che indicava il loro mestiere: essi erano servi in casa dei ricchi (detti Nobili). Alcuni di quei giovanotti dalle guance ancora infantili e dai capelli arruffati, già avevano dei figli, che chissà dov’erano…
I suoi 8 fratelli ballavano quasi in disparte. Si distinguevano anche da lontano non tanto per il colore bizzarro dei loro capelli, ma quanto per una certa aura di “unicità” che li contraddistingueva.

Adamo, il maggiore, aveva 24 anni, ed era tornato apposta per il compleanno di aika, facendosi dare un permesso speciale dal proprio datore di lavoro.
Piccolo, il secondogenito, da poco aveva terminato un importante studio, ed aveva gradito molto di poter essere presente alla festa, per potersi rilassare un po’.
La quarta, dopo Aika, era Deianira, di 13 anni, sempre in lotta con i numerosi pretendenti, e pronta a difendersi in tutti i modi; non di rado tornava a casa con qualche livido, provocatole da quello che fino ad un minuto prima era stato un ardente spasimante. Ballava piano, per non farsi vedere, tenendo stretti a sé i più piccoli.
I gemelli, Andromaca e Ascanio, di 12 anni, apparentemente ignari dei timori della sorella maggiore, scherzavano e si rincorrevano tra la folla, facendo chiasso e dando spintoni a tutti.
Erodoto, di 10 anni, era l’unico a non divertirsi troppo. Se ne stava appoggiato ad un muro, tutto intento alla progettazione di una fantascientifica macchina con le ali in grado di volare per davvero, e che secondo lui avrebbe potuto portare anche tutta la sua famiglia.
L’ultimo, Ettore, di 7 anni, imitava l’artista che dal grammofono cantava brani vari, e spesso non si rendeva conto che le canzoni diverse erano tutte agganciate tra loro, cosicché si ritrovare a cantare parole vecchie su basi nuove.
Erano tutti nati e cresciuti nella casa dei loro genitori, e già questo bastava a renderli strani agli occhi del resto del paese.

In genere, nel mondo di Aika, la gente fa figli quasi per caso; è un accidente puro e semplice, conseguenza di un errore in una notte di divertimento. I piccoli vengono affidati a qualcuno che poi li mandi in case specializzate, dove crescono senza radici né famiglia, sotto la tutela di anziane “madri” sconosciute.

La festeggiata, Aika, non aveva voluto né rossetto né trucco, più perché non le piaceva sentirlo sulla pelle, che per la sua voglia di andare contro le regole. Aveva però voluto cedere alla sua vanità femminile, mettendosi dei brillantini qua e là sul viso e sulle braccia.
Come le altre, indossava anche lei un vestitino corto di seta, secondo i dettami della moda, ma aveva scelto il modello con cura perché fosse verde pastello e coprente: lasciava ben scoperte le braccia e le gambe, e generose erano le scollature, ma era sempre troppo “castigato” secondo il tacito giudizio delle invitate. Invece il giudizio dei ragazzi era del tutto ignoto: se delle ragazze bene o male lei intuiva i gusti, il mondo maschile rimaneva avvolto nel più fitto mistero.
D’altra parte, spesso si era trovata a riflettere: con tante persone molto più facili e disponibili, chi di loro si sarebbe volto a lei?

Seduta ad uno dei tavolini presso il buffet, Aika aveva i piedi doloranti a causa del tacco troppo alto delle scarpe che, lei sola, mai aveva imparato a portare; pensava, come suo solito, seguendo a modo suo la musica ripetitiva. Rifletteva, soppesando e valutando la possibilità unica che le veniva offerta quella sera. Da tempo se n’era parlato in casa nelle riunioni di famiglia, anche in presenza dei fratelli, ma solo ora Aika ne era consapevole, essendo essa così vicina ed a portata di mano. Decidere in un senso l’avrebbe trasformata né più né meno come una qualsiasi altra ragazza; ma se avesse deciso nell’altro senso, avrebbe avuto accesso allo studio, ad un lavoro (impensabile per una donna!), e magari (e questo in realtà le premeva di più) all’incontro con un ragazzo, il Ragazzo Ideale, il Vero Amore.

Finora, in cento modi, era riuscita ad evitare di farsi coinvolgere dalle proposte di giovanotti annoiati e di uomini senza alcun profondo interesse, se non quello di divertirsi un po’, e così, all’insaputa della gente pettegola del paese, non era mai stata con alcun uomo.
Lì, su quel tavolino, nella musica troppo alta e vuotando un vassoio di patatine, Aika prese la decisione: avrebbe accettato la proposta di un fidato amico di famiglia, tale Tomtom Dai Bassi, di seguirlo e di farsi introdurre in una casa di Nobili come servo; si sarebbe travestita da uomo, mentendo sulla sua età. Lavorando avrebbe avuto accesso alle biblioteche e conosciuto lì qualche buon giovane… qui Aika sospirò… che non avesse una mente superficiale, ma che avrebbe saputo accettarla. E si sarebbe data a lui senza alcun falso pudore, e non risparmiando una sola stilla di quel prezioso sentimento, che nel suo mondo è così svenduto, ovvio e svilito di ogni valore e significato. Gli sarebbe stata sempre fedele, e con lui solo sempre sincera ed accondiscendente… A questo pensiero, Aika sentì il viso accendersi di rossore e, per non farsene accorgere da nessuno, si chinò sotto il tavolino per far finta di controllare le scarpe.

A tarda sera la festa finì, e la splendida luminosità primaverile, cedette il posto allla chiara notte dalla piacevole brezza, lasciando soltanto qua e là nel cielo tenui pennellate di rosa e violetto.
Salutati gli ultimi ragazzi, Aika entrò in casa attraverso una delle tante porte larghe e alte della casa colonica dove abitava con la famiglia. Era una grande casa,e, anche se piuttosto modesta, molto accogliente e pulita. La ragazza la considerava un po’ il suo regno.
Tra l’ingresso principale e il giardino si affaccendavano i camerieri per rassettare il buffet. Aika si diresse verso la sala dove c’erano i suoi genitori, che, nel vederla, sorrisero amabili. I fratellini ancora giocavano all’aperto, mentre i maggiori si defilarono, mostrando grande discrezione, e questo permise ad Aika di parlare con calma della sua decisione.
Si diressero tutti insieme in un piccolo salotto laterale di forma cubica, e, su poltrone semplici e spaiate, si sedettero. Tomtom era lì ad attenderli da un po’.
Aika trasse un respiro profondo e, come volesse concludere in fretta, disse d’un fiato: <<Ho deciso: accetto di andare a lavorare con Tomtom dal Duca Ardesi>>
I genitori di Aika si fecero seri. Tréy, una piccola e graziosa donna di cinquant’anni circa, la guardò fissa con i suoi occhi azzurri e penetranti, talvolta tormentandosi una ciocca dei capelli corti e corvini. Adamo, un uomo robusto e di circa dieci anni più vecchio della moglie, coi capelli rossi e gli occhi verdi, la scrutò a sua volta, più fiero della decisione della figlia che impensierito dall’esito incerto di quell’avventura. D’altra parte era un discorso già affrontato in precedenza, ed entrambi i coniugi erano sicuri e fiduciosi nei confronti della ragazza.
Più discosto dagli altri, Tomtom, un omone calvo e forte, ma dagli occhi vivi ed onesti, abbozzò un sorriso.
Adamo disse:<<Lo sai il rischio che corri e conosci il pericolo che decidi di affrontare se ti scoprono; hai riflettuto a lungo, e se questa è la tua decisione, io non ho nulla da obbiettare, Ghiunaika. Sarai sotto la protezione di Tomtom,ma lui non potrà esserti sempre vicino, perciò sii prudente e saggia più che puoi.>>
Tomtom seguitava a non dire nulla; Tréy invece fu breve:<<Noi saremo sempre qui. Al primo sospetto torna da noi.>>
Il padre concluse:<<D’accordo, ti diamo il permesso di partire, ma stai molto attenta… non telefonare, ma scrivici, così eviteremo di scoprirti sia qui, che dove abiterai.>>

Già, la loro famiglia era proprio atipica: non soltanto per il fatto che si potesse definire tale, ma i due coniugi Delive non avevano figli al di fuori della coppia, e, meraviglia, erano perfino sposati!
Chi ha bisogno del matrimonio in un mondo dove l’amore dura soltanto una sera?

Tomtom, per parlare, prese a scrivere sul suo blocchetto, poiché era muto dalla nascita; lo mostrò prima ad Aika e poi agli amici:
<<Tra tre giorni esatti tornerò a servizio dal Duca. Per quel giorno dovrai prepararti una storia convincente che assicuri che sei un ragazzo; ti ho già portato degli abiti maschili, a cui dovrai abituarti, e, in ultimo, dovrai trovarti un nuovo nome.>>
Appena lette queste righe, scritte in fretta eppure così chiare, Aika rifletté ironica:
<<Di certo non potrò farmi chiamare Aika, che vuol dire “donna”!>> Sorrise un po’, ma cosciente che il fatto era fin troppo serio per scherzarci così sopra.

Per tutto il tempo che le rimase, Aika si scelse un nome nuovo, uno molto particolare, trovato in un vecchio fumetto che leggeva da bambina; si provò gli abiti e fu aiutata dai genitori a rendere l’inganno perfetto. Tutto sotto gli occhi dei fratelli minori, che a turno venivano beccati a sbirciare in camera della sorella maggiore, e tra i consigli più o meno assennati che di volta in volta Piccolo e Adamo le davano.

Il momento della partenza arrivò prestissimo. A notte alta Tomtom venne a prenderla. Aika aveva già indosso la tunica, il mantello, i pantaloni (allargati ed imbottiti dove serviva) e gli stivali.
Aveva salutato i fratellini quel pomeriggio, mentre i genitori e Adamo, Piccolo e Deianira erano rimasti svegli fino a quel momento. Tuttavia il distacco rendeva ogni saluto troppo breve ed ogni frase troppo povera per renderlo meno doloroso.
Alla piccola Deianira sembrò di sbirciare nel proprio futuro, e, alla partenza, abbracciò la sorella più forte e più a lungo di come avesse mai fatto in precedenza.
Aika caricò le valigie con l’aiuto di Tomtom, che poi si sedette alla guida. E in un momento erano già in viaggio.
Aika lasciava il villaggio natale disperso tra le montagne come fosse stata una ladra: di notte, travestita, in fretta. Queste sensazioni contrastavano con la sua convinzione di essere nel giusto, e il fatto che fuori c’era tutto il mondo pronto a smentirla di certo non rendeva le cose più facili.
Persa nei suoi pensieri, Aika non spiccicò parola, mentre Tomtom, accanto a lei, guidava sicuro. Ogni tanto la ragazza tirava fuori da una borsa un cappello e si guardava nello specchietto retrovisore: ora provava uno dalla lunga piuma, ora uno lungo e cascante… Tante volte aveva visto i suoi amici con quei copricapo in testa, eppure lei, così agghindata, continuava a sentirsi ridicola e a disagio.
Spezzando il monotono canto del motore, d’un tratto Aika chiese a Tomtom (continuando a guardarsi): <<Devo togliere gli orecchini? Cosa ne dici?>>
Tomtom, con un’abilità quasi diabolica, continuando a guidare scrisse sul blocchetto:
<<No, quegli orecchini vanno bene, molti ragazzi li portano ad entrambe le orecchie. Alcuni servi si dipingono gli occhi o fanno crescere i capelli: non è di certo quello il problema.>>
Guardando sempre verso la strada, continuò:
<<Ora dobbiamo occuparci della storia da raccontare al Duca. Me la ripeti per favore?>>
Aika si voltò anche lei verso il parabrezza e, fissando la linea nera che divideva le due sezioni del vetro, inspirò bene e partì:
<<Io sono Rigodòn Delive, della provincia di Armonica. Ho quasi quindici anni; questo cognme l’ho preso da mia madre… ci sono tanti Delive dalla Casa da dove provengo…>> fece una pausa e continuò <<… la casa dove sono cresciuto è diretta dalla Madre Nora, lo stesso posto da dove viene il signor Dai Bassi, e dove lui mi ha conosciuto. I miei interessi sono…no… a me piace ascoltare i programmi radio, so un po’ leggere, scrivere e mi piace disegnare. Mi piacerebbe avere accesso alla Sua biblioteca, signor Duca. In cambio la servirò fedelmente…>>
Tomtom annuì, poi aggiunse un altro paio di righe:
<<Va bene così. Cerca di essere convinta di quello che dici: la prima impressione è quella che conta. Il resto ce lo metterò io.>>
All’alba arrivarono al porto di Pharos. Scesero dalla grossa auto, che somigliava più ad una carrozza, e, coi bagagli in mano, andarono a prendere la nave. Per la prima volta Aika doveva portare le valigie da sé, ma questo, pensò, era il minimo prezzo da pagare per avere un’opportunità in più. Un’altra cosa provocò nuove riflessioni nella ragazza: da donna non aveva mai dovuto pagare nessun biglietto, poiché alle donne nel mondo di Aika basta mostrare una carta di identità particolare, che reca nome, cognome e, al posto del nostro “nubile” o “sposata”, portava la scritta “fertile”o sterile”, e con in basso una casellina con l’eventuale numero di figli.
Questa era una vera barabrie per Aika e la sua famiglia, che vedevano in questo un’offesa alle donne e un considerare i figli come il numero in una lista e niente di più. Purtroppo era consuetudine per chiunque altro.
Aika ora invece portava documenti falsi e soldi alla mano, e stentò a provare indifferenza per quel gesto per lei così straordinario. Era come se si sentisse già più libera di prima.
Certo, ora doveva recitare una parte, interpretare un’altra identità e l’attendeva una vita estranea…Tutto però era più lieve da sopportare, se pensava ad i suoi obiettivi, primo fra tutti (e a stento accennato alla sua famiglia e a Tomtom) la ricerca del vero Amore.

