Angel Dust
Marcella Acone
(Numero1)
La grande isola di Pantelleria era ancora immersa nel sonno; il forte vento che la spazzava ogni giorno, sibilava dal mare e scappava tra le vie di Città Nuova, disperdendosi. Era un'alba come tante, del febbraio 1987.
In una casa di periferia, grigia e squallida, Francesco si svegliò infreddolito più o meno come al solito. Aprì gli occhi cercando di distinguere, accecato dalla luce, le familiari macchie di umidità sul soffitto. Si tenne ancora un po' sotto il tepore delle vecchie coperte militari, poi balzò dal letto, già vestito.
Era un bambino biondissimo, riccio e dagli occhi chiari cangianti; aveva l'aria vispa e sveglia, ma allo stesso tempo profondamente ingenua. Cercò le scarpe gettate chissà dove nella stanza la sera prima, poi, saltellando andò in cucina, per salutare i suoi zii. In realtà tra loro non c'era la minima parentela, e si vedeva anche dall'aspetto: i due ragazzi che lo tenevano con sé, erano entrambi scuri di carnagione e di capelli (anche se uno dei due se li tingeva spesso). I due rappresentavano la 'razza' tipica dell'isola.
Francesco non aveva mai badato troppo alle differenze somatiche sue rispetto a quelle dei suoi zii: di loro si fidava. A loro insaputa si ricordava ancora il giorno di quattro anni prima, quando lui era stato lasciato davanti alla porta della loro casa: aveva appena 5 anni ed era spaventato, e sembrava non riuscire a parlare.
I due ragazzi l'avevano quindi preso con sé pur non sapendo niente di lui, e gli avevano dato un posto dove vivere. Poiché non era loro intenzione fondare un ente benefico, insegnarono al loro piccolo ospite come procurarsi da vivere anche da solo: gli insegnarono il loro mestiere, e cioè, l'arte del furto.
Sebbene piccolo, aveva imparato già molto presto. Insieme ai ragazzi, Francesco si dedicava a piccoli furti, scippi, li accompagnava alle rapine per avvertirli di quando scappare, e integrava i loro magri bottini con i propri. E ben presto i due 'zii' notarono che l'abilità del ragazzino era molto superiore alla loro, e Francesco era inoltre più veloce di loro a fuggire e a nascondersi, pur essendo facilmente individuabile grazie alla sua chioma bionda.
Anche quella mattina c'era da 'lavorare'. Francesco si appostò nella piazza del mercato. Era stato lì tante di quelle volte, che quasi avrebbe potuto girare tra le bancarelle senza nascondersi. Era lì, inoltre, che aveva rubato per la prima volta. In un lampo iniziò la sua corsa: mentre andava velocissimo, allungava le mani verso tasche, borse, e tutto ciò che il suo acutissimo occhio aveva imparato a classificare come preda. Sempre schizzando qua e là, non aveva bisogno nemmeno di osservare il bottino, ma afferrava e gettava tutto nelle tasche, nella camicia e perfino nei pantaloni.
Si divertiva come un matto, ma un languore di stomaco lo distolse dal 'volo': la magra colazione non bastava mai. Si fermò di scatto davanti al banco dei dolci, come fosse stato agganciato dal profumo dei tarallini e dello zucchero a velo. Per lui era davvero inebriante. Si lanciò a piene mani, noncurante del fatto che poteva essere visto: sapeva che era più abile nella fuga dei suoi stessi zii. Nemmeno fece una piega quando il proprietario gli gridò addosso, anzi: Francesco lo fissò, gli rise in faccia con la sua voce argentina ed impertinente. Un attimo dopo era già ripartito di gran carriera, sparito tra la folla. Aveva visto delle guardie con la coda dell'occhio, e gli impedivano la via di casa. Così decise di allungare la sua corsa fino in centro. Qui non accennò a smettere la sua opera: si procurò uno zaino ai grandi magazzini, dove ripose tutto il maltolto, si servì ancora in vari negozi, e mise in subbuglio mezza città.
Tornò a casa in tempo per il pranzo. Un po' di tempo dopo, anche gli zii tornarono, e lo trovarono a preparare il pranzo per sé e per loro. <<Ciao!>> li salutò lui, senza neppure voltarsi a guardarli, e seguitava ad armeggiare con le pentole, in perfetto equilibrio su una sedia traballante.