Sbarcati verso le 10 del mattino, i due affrontarono altre due ore di viaggio, al termine delle quali finalmente arrivarono al paese dove srorgeva la dimora del Duca Ardesi.
Quando si rese conto che quelle che costeggiavano non erano le mura della città ma quelle del castello, Aika ci mancò poco che svenisse: non aveva mai visto nulla di più grande della sua casa, che, sì era grande, ma al confronto poteva sì e no essere una stanza di tutto quell’enorme complesso di fabbricati.Era tamente grande, talmente immenso da non potersi in nessun modo comprendere con un solo sguardo.
Tomtom fece strada e la condusse attraverso una porta così piccola e mimetizzata che non sembrava affatto appartenere a quella grandiosità che ancora la sovrastava.
Entrarono in un corridoio, che presto si allargò in una sala. <<Questa è la sala comune dove si riuniscono i servi, ma più spesso ci si ritrova nella taverna giù in paese.>> scrisse Tomtom.
Qualcuno, tra i gruppi di servi, lo salutava, ma in generale sia lui che il suo meravigliato compagno di viaggio erano ignorati. Aika pensò che probabilmente erano abituati a veder entrare per quella porta facce nuove reduci dal primo incontro con le mura immense.
Aika notò che tutti portavano alle braccia gli anelli, e che anche Tomtom nel frattempo li aveva indossati; erano tutti color rame. Ogni Nobile aveva un suo colore, e quel rame alla ragazza piaceva molto; un po’ meno il fatto che fosse sempre obbligatorio portarli sui vestiti.
Non badò più ai suoi pensieri e meno che mai alle stanze che stavano oltrepassando: lo stomaco le si strigeva… avrebbero incontrato il Duca in persona, e lei temeva che di certo qualcosa nel suo aspetto o nella sua voce l’avrebbe tradita, mettendo nei guai Tomtom e facendo la peggior figura che mai una donna potesse fare. Così prese a ripassare le cose da dire ed a cacciar via quelle da tacere; ricordava gli atteggiamenti da evitare e cosa sarebbe stato opportuno imitare dagli altri ragazzi…
Non se ne accorse neppure quando si trovarono faccia a faccia col Duca.
<<Buongiorno signor Duca>> scrisse Tomtom sul suo blocchetto e facendo un profondo inchino.
<<Buongiorno signor Duca!>> lo imitò Aika, alzando la voce un po’ troppo e diventando rossa all’istante.
Il Nobile, abituato a scene del genere da parte di servi novellini, non ci badò, e prese a parlare con Tomtom.
Dopo un po’ sembrarono dimenticarla, ed Aika ne approfittò per guardarsi. Sembrava un po’ inverosimile che potessero darle 15 anni, e pure da ragazzo, tuttavia aveva pur visto tante persone altissime proprio di quell’età… Ecco, la tunica. Era larga, nascondeva le forme che (<<Per fortuna!>> pensò Aika) non erano affatto prosperose… i pantaloni…no, andavano bene, nonostante fossero sempre troppo attillati per il suo occhio… Ecco, il mantello le dava sicurezza: i fianchi tondi erano nascosti proprio da esso.
<<Come ti chiami, giovanotto?>> chiese il Duca ad Aika con voce amabile, e, tirata giù bruscamente dalla sua nuvola di pensieri, la ragazza si stupì della naturalezza con cui rispondeva alle domande del Nobile, e di come riuscisse a rendere tanto verosimile quel mucchio di storie inventate ad hoc soltanto pochi giorni prima, a tavolino con Tomtom.
<<Bene, Rigodòn. Per oggi visiterai le stanze della servitù e quelle a cui ti è permesso accedere. Ti spiegheranno quali mansioni dovrai svogere e dove alloggerai. Ecco, Duncan ti farà da guida>>
<<Grazie signor Duca!>> fece entusiasta Aika, che soltanto allora, all’inchino di commiato, si tolse il cappello (<<Eppure glielo avevo detto di levarselo PRIMA!>> pensò con rimprovero Tomtom), rivelando l’arruffata chioma bruna e rossiccia. Il Duca notò che sembrava che sulla testa del ragazzo fossero stati mischiati male due colori a tempera: c’erano ciuffi bruni o nerissimi, e, a casaccio, spuntavano ciuffi rossicci o rosso acceso.
Chiamato per nome dal Duca, si avvicinò il ragazzo che avrebbe fatto da guida ad Aika:
<<Sei Rigodòn, vero? Che buffo nome! Io sono Duncan Arvèda. Vieni con me.>>
Si inchinarono al Duca, salutarono Tomtom ed Aika seguì il nuovo venuto.
<<Sono appena arrivata che già mi separano da Tomtom…>>

Mentre la ragazza trascinava i suoi bagagli, Duncan parlava a raffica:
<<Sarai stanco per il viaggio, vero? Ti mostrerò in fretta le stanze e poi ti darò le chiavi della tua camera, così potrai riposarti. E stasera andremo a divertirci alla taverna della Luna Rossa. Ti piace la birra?>>
Aika era travolta da quel fiume di parole, tanto che del giro le rimasero poche immagini staccate e confuse. Molte chiacchiere dopo, finalmente la ragazza poté sapere dove avrebbe dormito…
<<Per quanto tempo?>> si chiese, ma la stanchezza le impedì di rimuginare oltre.
Duncan fece per andarsene:
<<Ci vediamo stasera, Rigodòn, e ti presenterò gli amici… e le ragazze!>> e salutò, alzando il mignolo della destra.
<<Che strano gesto…>> rifletté tra sé lei, quando la porta della sua stanza fu richiusa.
Guardò la camera: piccola ma confortevole, e quella porta in fondo doveva essere un bagno privato, ma ora era troppo stanca per andare a controllare. Stava per gettarsi sul lettone accogliente, quando qualcuno bussò alla porta. La ragazza sperò con tutto il cuore che non fosse di nuovo Duncan per parlarle ancora di chissà cosa; invece era un altro servo, con in mano un metro da sarto, che, senza dire ‘A’ le misurò la circonferenza delle braccia, su cui poi sarebbero andati gli anelli di rame. Poi com’era entrato, così uscì. Aika si lasciò cadere sulle morbide coperte e presto si addormentò.

All’ora di pranzo Duncan bussò alla porta. <<Ciao, amico!>> disse ad un’Aika che era ancora per metà nel mondo dei sogni. Senza badarci, entrò, e le mostrò praticamente incollandoglieli al naso i suoi nuovi e fiammanti bracciali color rame.
<<Già sono pronti?>> biascicò lei, con la bocca impastata dal sonno, mentre si alzava.
<<Sì>>, rispose Duncan <<e su misura!>> E senza alcun preavviso glieli mise addosso. Fu una sensazione sgradevole sentire il metallo chiudersi sulla stoffa della camicia e toccarle, freddo la pelle. Ma più ancora lo fu il rendersi conto di essere diventata proprietà di qualcun altro…
<<Ci farai l’abitudine. Ora andiamo a pranzo, ti presenterò gli altri>>.
Senza neppure darle il tempo di sciacquarsi la faccia, Duncan portò Aika nella mensa della servitù.

Nella grande sala c’erano duecento e più ragazzi, chi ai tavoli, chi in fila per ricevere la propria parte dai cuochi.
Aika notò che tutti erano più o meno vestiti come lei, e non solo: c’erano alcuni che portavano luccicanti gioielli, altri avevano il viso o i capelli tinti, e lo stesso Duncan, che le faceva strada, aveva i capelli biondi lunghi tutti ondulati, probabilmente passati con la piastra. La ragazza calmò la sua apprensione: <<Di certo>> pensò <<se qualcuno mi noterà per qualcosa, non sarà per la frivolezza femminile, ma forse per la troppa semplicità!>>
Si sentì ancora più tranquilla quando vide tutte quelle facce accoglienti man mano che Duncan le presentava i compagni di servizio.
Nomi, facce, colori… una tale varietà, che nessuno avrebbe mai potuto sospettare il genere d’imbroglio che Aika stessa impersonava.
Durante il pranzo, fu felice di non essere bersagliata dalle numerose domande che invece era convinta che le avrebbero fatto, e, a parte certe battute pesanti, a cui doveva cercare di non arrossire troppo, i discorsi furono oltremodo leggeri e piacevoli.
Ad un certo momento, Aika chiese: <<Ci sono posti interessanti qui in città?>>
Per risposta, fu sommersa da un coro di risatine ironiche (<<Eppure non mi pare di avere detto chissà cosa…>>)
Un tipo pallido e tanto magro da sembrare malato le spiegò: <<Vedi, amico, forse non lo sai, ma quella che tu chiami città non è che un mucchio di tre o quattro palazzi. Si può dire che c’è più gente nel castello che fuori. L’unico posto dove puoi fare qualcosa di divertente, o, come dici tu, interessante, è la taverna della Luna Rossa. Ci andiamo stasera.>>
Sul momento Aika non si seppe spiegare come mai da quel discorso la città apparisse poco più grande del suo villaggio. Forse si trattava di un argomento troppo serio, per niente adatto al gaio e chiassoso chiacchierare dei compagni, e così si spiegò quel fatto solo durante il pomeriggio, mentre Duncan le mostrava le stanze degli ospiti.

Nonostante la dilagante ed imperante libertà di costumi promossa da una pubblicità sempre uguale e dai modelli imposti dai media, la popolazione della regione stava costantemente diminuendo: da un lato nelle campagne e nei piccoli centri, la disinformazione faceva sì che per errati e troppo leggeri comportamenti, si diffondessero malattie e che si acuissero tare ereditarie, a danno delle nuove generazioni; dall’altro, nelle città, meglio informate, la gente ricorreva ai più diversi metodi per evitare di avere figli, alleggerendosi così la coscienza, affidandosi a pillole e a strani medicinali di dubbia provenienza. Tra prematuri decessi e scarsità di nuove e sane nascite, tra mancanza di famiglie e l’abbandono dei figli a se stessi, ogni nuova generazione si affacciava ad un futuro sempre più precario; il tempo sarebbe presto venuto ad esigere il riscatto di comportamenti frivoli, dissennati e lascivi della generazione precedente.
Aika in verità si stupì di non averci pensato prima: tutto questo le era apparso ben chiaro molto prima che le fosse data la scelta della professione. Nonostante tutto, ciò che l’aveva spinta all’inganno e alla menzogna non era uno scopo nobile o umanitario, ma era la sua ricerca del vero Amore; i suoi sogni rosa avevano fatto di lei un inconsapevole scoglio contro l’onda anomala dell’estinzione.

Mentre attraversavano corridoi sfarzosi e luminosi, decorati di quadri di paesaggi, Duncan ed Aika superavano varie porte chiuse, da cui si poteva intuire piuttosto chiaramente cosa stava accadendo all’interno delle stanze. Il ragazzo indicò ad Aika una porta in fondo al corridoio, più maestosa delle altre, con i due battenti decorati in oro, e le spiegò: <<Quella è l’alcova privata del Duca. Lì accoglie le sue ospiti, che sceglie sempre lui…>> e, rifacendo il gesto del mignolo, concluse <<…donne di rara bellezza!>>
Aika finse di interessarsi alla cosa, anche se in realtà in cuor suo ringraziava il cielo di non poter neppure visitare quel luogo.

Quella sera, in taverna sembrava esserci una festa: tavoli stracolmi di uomini e ragazzi (per lo più servi del castello) e garrule dame dal riso facile. I camerieri si destreggiavano tra la folla, mentre dalle radio sparse un po’ ovunque, una voce annunciava agli ascoltatori che per conquistare una donna, dovevano sempre sintonizzarsi su quel canale.
Nella ressa all’ingresso, Duncan avvertì gli amici di aver trovato il loro tavolo miracolosamente libero. Presto tutto il gruppo di Aika prese posto. La ragazza non gradì troppo che da nessuna parte vedesse Tomtom.
Quando tutti si furono sistemati, un ragazzone di diciassette anni, tutto rasato, tatuato sulla guancia destra e dalle orecchie brillanti di piercing, parlò ai ragazzi, riuscendo a sovrastare il chiasso:
<<Stasera c’è un’iniziazione!…>> Aika già intuiva di essere il “piatto forte” della serata. <<…Dobbiamo dare il benvenuto a Rigodòn di Armonica!>> Tutto il tavolo gridò ed applaudì, e fortunatamente nessuno si accorse del rosso imbarazzo che aveva invaso la faccia del festeggiato.
Come se tutti nel locale già sapessero cosa fare, al loro tavolo arrivarono presto dieci enormi boccali di birra fresca e schiumosa. Accanto ad Aika, un ragazzo di nome Marzio le chiese ridacchiando: <<Ehi, a te piace la birra?>>
<<Perbacco!>> rispose lei, contenta e divertita come mai della propria situazione: davvero la birra le piaceva tanto. Allungò il braccio, prese un boccale e si accinse a bere, ma il ragazzo calvo la bloccò: <<No, no, no! Devi rispettare le regole.>>
<<Regole?>>
<<Sì. L’iniziando si alza in piedi e beve tutto d’un fiato>>
Aika sperò fino all’ultimo di avere capito male, ma non trovando conferma di questo, dovette immediatamente risolversi ad alzarsi. E ad eseguire. Col boccale in mano ebbe il tempo di osservare i colleghi che la fissavano in religioso silenzio (sentiva più quello, che il chiasso tutto attorno…):
c’era Duncan che le faceva “Ok” coi pollici; Saro, il ragazzone dei piercing, la osservava serio e quasi solenne; Marzio, accanto a lei, ridacchiava già, e poi tutti gli altri.
<<E sia!>> pensò decisa… in fondo cosa le avrebbe fatto un po’ di birra? E in un colpo solo ingollò il suo boccale, versandosi un po’ di schiuma addosso.
<<Olé!>> gridarono in coro i ragazzi, e Aika, già un po’ intontita, commentò: <<Squisita!>>
Posò il bicchiere, credendo che la commedia fosse già finita… ma il compagno di destra le sostituì il boccale vuoto con uno colmo. Fu allora che la ragazza si rese conto del gioco, e di come ci era cascata… di come tutti a quella tavola, perfino il ragazzetto lì in fondo, la stessero usando come loro passatempo.
Con uno sguardo contò i bicchieri che le rimanevano, e per un attimo nei suoi occhi passò un lampo di puro terrore, che mascherò lesta. Ma non le riuscì più di sorridere come prima.
Sempre in piedi, scolò anche il secondo; <<Olé!>> gridavano i compagni, esortandola ad essere uomo nell’impresa.
Un terzo boccale già sembrava attenderla, mentre la vista le si confondeva, facendolo sembrare davvero dotato di vita propria, e che davvero l’aspettasse, sadico, al varco.
Stentava a stare in piedi, ma era piuttosto abile nel mascherarlo, ma per quanto ancora? La mente, intanto, non ancora del tutto annebbiata, le gridava: <<Speriamo che finiscano presto!>>, e giù il terzo boccale.
I ragazzi si passavano di mano in mano i bicchieri vuoti, senza toccarli, e quelli, come mossi da sé, finivano davanti ad Aika, che iniziò a sentirsi come un automa costretto a fare sempre lo stesso gesto.
Al quinto già stentava a non mugolare o a fare versi troppo acuti, che avrebbero potuto tradirla.
Tentò disperatamente di bloccare il “gioco” a metà, cercando di sedersi, ma ai lati i compagni glielo impedivano, mentre il resto della banda protestava forte. Saro, sempre con voce imperiosa ed amabile le disse: <<No, caro, niente furbate: ce ne sono altri quattro che devi finire e infine c’è il tuo, l’ultimo. Allora potrai sederti.>>
Tra le grida e i fumi dell’alcool, Aika già vedeva a macchie, e le orecchie le rimandavano i suoni come di nastri sonori arricciati.
<<Traboccherò>> fu l’ultimo pensiero distinto, prima di finire un altro boccale e poi un altro ancora.
Fu capace di finire tutta la serie. Ma al momento di sedersi, tra le feste e gli applausi della sala intera, cadde di schianto sulla sedia, rischiando di finire schiena a terra.
Marzio, accanto a lei, cercò di scuoterla battendole forti manate sulle spalle: <<Hei, Rigodòn, sveglia! Adesso vedrai che ti passa tutto con un bel…>> Neppure ebbe finito di parlare che Aika, completamente persa, si lasciò scappare il rutto più sonoro e volgare della sua storia. Tutti i ragazzi, anche dai tavoli vicini, erano in estasi, gai ed appagati, come se avessero ascoltato la buona novella.
Aika però non si svegliava.
<<Rigodòn, sveglia… No, questo qui è partito…>>
<<Rigodòn, non si sviene per quattro gocci di birra!>>
Niente. Neppure se l’avessero chiamata col suo vero nome si sarebbe mossa.
Tra gli applausi dell’intera taverna, i ragazzi dovettero risolversi a trascinarla fin dentro al castello, tirandola per le braccia e reggendola da sotto le ascelle. I piedi le strisciavano inerti a terra, mentre veniva trascinata attraverso la sala comune e poi verso la sua stanza.
<<Non abbiamo la chiave della sua camera!>> disse una voce.
<<Frugatelo e trovategliela!>> rispose un’altra.
Aika si scosse: non doveva permettere loro neppure di sfiorarla, troppo pericoloso! Sorretta dai ragazzi ai lati, tirò da una tasca le chiavi della stanza… per poi riafflosciarsi di nuovo, rischiando di finire a faccia per terra.
Presto poggiarono la ragazza sul letto, le misero le chiavi in mano ed uscirono silenziosamente, chiudendosi la porta alle spalle.

Il giorno dopo Aika si svegliò con la bocca tutta amara e con le chiavi nelle mani, tanto strette da farle male. Aveva un leggero mal di testa e stentava a ricordare in ordine i fatti del giorno precedente… barndelli del viaggio in nave… la stanza privata del Duca… le raccomandazioni di Tomtom, distrutte poco prima di entrare al castello… gli anelli e le chiacchiere di Duncan…
Distrattamente guardò alla piccola finestra sul letto. <<E’ già giorno!>> scoprì sbadigliando.
Con calma assurda e incosciente si chiuse nel bagno ( rimanendoci parecchio, vista la quantità abnorme di birra che le avevano fatto tracannare la sera prima ), poi si cambiò con uguale serafica lentezza. Uscì dalla stanza, chiudendola con cura a chiave, e si avviò per fare colazione… o, almeno, lei andò al refettorio per questo. Già per le scale notò che troppo silenzio regnava in un luogo che solitamente aveva le pareti impregnate del chiasso; quando vide le file di tavoli vuoti, soltanto allora, ebbe l’illuminazione di guardare un orologio. <<Le undici?!?>> gridò alla stanza vuota, che le rispose con l’eco.
<<Oddio, il lavoro! Mi manderà via prima ancora di avermi messo alla prova!>>
Corse immediatamente dove sapeva che due ore prima ci doveva essere stato l’appello di tutti i servi della sua squadra. Arrivata alla grande sala, inchiodò come se avesse avuto le calamite ai piedi, e con stupore ed imbarazzo, trovò ancora tutti schierati lì. E di fronte alle righe ordinate di berretti e anelli di rame, c’era il Duca in persona.
<<Proprio stamattina lo faceva lui l’appello. E’ rimasto qui per tutto il tempo?…>>si chiese lei, togliendosi il berretto e avviandosi senza rumore ad un capo della fila.
In attesa. Già si immaginava la scena: il Duca che le si rivolgeva col suo tono cordiale e pacato e la invitava a tornare alla casa da dov’era venuta, perché lì non erano ammessi ritardi.
Il Duca in effetti le si avvicinò, ma, quasi amichevole, si rivolse a lei, facendo in modo che tutti lo ascoltassero: <<So cosa è successo ieri.>> Aika non respirava quasi, tenendo stretto il berretto tra le mani. <<Sciocchi! Farti ubriacare! Per punizione ho fatto stare tutto il gruppo qui, finché non ti svegliavi. E le paghe per il lavoro non fatto saranno loro sottratte.>>
Aika era ancora in profondo imbarazzo, ma di certo molto più sollevata: non sarebbe stata rimandata a casa, non avrebbe dovuto costringere di nuovo i genitori a montare una nuova commedia, e stavolta senza Tomtom, per mandarla a lavorare come servo in un altro palazzo di Nobili.
Le parole <<Scusi, signor Duca>> le scapparono dalla bocca, come se qualcuno gliele avesse tirate da dietro.
Il Nobile le disse: <<Non è stata colpa tua. Ma la prossima volta lo sarà se ti farai di nuovo coinvolgere, chiaro?>>
<<Sì, signor Duca!>> rispose Aika guardandolo dritto negli occhi. Fu allora che il Duca notò lo strano colore degli occhi di quel delicato ragazzo: gli parve come se lo stesso che gli aveva dipinto i capelli, si fosse divertito a mischiare anche i colori degli occhi, che apparivano verdi e blu a chiazze, su una precedente base marrone.
L’uomo continuò a pensare a quegli occhi per molto tempo, accorgendosi, senza dare troppo peso alla cosa, di esserne in qualche modo attratto.

Finalmente iniziò la giornata di lavoro ed Aika dovette letteralmente correre da una parte all’altra del castello, per fare lavori sempre diversi: c’era da aiutare in cucina, da fare la spesa, da portare messaggi, da sistemare archivi e documenti, da pulire e da riordinare, e cento altre cose tutte diverse. Spesso le capitava di perdersi, e, oltre a questo, si annoiava: di ragazzi “decenti” ancora non ne aveva trovati, e sembrava che nessuna delle sue strade conducesse alla biblioteca, dove almeno avrebbe arricchito la sua piuttosto scarsa cultura.
Quando era uscita con Duncan perché la guidasse per il mercato, avevano parlato, e, come al solito, l’argomento preferito di Duncan aveva finito col prevalere: le sue conquiste in fatto di ragazze. E non finiva più nel suo deprimente elenco, che egli oltretutto intercalava con frasi del tipo <<Sei troppo piccolo, anche se io alla tua età…eh!>>
Al termine dell’ennesima squallida e noiosa descrizione aveva concluso: <<Alle ragazze occorrono uomini decisi, violenti. Le donne devono essere dominate, se no non sono contente>> E si era perfino compiaciuto della presunta giustezza della sua sentenza.
Aika lo guardò: un servo che pretendeva di saper comandare qualcun altro… Non avrebbe voluto tradirsi, ma non poteva non opporre qualcosa a quella clausola assurda, e gli aveva risposto:
<<So che non è proprio così: le ragazze amano la forza di un uomo quando si fidano di lui, quando si sentono ascoltate e protette, e sanno con certezza che oltre un certo limite non andrà mai.>>
Duncan, nemmeno un po’ insospettito da questa uscita del compagno, aveva chiesto distratto:
<<Quale limite?>>
Aika non aveva saputo rispondere: di uomini ne sapeva meno di zero (nonostante si spacciasse per uno di loro…) e quella riflessione era scaturita soltanto dalla sua idea di rapporto amoroso e da una discreta quantità di buon senso. Ma non da esperienze reali.

Nel primo pomeriggio Aika decise che le ore libere le avrebbe trascorse in biblioteca, a trovare libri interessanti e a studiare la mappa che Duncan le aveva procurato perché non si perdesse più.
In realtà già stava perdendo le speranze di trovare qualche ragazzo che sembrasse più che un animale evoluto, e si disse che tanto valeva dedicarsi del tutto allo studio: si sentiva di dover approfittare di quell’opportunità, visto che alle altre ragazze a stento era permesso di saper leggere e scrivere.