Il bruno gli disse, senza preamboli: <<Lo sai, Riccio, che non devi farti vedere. Abbiamo saputo delle tue gesta stamattina... ma avremmo preferito saperle da te e non venirne a conoscenza dalla città intera. Quante volte te lo dobbiamo ripetere?>> Francesco non badò a che la voce e l'atteggiamento dello zio fossero ancor più seri delle altre volte, e come sempre lo assicurò che non c'era alcun problema: sarebbe corso più veloce di tutti gli inseguitori.
I due ragazzi non sembravano troppo rassicurati dalle sue parole, ma Francesco era ormai abituato alla loro freddezza nei suoi riguardi. Sapeva che gli volevano bene, e presto si sarebbero calmati.
Dopo pranzo, Francesco lavò i piatti e tutte le pentole. Poi, sempre sotto gli occhi dei due zii, tornò in camera. A metà strada si fermò: un grosso ragno passeggiava sul muro del corridoio. Stava per andare a dirlo agli zii, quando, dalla stanza da pranzo sentì che finalmente discutevano. Si fermò ed ascoltò. E quello che udì non gli piacque per niente.
<<Dobbiamo definitivamente liberarci di lui. E' vero che da quando è arrivato ci ha praticamente mantenuto lui. Ma è sempre un ragazzino: prima o poi lo prenderanno e così da lui risaliranno a noi.>> L'altro rispose: <<Definitivamente? Ammazzarlo? No, sarà sufficiente disperderlo da qualche parte. Qualcuno di certo se ne occuperà, e nel giro di pochi anni avrà dimenticato tutto.>>
Francesco si ritrovò a fissare ancora il muro, ma il ragno era sparito da tempo: quello che aveva sentito non poteva essere vero. Si sentì perso, disorientato. Le lacrime gli spuntarono dagli occhi. Ben presto il pianto si trasformò in rabbia. Si asciugò le guance umide con forza e giurò a sé stesso che si sarebbe vendicato. Silenziosamente uscì di casa, e corse verso il parco. Mentre saltava agile tra i vicoli e tra i passaggi 'segreti' che aveva spesso usato come vie di fuga, pensò amaramente a tutti i ricordi della sua convivenza con gli zii: era la sua vita. Di 'prima' ricordava solo tante immagini confuse, bianche, di neve e freddo. Le uniche figure amiche erano state proprio quelle che lui era ora deciso a tradire. Capì perché così spesso in sua presenza quei due usassero mezze frasi, sguardi di intesa che lo escludevano dalla comprensione e la malcelata ividia per le sue straordinarie capacità di ladro.
Arrivò ad una cabina telefonica presso il parco, e solo lì terminò la sua corsa. Aprì la porta miracolosamente integra della cabina, e la richiuse alle spalle. Non lo fece perché qualcuno lo poteva ascoltare, ma per poter concentrarsi su quello che stava per fare. Sui vetri presso l'apparecchio c'erano varie scritte tutte colorate. Quei colori danzavano davanti agli occhi del bambino come farfalle impazzite: di nuovo piangeva, anche se cercava con ogni mezzo di smettere.
Piano piano riuscì a calmarsi un po'. Le farfalle tornarono lettere e numeri. Prese la cornetta. E di nuovo fu assalito dai ricordi e dal rimorso: quattro anni era vissuto con loro. Quante feste insieme per il nuovo anno o per furti andati a segno; quante volte lui si era fatto male o si era ammalato ed erano stati quei ragazzi a curarlo; mai gli avevano fatto del male. <<Ma ora non mi vogliono più>> teminò la serie di immagini. Mise il gettone nella fessura, e compose il numero che aveva imparato ad odiare. <<Pronto?>> fece una voce dall'altro capo del telefono, e solo la terza volta che lo disse, Francesco si decise ad andare fino in fondo. Il ragazzino rivelò con estrema precisione tutti i furti, tutte le date e tutti i nomi dei complici che i suoi zii avevano avuto, tutto ciò che c'era da sapere sul loro conto. Non seppe dire il loro nome perché tra loro si erano sempre chiamati per soprannome, ma fu talmente preciso nella loro descrizione che non ce ne sarebbe stato alcun bisogno. Nell'elenco dei loro crimini, Francesco attribuì a loro anche i propri furti, visto che aveva lasciato lì a casa tutto il proprio bottino. Quando infine, al quinto gettone, la voce gli chiese per l'ennesima volta <<Chi è?>>, il bambino ripose la cornetta. Abbassò la testa e chiuse gli occhi, la sinistra ancora sull'apparecchio. Poi lì riaprì, rialzando lo sguardo. Si sentiva libero di un enorme peso. Era sì solo e senza più una casa, ma sapeva che se la sarebbe cavata, e lo avrebbe fatto nel modo che gli riusciva meglio: rubando.