La biblioteca. Quando Aika entrò, le parve che il castello stesso, pur così grande, faticasse a contenerla tutta.C’erano scale ai quattro angoli della sala e, sotto le scale, scaffali colmi di volumi; le rampe portavano alle cornici superiori, dove c’erano altre librerie. Infine altri libri erano conservati ordinatamente nelle scaffalature al centro della sala. Migliaia di libri. Aika dimenticò presto la sua delusione per il mancato “incontro della sua vita” e si tuffò quasi letteralmente tra i volumi, a caccia neppure lei stessa sapeva di cosa. Ignorando lo schedario, senza dar peso al fatto di non avere nessun’idea su dove cominciare, gironzolò senza fretta ed oziosamente per i piani superiori, dove i pochi ragazzi consultavano i libri seduti a terra sui mantelli: ognuno stava presso il posto dove aveva trovato il testo che gli interessava, poiché era praticamente impossibile che due persone cercassero lo stesso titolo o soltanto nello stesso scaffale.
L’affluenza alla cultura era minima, sia tra i servi che tra i Nobili, che solo in quelle occasioni si trovavano nella stessa stanza per più del tempo d’impartire un ordine.
Mentre osservava a tempo perso gli scaffali sotto la scala est, la colpì un titolo: “I mondi dell’uomo”.
<<Fantascienza!>> pensò. Non si trovò delusa nel constatare che il libro invece era un saggio di filosofia. Non faceva differenza per lei: da qualche parte pur doveva cominciare! Si trovò un angolo e vi si sedette. Rimase lì per un tempo indefinito, appassionandosi e segnandosi ogni rimando dell’autore ad altri testi e ad altri filosofi.

<<Rigodòn, ti intendi di filosofia?>> le sussurrò una voce.
Aika si ridestò dalla lettura, e vide che la voce apparteneva al Duca. La ragazza scattò all’impiedi e si levò il cappello, scompigliandosi i capelli bicolori; come per giustificarsi di qualcosa disse tutto d’un fiato: <<Ecco, credevo fosse fantascienza, ma poi ho continuato ugualmente!>> Mentre parlava così, si sentì molto stupida… in fondo con i panni che aveva addosso aveva tutto il diritto di leggere ciò che le pareva.
Il Duca, sorridendo, le domandò se le piacesse quel tipo di argomento, stupendosi: mai prima d’ora aveva visto un servo così giovane interessarsi alla cultura e soprattutto ad un saggio di filosofia.
In poco tempo il Duca ed Aika si ritrovarono a discutere di questa e di varie altre discipline come fossero dello stesso livello, non un giovane servo e il più Nobile della città. Al Duca piaceva molto la compagnia di Rigodòn: apprezzava le sue intuizioni, era contento di poterlo correggere senza che gli si dimostrasse minimamente offeso o risentito, ne era incuriosito e quasi affascinato.
Da parte sua Aika si sentiva lusingata e soddisfatta nel poter parlare quasi amichevolmente col suo datore di lavoro, e che egli l’apprezzasse manifestamente per le sue capacità intellettive, aiutandola a correggere le sue conclusioni errate e raccontandole una gran quantità di nuove informazioni, che le avrebbero permesso di allargare il campo di ricerca per i prossimi libri.
Tuttavia non poteva estiguere completamente il rimorso nascente dalla consapevolezza di imbrogliarlo costantemente.

Nei mesi seguenti Aika si impegnò molto nel lavoro come negli studi; sempre più frequenti erano le chiacchierate col Duca. Impegnata e soddisfatta della piega che avevano preso gli eventi, quasi non le pesava più portare addosso una falsa identità o i monili servili alle braccia.
Mentre Aika accettava che il Duca avesse quel rapporto con lei più per diletto che per chi sa quale considerazione, i compagni di Rigodòn lo trattavano con più rispetto, poiché sapevano che toccare lui sarebbe stato un po’ come toccare direttamente il Duca. Tutti, meno che Aika, sapevano che il Duca ascoltava davvero i consigli che il piccolo servo gli dava e sospettavano che il Nobile avesse in mente di designarlo come erede delle sue ricchezze.
Presto a tutti, chi più chi meno, divenne familiare la figura del piccolo Rigodòn che correva per le stanze per assolvere ai propri doveri o per raggiungere il Duca nella biblioteca.
Non spiccava più di tanto fra i servi, comunque, nonostante tutti pettegolezzi e le congetture che la seguivano. Aika era perfettamente camuffata e, alla sera, mandava lettere entusiastuche alla famiglia, e quando si trovava con Tomtom, cercava di esprimergli tutta la gratitudine, talvolta slanciandoglisi al collo e riempiendogli le guance di baci, alla maniera infantile.
L’unico fastidio di tutta questa vita perfetta e camaleontica era rapprestantato dalle uscite per andare in taverna. Durante i fine settimana usciva con il gruppo della prima sera, e in quei momenti di baldoria (spesso sfrenata e immotivata, quasi meccanica), spesso le chiedevano quando avrebbe avuto la prima ragazza. Con imbarazzo, suo malgrado visibilissimo, lei cercava di stornare le domande, di evitare di rispondere con toni troppo romantici e, molte volte, senza cercare mezzi termini, mandava prima uno poi un altro a quel paese.

Ai mesi se ne aggiunsero altri, cosicché Aika trascorse ben tre anni a quel modo, istruendosi come e più di tanti suoi coetanei al castello. Di rado aveva il permesso di tornare a casa, (ora tra l’altro le era nato un altro fratellino, Plinio), ma lei, a malincuore, non utilizzava mai quei giorni liberi, preferendo che di tanto in tanto i genitori venissero a trovarla. Trèy e Adamo si preparavano accuratamente per andare a visitarla, e portavno con sé regali e quaderni; più spesso, mandavano dei pacchi per la figlia, dove c’erano cose che non si sarebbe certo potuta procurare vestita da uomo, e di cui non poteva fare a meno.

Ora Aika, che in realtà aveva 21 anni, per tutti ne aveva 18. Ormai era per tutti un uomo, non più un ragazzino. Tuttavia cominciarono a chiedersi perché mai a Rigodòn ancora non era cresciuto neppure un pelo di barba…

Quell’estate accadde un fatto che lei non si aspettava, ma di cui in realtà avrebbe dovuto in un modo o nell’altro prevedere le conseguenze, e non lasciar correre, come invece fece.
La stagione stava pigramente volgendo al termine, portando però, nei suoi ultimi giorni, un caldo a volte torrido. Quel caldo per Aika era sempre stato quanto mai insopportabile da quando aveva dovuto indossare gli abiti maschili. Quando poteva, correva nella sua stanza, chideva la porta e si liberava di quella livrea troppo coprente, andandosi a rifugiare sotto il tiepido getto della doccia. Era quall’orario in cui solitamente finivano i lavori, ed i servi oziosi ed annoiati, paseggiavano per i corridoi in attesa della cena.
Quel giorno, dunque, da uno dei corridoi spuntò Duncan. Era stranamente da solo, e con una scusa aveva lasciato il gruppo. Più per noia che per vera curiosità si era messo ad origliare alle porte delle stanze dei servi. Alcune erano occupate, e si capiva bene, altre invece erano silenziose.
Arrivò presso la porta di Aika e, tediato, fece per tornare indietro, quando dalla stanza udì chiaramente una sommessa voce femminile. Stupito, guardò sulla porta: il numero era quello di Rigodòn, non c’era dubbio… né la voce gli era parsa provenire da altre porte. Presto fu assalito dalla curiosità di vedere il timido eterno ragazzino alle prese con un argomento così adulto e così da lui stesso rifuggito.
Non si fece alcuno scrupolo e dalla tasca tirò fuori una chiave passepartout. Entrò nella camera senza problemi. Lo colpì prima di tutto l’ordine: soltanto gli indumenti sporchi erano per terra; la luce era spenta, e nella penombra, tutto sembrava tinto dell’arancione/rosa del tramonto che ammiccava dalla piccola finestra. Duncan si aspettava l’odore forte e sgradevole tipico delle stanze maschili trascurate, ed invece nell’aria c’era un vago odore di chiuso, misto a profumo di bagnoschiuma al pino. L’unica luce forte era quella che proveniva dalla porta a vetri del bagno. In un angolino della stanza, ammucchiati il più ordinatamente possibile, c’erano degli scatoli di cartone: Duncan sapeva che periodicamente Rigodòn riceveva dalla casa dei pacchi, con dentro audionastri, riviste e quaderni. Stava per frugare in uno di questi scatoli, quando, dal bagno, sentì distinta una tipica risatina femminile (ad Aika era saltata la saponetta di mano…). Non c’erano dubbi, c’era una donna in camera!
Cauto, Duncan si avvicinò alla porta, intenzionato a sbirciare. Era molto vicino, quando inciampò in uno stivale.
<<Chi è?!>> Chiese la voce piuttosto allarmata di Rigodòn dall’altra parte.
<<Duncan.>> Rispose lui tranquillo, come se penetrare nelle camere altrui e frugarvi dentro fosse la cosa più normale del mondo.
<<Che c’è?>> Chiese ancora Aika, infastidita e allarmata.
<<Fammi vedere con chi sei, furbone!>>
Aika gli urlò contro <<Non sono fatti tuoi! Vai via!>>
<<Eddài, la guardo e poi me ne vado, su!>> e tentò di entrare.
Aika balzò fuori dalla vasca; con uno sforzo sovrumano e puntando i piedi bagnati sui bordi riuscì in tempo a tenere chiusa la porta, mettendosi pure di lato (aumentando lo sforzo) perché Duncan non indovinasse neppure la sua sagoma attraverso il vetro.
Nell’imbarazzo e nel terrore di essere scoperta, un’idea matta parve balenarle nella mente. Con la voce più acuta e civettuola che poté disse: <<Dai, Rigodòn, qual è il problema, fallo entrare!>>, poi si rispose con la voce normale: <<Non se ne parla!>>. Infine con la vocetta falsa e smielata si rivolse a Duncan: <<E va bene. Ciao, caro! Sarà per un’altra volta!>>
Aika, con le mani attaccate alla porta ed i piedi dolenti ancora puntati contro la vasca, attese paziente.
Duncan stette davanti alla porta ancora per un momento… poi si decise ad andare via. Per nulla deluso di non aver visto quella ragazza, Duncan sorrise tra sé: <<Che furbacchione! Fa tutto il timido e il riservato, fa la parte dell’inesperto e poi… Si vede che gli ha fatto bene parlare con me!>>

Aika, ancora bagnata e gocciolante di schiuma ormai fredda, finalmente si concesse di staccare le mani dalla porta e di abbandonare quella ridicola e dolorosa posizione. Senza pensare a nulla si ritrovò seduta a terra sull’asciugamano, col cuore che le batteva all’impazzata ranto da farle male. Rimase così, mentre nella mente, come abbagli, le arrivavano sconnesse queste frasi: <<Che paura! Per poco mi scopriva! E chissà quante volte è potuto entrare e io non me ne sono accorta!…>>
Si rannicchiò nella morbida spugna, finché lo spavento si dileguò. Poco dopo, cautamente uscì dal bagno, con addosso i calzoncini corti che fingeva fossero boxer e la canottiera da uomo. Come fosse stato un punto luminoso, notò subito che uno degli scatoli era semiaperto. Un irrazionalissimo terrore la spinse a richiuderlo bruscamente e a guardarsi intorno, come se Duncan potesse di nuovo sbucare da un angolo da un momento all’altro. La sua mente, sempre in bilico tra logico ed illogico, le suggerì che Duncan non aveva mai avuto sospetti e che anche stavolta aveva creduto al suo inganno, nonostante fosse la prima volta che doveva fingersi due persone e non una sola… Si calmò nuovamente; fece infine la cosa più sensata di tutte: si chiuse dentro di nuovo, lasciando la chiave nella toppa.

Vestitasi, Aika all’ora di cena uscì per andare al refettorio. Come il primo giorno, aveva la infondata certezza che le avrebbero fatto cento domande indiscrete ( poiché sapeva che Duncan aveva già raccontato la sua impresa a tutta la servitù ). A tavola però si accorse che queste supposizioni erano vere solo in parte: a tavola c’erano le solite chiacchiere e la gente ascoltava i soliti programmi radiofonici dove i ragazzi chiamavano e raccontavano le misure o l’abbigliamento intimo della loro ragazza ideale. L’unica prova che Duncan avesse raccontato della sua incursione, erano degli sguardi complici e ammirati all’indirizzo di Aika. Da parte loro i ragazzi sapevano di quanto il loro amico fosse riservato, e poi in realtà non avevano bisogno di sapere altro su un argomento che conoscevano così bene.

Circa un mese dopo questo episodio, arrivò al castello un gruppo di artisti, tutti uomini (tanto per cambiare). Il Duca li aveva chiamati perché voleva che lo celebrassero in tutte le arti, per essere ricordato dai posteri. Soprattutto voleva un proprio ritratto. Che fosse una foto o un dipinto non gli importava molto: ci teneva che l’avvenire lo ricordasse nella sua forma più smagliante, nel pieno del suo splendore.
In effetti il Duca era davvero giovanile, anche se ormai prossimo ai quaranta. Era snello, muscoloso ed atletico, anche se non eccessivamente alto e con la pancetta tipica della vita sedentaria. I capelli erano folti e neri, portava barba e baffi tagliati molto corti, aveva gli occhi neri e fieri. E poco tempo dopo, quegli stessi occhi già ammiccavano da una tela preparatoria di un certo Lucano Euronn, il miglior pittore del gruppo.
Il Duca ed Aika spesso si ritrovavano nella sala adibita a laboratorio, ed egli la esortava a mostrare quei suoi delicati e tondi disegni agli Artisti dell’Immagine e soprattutto al maestro Lucano.
Il pittore, intento al suo lavoro, con un occhio guardava il bianco e nero di una foto, con l’altro guardava il volto originale del Duca davanti a lui, e poi, con decisione, tracciava il colore, come se già sulla tela vedesse il risultato.
Quando Aika si fece coraggio, lui distrattamente si voltò vesro i fogli che lei gli porgeva. Li prese e, più per far contento il Duca che per proprio interesse, decise di darvi un’occhiata. Si stupì della leggiadria di certe figure femminili, della danza delle stoffe negli abiti dei piccoli paggi, della leggerezza allegra dei puttini alati che invadevano quelle scene disegnate a penna.
Lucano guardò Aika per sapere dai tratti del viso dell’autore nuove informazioni. Incrociò gli occhi della ragazza e ne ebbe molte di più di quante ne cercasse.

<<Bravo!>> commentò,<<Hai del talento, mio caro ragazzo! Il Duca, come al solito, ha vistogiusto!>>
La ragazza sorrise luminosa, mentre riprendeva i fogli dalle mani del maestro. Inaspettatamente Lucano parlò ancora, e stavolta rivolgendosi direttamente al Duca: <<Signor Duca, col suo permesso potrei fare il ritratto anche il ritratto di questo ragazzo? Ha un volto che mi ispira…>>
Era una “ispirazione” che il Nobile conosceva da quando Rigodòn Delìve aveva messo piede nel suo castello, e più per questo che per altro acconsentì, a patto che l’esecuzione del proprio ritratto non subisse ritardi per questo.
Così, a giorni stabiliti, Aika aveva il permesso di lasciare il lavoro, e, sotto gli occhi invidiosi dei compagni, andava a farsi ritrarre nelle foto preparatorie e nei bozzetti del pittore del Duca.
Aika era affascinata dalla bravura di Lucano, di come i volti sembrassero più veri dalle sue mani che dalle foto.
Durante quelle “sedute”, Lucano le ripeteva di essere più naturale possibile, di rilassarsi… cosa che Aika riteneva pressocché impossibile nella propria situazione.
A volte gli bastava guardarla per un secondo, e lei aveva il resto del tempo per sé, per provare i pennelli e inventare nuovi disegni. Altre volte invece doveva stare ferma in posa per ore, tanto che si stancava come e più dei suoi compagni al lavoro. Durante quelle ore di forzata immobilità, Aika cercava di occupare il tempo con esercizi di osservazione: contava le tele, i pittori, gli scultori ( le loro figure sembravano sorgere dalle pietre informi quasi da sé), ascoltava il burbero maestro di musica in fondo alla sala, intento a comporre al pianoforte una melodia in onore del Duca.
Più spesso Aika si soffermava su Lucano, per non farlo sbagliare, non solo, ma soprattutto per studiargli a sua volta il viso. Era piuttosto basso di statura, ma ben proporzionato; aveva i capelli tutti di lunghezza diseguale, tenuti insieme in una coda di cavallo piuttosto spelacchiata, e non se ne riusciva ad indovinare il vero colore, poiché amava tingerseli con colori sempre diversi, che periodicamente cambiavano. Gli occhi erano attenti, un po’ allungati e, una volta ad Aika, per averlo osservato più intensamente delle altre volte, sembrarono dirle: <<Ti ho capita, sai!>>
Era stata una sensazione talmente effimera, che le sembrò scaturita dalla sua stessa Fantasia. E l’aveva così poco valutata che il giorno in cui tutti i ritratti erano stati portati a termine, le parve che le tornasse un sogno quando fu rievocata da un preciso gesto di Lucano.
Negli ultimi giorni di novembre erano fissati i termini per la consegna delle opere al Duca; la sala laboratorio si era spopolata, ed al burbero compositore non pareva vero di avere finalmente tutto quel silenzio a portata di mano. Mentre livellava i suoi accordi, Lucano terminava il ritratto di Aika. Nella sala erano rimasti, oltre a lei e al maestro, il musicista e un pittore astratto, che, alla sua quarta opera, sembrava non volere smettere mai di dipingere, anche se le scadenze erano ormai passate per gli artisti figurativi.
Lucano, soddisfatto, annunciò alla ragazza: <<Ecco fatto. Abbiamo finito. Ti ringrazio.>>
E senza preavviso, lui le prese la destra e gliela sfiorò delicatamente con le labbra.
Fu allora che Aika capì che quella sensazione di essere insieme scoperta e protetta, era stata esatta, fondata e soprattutto reale.
Gli occhi le si riempirono di lacrime: lui aveva mantenuto il segreto. Nelle orecchie le note ripetute della melodia, negli occhi lo sguardo sagace di Lucano… Aika si trattenne a stento dal non erompere insinghiozzi sonori e liberatori di gratitudine.
Le lasciò la mano e, per non dar nell’occhio, visto che nella sala non erano soli, si mise accanto a lei ad ammirare i dipinti. Ecco Rigodòn… cioè Aika, perfettamente resa nella sua veste ambigua, nel suo sguardo attento e nella sua posa aggraziata in vesti maschili.
<<Ecco, l’ho trovato!>> pensò lei, asiugandosi gli occhi.
Poco dopo entrò il Duca in persona per paralre con loro, e Aika e Lucano, come complici icalliti, continuarono assieme la commedia.

Dal giorno in cui Lucano era andato via, Aika non faceva altro che rimirare i suoi dipinti, ogni volta che ne aveva l’occasione. Negli occhi così veri del Duca, ella non vedeva che Lucano che ammiccava verso di lei, dicendole <<Ci rivedremo!>>. Nei propri occhi, così uguali ai suoi, vedeva la scena in cui lui le baciava la mano, e nelle orecchie aveva quella melodia che fino ad un momento prima non aveva neppure notato…

Quando Adamo venne a trovare la figlia, subito lei lo portò a vedere le tele dipinte. Il padre colse nel ritratto di Aika qualcosa che tutti gli occhi, compresi quelli della ragazza, non avevano notato: quell’uomo, nel dipingerla, aveva messo più che talento e tecnica, lì c’era autentica passione.
Chiese dunque alla figlia: <<Ti era simpatico questo Lucano, eh?>>
Arrossendo e guardandosi intorno sospettosa, lo pregò di evitare commenti del genere all’interno del castello. Adamo non aveva idea di come ancora nessuno si fosse accorto che la sua bellissima figlia non era un uomo. Comunque la reazione di Aika gli fu sufficiente: se lui e lei si piacevano, forse avrebbe potuto fare in modo di parlare col Duca perché si vedessero di nuovo. Non pensò neppure di parlarne con Aika e decise di organizzare tutto, col solo scopo di farla felice. A lui sembrava così lampante che quei due fossero fatti l’uno per l’altra…

All’oscuro di Aika accadevano numerosi altri fatti, tra cui un intenso passaggio di informazioni diramate da Duncan: raccontava in giro che Rigodòn si chiudeva in camera tanto spesso appositamente per invitare ragazze, senza dover dare conto a nessuno (mentre Aika voleva stare solo il più lontana possibile da lui, e da certi ragazzi che la prendevano in giro perché “a 18 anni era ancora un bambino”). E la voce che il piccolo Rigodòn finalmente si fosse deciso ad avere interessi ‘da adulti’ giunse fino alle orecchie del Duca.
Egli continuava ad intrattenersi col servo per discutere o solo per le loro interminabili partite a scacchi, e sapeva della sua riservatezza, così anche lui prese una singolare decisione nei suoi confronti, non accennando nulla al diretto interessato.

L’unica cosa di cui Aika si rese davvero conto era che l’atteggiamento nei suoi confronti a parte del Duca fosse leggermente cambiato: ora le loro chiacchierate non le sembravano più un puro svago, ma erano diventati seri scambi di opinioni e sempre più spesso egli le chiedeva consigli anche per le faccende importanti. La trattava, insomma, più da uomo che da ragazzo. Finalmente le parve che anche a lui fosse giunto all’orecchio l’episodio della presenza femminile nel suo bagno, e ne fu certa quando, senza alcun preavviso, una sera si trovò a dover accettare un ben strano regalo da parte sua.
Una sera, infatti, mentre Aika aveva in mente tutt’atri programmi, venne a bussare alla sua porta una ragazza, e il motivo per cui era lì era abbastanza chiaro: fragli “compagnia”…
<<Ciao!>> disse la ragazza ad Aika che già arrossiva e tremava dalle scarpe fino alla punta dei capelli bicolori.
<<Sono Seìma Raviani; mi manda il Duca>> e senz’altro entrò nella stanza, sedendosi sul letto. Aika chiuse la porta in fretta e, vedendola già abbassarsi una bretellina del gelido vestitino, la fermò. Rifletté: doveva fidarsi per forza del silenzio di quella donna, perché in quella situazione fingere sarebbe stato inutile. Si sedette di fronte a lei e guardandola negli occhi le rivelò: <<Io sono una donna!>>
Seìma rimase a fissarla come se non avesse sentito nulla. Aika continuò: <<Sono qui da quasi quattro anni ormai, fingendomi un uomo, per poter ottenere un’istruzione, lavorare e trovare un marito…>>
Seìma rimase come prima: era impensabile vedere parole come “istruzione” e “lavoro” uscire dalla bocca di una donna… ma “marito”… chi si sposava più? Che senso aveva formare una famiglia?
I suoi occhi si riempirono di lacrime di commozione, mentre il viso imbellettato si atteggiava ad un’espressione come di fronte ad una visione. Di slancio Seìma abbracciò Aika, dicendole:
<<Coraggiosa ragazza! Ti sei ribellata, ci sei riuscita!>>
A disagio Aika cercò di rispondere: <<Non ci sono ancora riuscita, dato che mi devo spacciare per un uomo… Io cerco la felicità, come ogni donna, e la cerco con ogni mezzo…>>
<<Felicità, sì!>> ripeté Seìma tra i singhiozzi, come se le parole di Aika le stessero annunciando sicura salvezza.
Aika rimase stretta a Seìma per interminabili minuti, a disagio, mentre si ripeteva in mente fino allo sfinimento le parole che le aveva detto, e tutte risultavano terribilmente stupide.
<<Forse avrei dovuto dire che, come tutte le donne, cerco il vero Amore… O forse non avrei dovuto dire proprio niente…>>
Finalmente la donna la lasciò andare e, credendo fosse la persona adatta, Seìma le raccontò della sua vita: <<Anche io, c’è stato un tempo in cui anche io credevo nel vero Amore…>>
E dire che Aika l’aveva solo pensato…
<<…ma è impossibile quando ti si insegna ad essere serva del tuo corpo, pensare di trovare davvero in qualcuno il tuo sogno romantico. A dodici anni già avevo il mio primo figlio!>>
Aika inorridì ed il suo cuore si riempì di pietà e rabbia.
<<Ed ora che ne ho ventitré , ne ho altri otto. Cerco di andare a trovarli nelle case dove li hanno mandati, ma stentano a riconoscermi. Appena finivo di allattarli me li toglievano…>> Di nuovo Seìma piangeva a singhiozzi.
<<Certe volte ho pure pensato di far decidere a loro se mi vogliono come madre o no…>>
Aika provò una pietà profonda, ma rifletté: era troppo facile affidare una decisone del genere a bambini di cui il più grande aveva solo undici anni, e così scaricarsi la coscienza dal peso delle visite. E quello era un discorso di madre che dimostrava amore per i figli!
<<Come siamo arrivati a questo punto?>> si chiese Aika ad alta voce, ma Seìma parve non sentire queste parole. Apparentemente senza alcuna logica, la donna le chiese se anche lei avesse dei figli da qualche parte.
Aika rispose: <<Certo che no!>> E poi puntò il discorso su ciò che davvero le premeva: <<Quando esci di qui non fare parola di quanto hai visto oggi con nessuno, né uomo né donna, intesi?>>
Seìma fece “Sì” in una maniera che ad Aika non parve troppo affidabile, e così dovette essere più dura: <<Giuralo! Giuralo sui tuoi figli!>>
La donna fece un’espressione come quelle che aveva visto fare ai servi quando chi dava loro l’ordine non era di loro gradimento. Ma stavolta Aika ebbe relativamente maggiore sicurezza che il suo segreto con Seìma era il sicuro. Dopo un po’ Seìma si congedò da lei, dopo essersi lavata via il trucco colatole dal viso assieme alle lacrime. Uscì mandandole un bacio al volo sulla porta.
Sfinita, come se avesse fatto una fatica immane, Aika si stese sul letto e, guardando il soffitto sbuffò…

Durante i mesi che seguirono Aika ricevette ancora visite del genere: erano tutte donne bellissime, dal viso dipinto e dai corpi statuari. Ed ogni volta che Aika si rivelava c’erano grandi manifestazioni di solidarietà, di incitamento, ma soprattutto sfoghi liberatori di madri in lacrime. Qualche volta erano ragazze giovanissime, altre volte erano donne mature piene di malizia; tutte, poi, varacata quella soglia, rivelavano il loro lato tenero represso, la loro umanità negata e tutti i pensieri che nessuno aveva mai voluto ascoltare.
C’erano donne che rivolevano i loro figli, ragazze in cerca delle madri, delle sorelle e dei fratelli, in cerca delle proprie radici.
Alcune, per la loro bellezza venivano mandate da posti lontani, e non di rado Aika faticava parecchio a farsi capire. Orientali dalla pelle di porcellana, nere scolpite nell’ebano, mulatte dagli occhi di perla. Ed ognuna lasciava ad Aika i propri sogni, e le affidava il compito di realizzarli al posto loro, poiché, così giovani, tutte loro già avevano perso ogni speranza, lasciate sempre da sole, in un mondo che le trattava come oggetti.

La vicenda delle visite di certo non sfuggì a Duncan, e in poco tempo tutti sapevano che il Duca faceva gandi regali al suo prediletto. I ragazzi di tanto in tanto prendevano in giro Rigodòn, non tanto perché gli interessasse gran che di sapere qualche particolare in più, visto che per gran parte di loro le donne erano tutte uguali, ma soltanto per vederlo reagire, arrossire e arrabbiarsi per la loro ostentata invadenza.
Aika cominciò fin da subito a raccontare della sua esperienza ai genitori attraverso lunghe lettere, dove descriveva ogni ragazza ed i sogni perduti di ciascuna. Ma non era come avere un’amica a cui raccontare le proprie confidenze.
Tomtom aveva saputo tutto tramite i pettegolezzi e le voci di corridoio, e più che sostenerla genericamente con frasi tipo <<Tieni duro>> e simili non poteva fare: dopo tutto era un uomo anche lui!

Il tempo trascorse ancora, ed una nuova primavera brillava sul castello e su tutti i suoi abitanti. Fu in questo periodo che una delle consuete visite ad Aika si rivelò fatale.
Tornata in camera dopo aver giocato a scacchi col Duca, la ragazza avava in mente soltanto di leggere un buon libro e poi dormire un po’. Invece, interotta nel bel mezzo dei fatti suoi, rassegnata, andò ad aprire la porta. Le apparve una donna alta, dalle belle forme, ma dall’espressione singolarmente volgare, che ad Aika ispirò subito un’antipatia di pelle tutta femminile.
Vedendo il giovane servo, la donna subito gli si gettò addosso, con un abbraccio che quasi la stritolò. Aika, bassina e dalle forme ancora infantili, raggiungeva sì e no il collo del donnone.
Liberatasi dalla stretta micidiale, Aika corse a chiudere la porta, preparandosi a fare a lei lo stesso discorso che aveva fatto a Seìma e a tutte le altre.
Vedendola sedersi sul letto, la donna, con una foga quasi animalesca, già le stava addosso.
<<Un momento!>> cercò di dirle Aika, faccia a faccia con lei. <<Io sono una donna!>>
Sicura che così sarebbe stata lasciata in pace, le sorrise. Quella, prima fece un’espressione come se avesse voluto dire <<Davvero? Non si direbbe>>, e poi disse con occhi vacui: <<E allora?>>
Ad Aika in altri momenti sarebbe venuto da ridere, se la questione non fosse stata tremendamente seria: ne andava della sua libertà.
<<Come “allora”?>> le urlò in faccia Aika spingendola via senza riguardo. La donna parve offesa più dalle parole che dal gesto (a cui a quanto pare gli uomini l’avevano abituata); tuttavia tentò di recuperare piano piano la posizione precedente dicendo: <<A me non importa, tesoro! A me va bene lo stesso!>>
Aika, che si era rannicchiata dietro il guanciale come per ripararsi, glielo lanciò contro, per poi balzare dal letto e appiattirsi di schiena alla porta della stanza. <<A me no!!!>>
La donna parve arrabbiarsi davvero stavolta. <<Mi rifiuti allora!>>
Nei suoi vestiti da servo la ragazza sembrava ancora più piccola così attaccata alla porta. Aveva la tunica scomposta, i capelli per aria e continue sudate fredde.
Balbettando tentò di dire: <<Ti prego, non facciamone niente, Ok? Però non lo dire al Duca, per favore!>>Fu una mossa falsa.
La donna, sempre sul letto, la guadò maligna. <<Certo che non glielo dico…>>
Aika per un secondo si sentì sollevata, <<… se tu vieni qui e non scappi più>> per poi ricadere nel terrore più cupo.
Non aveva idea di che cosa la donna avesse intenzione di fare, né ci teneva a scoprirlo. Rimase immobile spalle alla porta, con un’aria di supplica disperata nei suoi occhi colorati.
La donna scese dal letto, le arrivò di fronte. Aika, suo malgrado, dovette scostarsi e lasciarla passare.
<<Ora andrò a dirlo al Duca. È il caso che tu faccia in fretta le valigie, mia cara!>> E, fiera, andò via.
Aika non aveva bisogno di sentire altro: recuperò tutto ciò che aveva guadagnato grazie al suo lavoro, prese i documenti (quelli veri e quelli falsi), si calcò meccanicamente il cappello in testa, chiuse la porta tenendosi la chiave e schizzò via per le scale, alla ricerca di Tomtom: se la donna stava per fare la spia, anche lui ci sarebbe andato di mezzo.
<<Sono scoperta!>> Tomtom sentendo che parlava di sé al femminile non ebbe bisogno di altre spiegazioni e andò a recuperare i suoi soldi.
Se nessuno aveva fatto caso a Rigodòn che correva per le scale, ora vedere correre un omone come Tomtom era una vera novità. Senza indugi uscirono dalle mura e saltarono sul primo autobus per il porto.

Intanto Amanda, era questo il nome della donna, era entrata di prepotenza nello studio in cui il Duca ed altri Nobili erano in riunione. Il Duca fu visibilmente seccato per questa intrusione, ma trattandosi di una donna, l’etichetta gli imponeva di essere gentile con lei.
<<Cosa c’è, Amanda? Il ragazzo non sta bene?>> chiese calmo.
Come se stesse assaporando il gusto del tradimento, la donna gli disse: <<Mi ha rifiutata!>>
Il Duca si rabbuiò: era un’offesa grave rifiutare un dono senza un valido motivo. Lei continuò:
<<E non è questo il peggio: lo sa perché l’ha fatto? Perché è una donna!>>
Il cipiglio severo del Duca si trasformò in una sonora risata. Gioviale e sbrigativo rispose:
<<Ma che donna! È soltanto uno spirito artistico, e tu lo sai quanto sono delicati. Tu forse eri troppo forte per lui!>>
Amanda insisté: <<Provi a vedere lei stesso! È lei ad avermelo confessato; ora starà scappando per non incappare nella sua giusta punizione. Venga nella sua camera, e non solo la troverà vuota, ma ci troverà anche prove inequivocabili su quello che le ho riferito.>>
Il Duca decise di tagliar corto e seguì la donna più per levarsela dai piedi che per dimostrarle che le dava retta. Ma quando nella stanza, che non ebbe difficoltà a farsi aprire, trovò alcune lettere ancora da imbucare firmate “Aika” e piene di aggettivi al femminile, davvero gli sembrò che gli crollasse addosso il mondo intero.
<<Ecco quell’assurda timidezza! Ecco perché non cresceva mai! Ecco tutti i misteri! Io sono stato ingannato da una donna! L’ho fatta lavorare e studiare, l’ho pagata anche!…>>
Non lo disse ad alta voce, ma credette che l’attrazione che lui aveva sempre sentito per quel giovane servo era da imputarsi al fatto che lui inconsciamente aveva già capito che era una donna. Dimenticò che per anni era stato attratto dall’intelligenza di quel personaggio, e in parte dalla bizzarria dei suoi capelli, non dalla sua bellezza fisica o dalla sua femminilità.
Ora che sapeva che Rigodòn Delìve era in realtà un impostore, doveva soltanto cercare vendetta.
Uscì dalla stanza per dare disposizioni alle guardie. Non gli ci volle molto per scoprire che anche Tomtom era cionvolto nella faccenda.
Da un uomo un inganno lo avrebbe sopportato più di buon grado… ma da una donna…

Tomtom e Aika, dopo essere scesi dal bus, si accordarono per un nuovo travestimento; irruppero in un negozio di abbigliamento, facendo entrare prima le mani cariche di denaro e poi loro stessi.
Aika disse trafelata al commesso che gridava <<Oh cielo!>> :
<<Presto, chiuda il negozio e ci procuri dei vestiti nuovi. Per me da donna!>>
Il commesso eseguì in fretta, per poi raccogliere tutte le monete, dalla prima all’ultima, sparse sul bancone. Disse: <<Con questo denavo vi potvò fave anche un ottimo make-up!>>
Detto, fatto. Aika indossava si nuovo un corto abito femminile.
Le parve tanto strano ritrovarsi con le gambe nude dopo tanto tempo. Le braccia erano di nuovo libere, senza i bracciali, che il commesso l’aveva invitata ad aggiungere alle cavigliere; i capelli erano pettinati, il viso truccato a dovere. Le uniche cose che non accettò erano delle scarpe col tacco alto, scegiendole basse e comode, e delle mutandine ultrasexy, che preferì non provare neppure, lasciandosi addosso i pantaloncini.
Tomtom aveva una parrucca molto verosimile di capelli corvini ed un vestito largo, a campana: sembrava un dignitario africano. In accordo col “costume”, aveva la pelle scurita con una speciale crema, di cui il commesso aveva consigliato di distribuire anche sulle parti del corpo coperte per <<un effetto più unifovme>>.
La nuova coppia uscì, e, da commediante incallita, Aika si attaccò al braccio di Tomtom, chiamandolo “tesoro”.
Lui le scrisse: <<Non posso partire subito, poiché non ho documenti falsi.Tu invece parti e torna a casa.>>
Entrambi ignoravano che la ragazza aveva lasciato nella camera la lettera con il suo vero nome, e che al vederlo sul documento, le guardie l’avrebbero riconosciuta subito.
<<Ok, caro!>>, rispose lei, quasi cantando, mentre lui polverizzava il messaggio.
Si divisero. Aika si diresse senz’altro verso il porto, dove non le sarebbero più occorsi i soldi per essere portata a casa, ma solo mostrare i propri documenti. Con nuova leggerezza Aika si sentì libera dagli inganni, di nuovo capace di guardare la gente senza dover recitare la parte dell’uomo. Tuttavia ora avrebbe dovuto interpretare un altro ruolo, quello della classica ragazza svampita e dal riso facile, del tipo che tanto è apprezzato nel suo mondo.
Al momento di imbarcarsi notò che c’erano delle guardie a controllare i documenti di tutte le donne.
Arrivò il suo turno. Mostrò il proprio documento, e l’incaricato, senza il minimo tatto le chiese:
<<Come, neanche un figlio? Eppure sei una così bella figliola!>>
Lei sorrise nel modo più sciocco che sapeva, mentre nell’animo gli rispondeva di tutto. Sembrava andasse tutto bene, finché la guardia accanto all’incaricato non lesse meglio il nome.
<<E’ lei, l’abbiamo trovata!>>
Aika fissò per un secondo la guardia. I loro occhi si incrociarono. In un istante la ragazza prese a correre tra la folla. Anni di corse per le scale ora la sostenevano, mentre sfrecciava tra bancarelle, gruppi di ragazzi e file di bambini vestiti tutti uguali. Tra il rumore della strada distingueva i passi della guardia dietro di sé… anzi, ora di guardie ce n’erano due, mentre anche estranei si mettevano ad indicarla, neppure sapendo cosa avesse fatto. Con sorprendente agilità scartava uno, evitava l’altro, ma la stanchezza già pesava sui polmoni.
Girò per una curva, poi svoltò in un’altra, ma quelli sempre dietro.
<<No, no!>> gridò senza fiato, e andò ad appoggiarsi ad un muro, perché le gambe non la sostenevano più. Nella folla sembrava che gli inseguitori fossero spariti. Sapeva che non era vero. Il trucco le colava per le guance.
Le guardie presto la trovarono. La presero per le braccia, tenedola dai due lati e la portarono via.

Nell’auto azzurra Aika era sempre tra le due guardie. A capo chino si guardava le mani. Sperava che almeno Tomtom si fosse sottratto alla cattura, per poi avvertire i suoi genitori e cercare di risolvere la situazione… Ma per lei la commedia era finita. Il Duca avrebbe avuto tutte le ragioni per sbatterla in prigione. Una donna l’aveva imbrogliato per quasi quattro anni, gli aveva fatto infrangere la legge facendola lavorare e perfino studiare. Silenziosamente piangeva per la sua sorte: <<Eppure stava andando così bene…>>
A sera tornò a rivedere il castello. Mai prima d’ora le aveva fatto così paura. Le due guardie, con lei sempre in mezzo, scesero al portone principale, il più grande. Ma giunse un servo che disse loro di seguirlo: per ordine preciso del Duca, sarebbero passati per le stanze della servitù. Le avrebbero attraversate tutte. Aika si sentì morire di vergogna: avrebbe sfilato tra tutti i compagni, e tutti avrebbero capito l’imbroglio.
Il Duca già provvedeva alla prima parte di punizione.
Il corridoio si allargò nella sala di ritrovo. Alla vista delle guardie i ragazzi occultarono sigarette sospette e strane pasticche. Ma alla vista di Aika, il chiasso si smorzò per diventare un brusio insistente, dove ricorrevanole sillabe “Rigodòn… Rigodòn”.
Aika, sorprendendo anche se stessa, ebbe la forza di rimanere a testa alta e il pianto le cessò di colpo. Sapeva di non essere la colpevole lì in mezzo, ma una vittima, come tutte le donne… compresa Amanda.
Ecco il suo gruppo. Saro la fissava con occhi grandi il doppio. Marzio, crudele come al solito, ridacchiava. Ecco David; ecco Lucio; ecco Sandro… ed infine Duncan: aveva una faccia talmente triste e perplessa che Aika dimenticò perfino se stessa, e fu istintivo lo slancio di consolarlo…
Ecco le scale familiari… i corridoi… le porte delle stanze, ciascuna col suo suono… le voci si smorzavano al suo passaggio.
Qualcuno chiese distintamente: <<Ma che fate? Arrestate le bambine?>>
Aika non riuscì a vedere chi era stato a parlare, ma alzò le spalle come per dire: <<Così è!>>
Dopo questa sfilata, che sarebbe durata molto ma molto meno se fossero passati per l’entrata principale, fu portata in una stanza che lei aveva visto solo segnata sulla mappa di Duncan e mai dal vivo: lo studio privato del Duca.
Deglutì, e spinta dalle guardie, entrò. Amanda era nell’angolo in fondo, a godersi la scena; il Duca era di fronte ad Aika.
Le guardie uscirono e si piazzarono alla porta, e pur sapendo che non avrebbero potuto esserle di alcun reale sostegno, si dispiacque di non averle più ai lati. Ora era sola, in balìa del Nobile che esigeva spiegazioni.
Si fissarono.
<<Rigodòn>>
Aika sussultò. Quel nome ormai le apparteneva. La voce con cui era stato pronunciato era stata atona, piatta, quasi disumana.
Con passi scanditi e lenti, il Duca prese a girarle intorno, come per esaminarla. Aika ne ebbe un profondo fastidio, ma non fece né disse nulla.
Il piano della ragazza era far leva sulla loro amicizia, l’unica cosa sincera del loro rapporto, una cosa importante, universale, sempre uguale sia col nome “Rigodòn” sia col nome “Aika”.
Dopo che ebbe esaminato bene, il Duca brusco chiese: <<Il nome!>>.
Aika fece un salto sul posto e raggelò da capo a piedi. Rispose. Rispose a quella e a tutte le altre domande che il Nobile le pose, ora con la bocca troppo secca, ora troppo riempita di saliva.
Come per verificare, il Duca ripeté: <<Aika Delìve, anni 21, donna senza figli, di Armonica>>
Senza preavviso la prese per le braccia ed iniziò a scuoterla:
<<Su cos’altro mi hai mentito, donna! Mi hai preso sempre in giro! Ed io che mi fidavo di te!>>
La spinse via da sé, facendole perdere l’equilibrio e cadere a terra. Aika da lì raccolse tutto il coraggio che le rimaneva, e provò a parlare tremando: <<Lo so, ho torto…ma il nostro rapporto era vero. In fondo che importanza ha se sono donna o uomo, ai fini di esso?>>
Il Duca riconosceva quel modo di parlare e quei ragionamenti, e invece di calmarsi, vide letteralmente rosso.
<<Certo che ha importanza! Ce l’ha eccome!>> le gridò, e la prese per un braccio.
Il Nobile vedeva quei capelli strambi, quei gesti e quella voce, grottescamente sovrapposti a quell’abitino corto e a quei modi femminili… <<E lui mi viene a dire che non c’è differenza?>>
Amanda guardava la scena non osando intromettersi: non aveva mai visto il Duca così furioso.
Lui si rivolse ad Aika: <<E va bene, donna… perché è quello che sei…>>
Aika non reagiva: era stata al suo servizio per troppo tempo per ribellarsi. Il Duca prese a trascinarla. Spalancò le porte ed ignorò le guardie. Come impazzito dalla rabbia le disse: <<Sei donna e ti tratterò come tale! Avrai gli onori che spettano ad ogni brava donna che varca questa soglia!>>
Aika parve svegliarsi; capì dove la stava portando: la sua staza privata.
Completamente isterica puntò i piedi ed iniziò ad urlare, ad opporsi, a tirar calci, mandando al diavolo in un attimo tutto il rispetto servile di poco prima.
Il Duca pareva non sentire niente e la tirava attraverso i corridoi e le scale. Dalle stanze le porte si aprivano e diverse coppie si affacciavano curiose.
<<Non voglio! Non mi tocchi!>>.
Qualcuno disse: <<Se non vuole non la forzi; poi sarà lei a correrle dietro!>>
Il Duca sembrava sordo.
Giunti alle due porte, Aika si appese ad un lato, ad una maniglia, ad ogni asperità, ferendosi le dita e rompendosi le unghie. Come fosse stata un sacco, il Nobile la gettò sul letto; chiuse porte e finestre. La stanza divenne buia. Aika si sentì in trappola.
Allora smise di dibattersi in maniera assurda e, per niente calma, ma razionale, rimase lì, immobile. L’uomo si muoveva alla sua destra. Sussultò al gelido tocco della sua mano sulla gamba.
Era dunque finita così la sua ricerca? Imbarazzi, imbrogli erano dunque serviti a questo?
Non aveva mai avuto tanta paura. Ma anche tanta rabbia disperata: chi era questo qui che da un momento all’altro si prendeva tante libertà?
Non poteva far nulla, e lo sapeva. Agitarsi? Ribellarsi? Completamente inutile.
Lo sentì vicino; aveva tolto la luce per non riconoscere nel suo viso il suo amico, per poterla trattare da donna… lei lo aveva intuito.
Tirò su col naso. Tremava mentre le lacrime parevano non finire mai. Mise la testa di lato per non vedere neppure la sua sagoma, e disse: <<E va bene. Fa’ quel che ti pare…>>
<<Da dove prendi la confidenza di darmi del tu?>>
<<Da dove TU prendi la confidenza di costringermi a stare qui quando non voglio…Ma se soltanto fai un’altra mossa, dovrai sposarmi>>
Stupito, l’uomo si bloccò.
<<Allora non vorrò altri uomini e così tu non avrai altre donne. Avremo ciascuno un anello al dito, con i rispettivi nomi: io apparterrò a te e tu apparterrai a me. Se invece tu non accetti e… continui… io… io mi uccido.>>
Aika sentì di non essere mai stata così pronta a fare un tale gesto in vita sua. E dal tono, l’uomo lo comprese benissimo. Gli occhi, abituatisi al buio, distinsero il corpo quasi infantile… del suo servo, il viso lucido di lacrime… No, non voleva sposarla, non valeva la pena di legarsi ad una donna che prima lo ingannava e poi lo rifiutava anche. E pi la ragazza gli era parsa così disperata e fuori di senno , che davvero avrebbe potuto suicidarsi. Prenderla adesso gli sembrava quanto mai inutlie…
Non disse nulla, si rivestì ed uscì dalla stanza. <<C’era da aspettarselo.>> pensò, per nulla deluso o turbato: avrebbe pensato poi a fargliela pagare per tutte quelle offese. Quasi tranquillo, si cercò un’altra e più facile compagnia.

Aika era rimasta lì distesa. Pianse per un tempo che le parve infinito e, con la sensazione del pericolo scampato, si abbandonò al sonno.
Il giorno dopo si ritrovò nella sua stanza. Sembrava che i suoi ricordi recenti fossero in realtà dei sogni. Ma era stato tutto troppo reale per essere solo un parto della sua mente. Si mise a sedere. Le mani avevano le unghie scheggiate.
Notò quasi con indifferenza i bracciali da servo al loro posto, sulle braccia nude.
Con freddezza e calma che stupirono lei stessa, si lavò con cura il viso, e tirò fuori dall’armadio un mantello ed una camicia: decise che avrebbe indossato il vestito della sera prima, usandolo a mo’ di tunica, e che avrebbe tenuto sia gli abiti femminili che quelli maschili. Sarebbe stata un “oggetto” indipendente, non classificabile, del tutto eversivo.

Vedendola così combinata, nel refettorio qualcuno credette che si fosse di nuovo vestita da ragazzo. Altri invece le fischiavano dietro, facendole (infondati) pesanti apprezzamenti.
Andò a sedersi al proprio posto, dopo aver fatto assieme agli altri la consueta fila al self-service. I compagni bisbigliavano tra di loro e la fissavano come se non l’avessero mai vista prima, mentre lei ostentava indifferenza. A rompere l’imbarazzo fu Duncan, che, con un gesto impacciato e che avrebbe voluto essrere discreto, aveva tirato fuori dalle tasche dei bigliettini, su cui ora tentava di leggere: <<Allora… Gu… Ghiunà..ika… è questo il tuo vero nome, non è così?>>
Aika gli sorrise: <<Sì,Ghiunàika, ma gli amici mi chiamano Aika. Chiamami anche tu così.>>
A Duncan parve di sentire quella voce per la prima volta, e fece un sorriso quasi stolido, mai visto prima d’ora in altre occasioni.
<<Aika…è un bel nome sai…>>
<<Grazie>> rispose lei, imbarazzata per le sue smorfie, più che per l’impacciato complimento.
Duncan stava per dire qualcos’altro, quando Saro ed i suoi piercing si avvicinarono al tavolo; ignorando l’amico, si rivolse alla ragazza.
<<Ciao Aika>>
Non disse nient’altro. Ugualmente, Aika rispose senza aggiungere niente. Sentiva che c’era qualcosa di strano in quel saluto, soprattutto nel modo in cui aveva modulato la voce.
<<Cara Aika…>> ricominciò, allungando una mano per accarezzarle i capelli.
La ragazza, senza preavviso, gli infilzò la mano con la forchetta, dicendogli: <<Poca confidenza!>>
Con uguale fulmineità Saro le affibbiò un sonoro ceffone, che le fece voltare la testa, e che rese muta tutta la sala. Poi se ne andò.
Duncan pareva davvero mortificato, mentre Aika cercava di non piangere, con la testa che le girava e la faccia che le doleva.
<<Senti, Aika, ora non sei più nelle grazie del Duca. Ti devi aspettare di tutto: ora sei donna, ma nessuno ti tratterà col rispetto dovuto, visto che sei anche servo, e lavori e guadagni al pari di noialtri. Ricordatelo la prossima volta.>>
Duncan aveva ragione. Mai come allora il prezzo della sua scelta le sembrò così alto.
Iniziò il lavoro, e durante le ore col gruppo veniva di continuo importunata dai compagni e perfino dai Nobili ospiti, tanto che a volte si trovò perfino a voler lasciare perdere tutto.
Quando la giornata terminava, sempre sotto gli sguardi di tutti, come marchiata, correva a seppellirsi in biblioteca. Come servo le era concesso, ed era uno dei pochi momenti sereni della giornata.
Distraendosi con mille letture, e non più seguita da branchi di animali, si rinfrancava e recuperava coraggio. In questi momenti pensava ai genitori… avrebbe dovuto avvertirli in qualche modo ( a meno che i pettegolezzi non arrivassero prima della posta ); pensava a Lucano: quanto avrebbe voluto che fosse lì; pensò a Tomtom. Si era salvato? Era riuscito a procurarsi documenti falsi e ad avvertire i genitori?

Alla sera, mentre i ragazzi andavano alla taverna e (per sua fortuna) non si sognavano di invitarla, lei si chiudeva nella propria stanza, lasciava la chiave nella toppa e bloccava la maniglia con la spalliera di una sedia. Trascorreva intere serate passando da un canale all’altro della radio, da una canzone all’altra, per evitare di ascoltare giochi radiofonici demenziali dove la gente parlava di un solo ed unico argomentoed intercalando volgarità ad ogni parola, o per non dover sentire il cantante famoso di turno dire con assoluta serietà che le parole della sua canzone non avevano alcun senso… Oppure trascorreva il tempo libero scrivendo lettere chilometriche alla famiglia, chiedendosi come avrebbe fatto a spedirle, visto che le era stato impedito di uscire e di ricevere visite da loro, dato che erano coinvolti quanto lei nell’imbroglio…
Ben presto si accorse che solo Duncan le si avvicinava per parlarle e lei si azzardava a chiedere a lui di imbucare le sue lettere.
Cominciò a raccontarle del nuovo pupillo del Duca, un ragazzetto tutto lentiggini e dall’aria cattiva, che non faceva altro che ricordare al Duca che il servo precedente l’aveva imbrogliato, pur non sapendo nemmeno vagamente la vera storia di Aika e la vera natura dell’inganno.
Insomma, Duncan era diventato l’unico punto di riferimento di Aika che accettava per questo tutti i suoi complimenti insipidi.
Erano all’apparenza in stretta confidenza, ma mai una volta lui le aveva chiesto perché lei e Tomtom avessero tirato su tutta quella commedia.

Un sabato sera ebbe il coraggio di invitarla a ballare, avendo ricevuto un permesso particolare dal Duca in persona (che evidentemente riteneva Duncan una parte importante nella punizione…), e, come se si trattasse di un argomento poco importante, le accennò che avevano arrestato Tomtom.
<<Come? L’hanno preso? E dov’è adesso?>>
<<L’hanno beccato proprio ieri, ed ora è già nelle prigioni, qui nel castello. Allora, cosa ti metterai di bello per uscire?>>
Aika ignorò l’ultima domanda e comiciò a pensare a come tirarlo fuori di lì. Ora da servo guadagnava come prima, ma da donna non avrebbe avuto spese, perciò avrebbe usato tutti i soldi del suo lavoro per riscattare Tomtom. Quanto a se stessa, beh… non aveva idea di quando e se sarebbe riuscita a riscattarsi. Intanto approfittava della situazione, e, diventata ormai cinica, appoggiò una mano sulla spalla di Duncan e gli chiese: <<Quando usciamo?>>
Il ragazzo non sembrò minimamente accorgersi di tutti quei cambi di umore…

Per l’occasione la Luna Rossa era stata adattata a sala da ballo. Quando Duncan e Aika entrarono, a lei parve di non fare la cosa giusta: pensare a divertirsi, quando in quel momento Tomtom languiva in prigione, e per colpa sua. Ma ora era lì, e non voleva pensarci. D’altra parte quale posto più adatto per non pensare?
L’aria era riempita da un fitto fumo e da una di quelle musiche che come ritmo e suoni le ricordavano distintamente la lavabiancheria di casa sua o il rumore di un ciclomotore che in vano si tenti di far partire pestando sul pedale.
Duncan, in mezzo ai suoni troppo forti, le gridò di levarsi il mantello e di scoprirsi un po’. Aika rispose di no, perché non si fidava di nessuno in quel locale a parte forse di se stessa.
Presto la folla non lasciò per ballare neppure mezzo metro quadrato per ciascuno. E Aika notò che nessuno pareva divertirsi. Una bella ragazza di colore nuotò tra la folla e incrociò il suo sguardo: aveva un’aria corrucciata che contrastava, stridendo, coi bei tratti del viso. Chissà cosa le era successo?
I ragazzi sudavano nelle tuniche sotto i mantelli, mentre le ragazze diventavano sempre più sfrenate; in mezzo c’era Aika, l’unica che stava come voleva stare, né bene né male, l’unica che davvero ascoltava la musica e che ballava.

Un’ora dopo fu la volta dei lenti. Aika li aveva sempre odiati, poiché fino ad allora era rimasta da sola, e nessuno l’aveva mai invitata a provare un solo passo. Fu Duncan naturalmente il primo; nonostante tutte le chiacchiere sulla propria esperienza, neppure lui sembrava saperne molto più di lei in fatto di lenti. Più che altro mirava a stringersi alla ragazza più che poteva. Aika era rigida e a disagio, ma a lui pareva andare bene così, e lei lo lasciò fare… purché non si allargasse troppo…
Dopo un po’ ballare in quel modo fu pure piuttosto piacevole, ma Aika aveva il brutto difetto di tenere sempre la mente impegnata in qualche riflessione o nell’osservazione di qualcosa che solo lei vedeva.
Duncan ad un tratto parve destarsi e la condusse verso uno dei tavolini attorno alla pista. Il lento non era finito, perciò le voci erano leggermente più udibili.
Duncan, disinvolto come non mai le disse, col tono di chi ordina da bere: <<Aika ti amo.>
Aika arrossì, fece una risatina stupida e cercò qualcosa da dire. Lui incalzò:
<<E tu, mi ami, vero?>>
Aika riuscì a mettere insieme le idee nonostante la palese (almeno per lei…) illogicità di quella sparata, e rispose: <<Non saprei, non è un po’ presto? Mi vedi nelle mie vere vesti da così poco e ritieni già di sapere tanto di me da prendere una decisione tanto delicata?>>
Il ragazzo del discorso aveva capito soltanto “presto”, e di consegurnza disse:
<<Ti conosco da anni, invece. Abbiamo lavorato insieme, parlato insieme…>>
<<Sì, ma non è stato sufficiente per conoscerci reciprocamente. E poi non è una cosa così semplice, non ti pare? Dobbiamo conoscerci meglio, perché io possa darti una risposta…>>
<<Che complicazione! Ma se vuoi conoscermi a fondo, ora torniamo al castello e andiamo in camera mia.>>
Aika si arrabbiò. Di certo non era quello che intendeva per conoscenza. Soprattutto si stupiva che un servo come Duncan cercasse da lei la stessa cosa che il Duca con tutta la sua autorità e Nobiltà, non era riuscito ad ottenere. Aika gridò con voce singolarmente acuta:
<<Che tu provi qualcosa per me, ed è tutto da vedere, non implica che io provi lo stesso per te. Non è una cosa automatica, mio caro!>>
Per la prima volta il ragazzo era visibilente arrabbiato: <<Basta chiacchiere. Ora tu vieni con me.>>
La voce gli tremava dalla stizza, per aver ricevuto un’offesa da una donna… Le afferrò una mano e tentò di tirarla. Ma Aika era molto più robusta di lui, e non ottenne alcun risultato.
Sorprendendolo, Aika gli fece la stessa proposta che aveva fatto al Duca: aveva intenzione di metterlo alla prova.
<<Sposarti?>> Duncan le lasciò la mano come fosse stata bollente.
<<Sì, se mi ami, ci legheremo per la vita, io e te. E nessun altro.>>
Il ragazzo fu visibilmente deluso: sentì che era un prezzo troppo alto da pagare per un’altra avventura da poter poi raccontare, quando c’erano decine di ragazze che avrebbero obbedito, restando al loro posto e senza avere nessuna pretesa… E poi, Duncan si disse: <<Non è neanche tanto bella…>>
Cocluse perciò la serata così: <<Torniamo al castello. La festa è finita.>>

Con la minaccia di essere per sempre legati a lei, molti altri pretendenti si arresero, dopo il fiacco tentativo di Duncan. Non che i rifiuti fossero accettati di buon grado dagli orgogliosi maschi, che spesso si prendevano la libertà di picchiarla e di deriderla, dato che era comunque un servo come loro.
Aika dal canto suo sopportava stoicamente, come aveva imparato da Deianira.
Non si fidava né di chi le prometteva che dopo l’avrebbe sposata, né di chi diceva che l’amore era ovvio anche se veniva da una parte sola.
Lei cercava l’accordo perfetto, come quello tra i suoi genitori… come in quella musica che aveva sentito ripetuta all’infinito assieme a Lucano. Non riusciva a far capire a nessuno che il rapporto vero che cercava lei, era quello scaturito da entrambi. In effetti se forse l’avessero ascoltata sul serio, qualcuno avrebbe anche capito. Ma chi voleva perdere tempo in cose del genere quando poteva divertirsi comodamente e senza sforzo?
Secondo questo metro, anche se non ne aveva mai avuto l’intenzione, passò a setaccio la gran parte della servitù del castello, ricevendone, al peggio, qualche livido.
Col tempo e con le delusioni si fece sempre più scaltra e sospettosa; di lei cominciarono a parlare non più come una donna ma di un carro armato, e lei ne godeva un mondo.
Intanto non dimenticava il suo obiettivo: lavorare e riscattare Tomtom, che le era stato proibito di andare a trovare.

Ad agosto, Aika ricevette una visita inaspettata: Lucano era tornato al castello, assieme al musicista burbero. Si accorse della musica che proveniva dai piani inferiori, mentre sistemava una stanza. Quasi ancor prima che il cervello riconoscesse la melodia, Aika aveva mollato tutto, e le sue gambe erano corse verso la fonte di quei suoni, che lei ricordava come “la musica di Lucano”.
E infatti lui era lì, di spalle, mentre ritraeva il pianista, il quale, con aria complice e soddisfatta, le fece un piccolo inchino.
<<Maestro!>> gridò Aika al pittore, correndogli incontro, mentre una infinita serie di fuochi d’artificio le brillavano nell’anima.
<<Signorina!>> le rispose lui, sorridendo e togliendosi un pennello dalla bocca.
<<Come mai è qui? Che bella sorpresa!>>
Lucano le fece segno di essere discreta e di non dare troppo risalto alla storia, raccontandola in giro.
<<Durante l’ultima visita di Adamo Delìve, tuo padre, egli espresse un desiderio secondo cui, appena io ne avessi avuto l’opportunità, sarei tornato qui, per insegnarti la mia arte. Di certo il Duca non poteva rimangiarsi la promessa fatta, nonostante…quello che poi è successo.>>
<<E’ stato papà?>>
<<Lei è cambiata, signorina. Mi sembra cresciuta!>>
Aika gli raccontò in breve tutte le vicende che l’avevano avuta come protagonista, della reazione del Duca e di quello che lei stava facendo per salvare almeno Tomtom.
<<Stai usando tutto il tuo salario? Insomma i soldi che prendi, li dovrai restituire tutti per pagare la cauzione.>>
<<Sono arrivata a un terzo. In un anno e mezzo, se mi impegno, sarò arrivata alla cifra esatta.>>
<<Non se ne parla. Ti aiuterò io. Metteremo insieme il denaro e libereremo il tuo amico. Purtroppo non posso fare di più per il momento…>>
Lucano intendeva riscattare anche lei, ma i soldi che aveva adesso gli bastavano a mala pena per integrare quelli di Aika.
Dal canto suo, la ragazza non poteva sperare di meglio.
Un paio di giorni dopo, Tomtom poté uscire di prigione. Non gli fu permesso di vedere né Aika né