I due ragazzi, cercando Francesco per le grigie stanze, non si aspettavano certo di ritrovarsi la casa invasa dai poliziotti. Furono arrestati, e dalle guardie seppero che qualcuno aveva fatto una soffiata. Non ci volle molto ai due per capire chi fosse stato il responsabile.
Dall'altra parte dell'isola, mentre Francesco si preparava alla sua nuova vita, era avvenuto un fatto grave, che presto fece il giro di tutte le città: su una scogliera isolata dal paese era avvenuta una esplosione tremenda. La casa di due scienziati era letteralmente saltata in aria, e soltanto il loro figlioletto di 4 anni era miracolosamente sopravvissuto. Aveva battuto la testa, ma si era ripreso in fretta... e la prima cosa che aveva fatto appena fuori pericolo, era stata fuggire dall'ospedale, per tornare presso il luogo dell'esplosione. Da lì era praticamente sparito, nessuno era più stato capace di rintracciarlo.
Francesco seppe questa notizia come tutti gli altri, ma non ci fece troppo caso. Non sapeva che quel ragazzino sarebbe presto entrato a far parte della sua vita.
Francesco non aveva perso tempo. Se da un lato i due presunti maggiori responsabili dei furti in centro erano stati arrestati, dall'altro l'ondata di rapine e di sparizioni non era affatto diminuita. Ma quando agli agenti veniva detto e ripetuto che il responsabile era un bimbo di circa dieci anni, sembrava una cosa talmente inverosimile che nessuno veinva creduto. Gli stessi 'zii' di Francesco avevano tentato di fare a loro volta le spie, ma nessuno aveva dato peso alle loro parole. Insomma, il bambino faceva il bello e il cattivo tempo rimanendo impunito.
Trascorse molto tempo vivendo così. Si arrangiava a dormire dove capitava ( e questo includeva non solo strade e ponti, ma anche camere di albergo, palazzi in costruzione e opere pubbliche terminate ma inutilizzate). Un anno dopo il suo tradimento, decise di tentare la fortuna sbarcando sul Continente. E qui la sua fama scoppiò. Era conosciuto ormai da tutti. Si dievertiva rubando giorno per giorno la sua vita; non soffriva per nulla della sua condizione e anzi, a mano a mano che la sua fama di ladro bambino cresceva, si convinse sempre di più che la sua era un'abilità fuori dal comune. Si convinse che non poteva più dedicarsi ai furti di strada e a dividere il bottino con le bande con cui di volta in volta collaborava: doveva dimostrare il suo 'talento' con un proprio furto, uno importante, da cui tutti capissero che era un genio.
Decise di cominciare con qualcosa di facile. Puntò un negozio di antiquario, nella sua città, al suo ritorno a Pantelleria. Studiò gli orari di apertura e di chiusura, imparò le mosse del proprietario e si preparò gli attrezzi giusti per forzare le serrature.
Durante la notte stabilita entrò in azione. Senza difficoltà scassinò la saracinesca e la porta di ingresso. Entrato, notò con stupore che la stanza era già illuminata. Per prudenza, richiuse la serranda alle spalle. La luce non proveniva da alcuna lampada. Francesco distese il suo viso in un sorriso che per luminosità faceva a gara con la fonte di luce, quando vide che essa era un meraviglioso paio di scarpe d'oro, che facevano bella mostra di sé su una colonnina di legno lavorato. Lasciò cadere la borsa con gli attrezzi e si avvicinò allo spettacolo luminoso di quegli strani oggetti. Prese una delle due scarpe. Pesava davvero. Era d'oro dalla suola ai lacci. Si specchiò nella parte inferiore e si ammirò nel suo completo di berretto e maglione neri. Più per gioco che per altro, decise di provarsi il paio di scarpe d'oro. Fu sorpreso che gli calzassero a pennello, e non solo: erano anche calde, comode e leggere. <<Queste me le tengo!>> pensò al colmo della gioia. Poi si rivolse al resto: se c'erano delle scarpe d'oro massiccio in vetrina, chissà cosa ci doveva essere all'interno della bottega! Le scarpe lo facevano sentire un po' strano, ma lui non ci badò, impegnato a frugare tra scrigni, scatoloni, mobili antichi e mucchi di oggetti tutti diversi. Mentre selezionava quello che avrebbe potuto portare via, un suono sgradevole accorse a disturbargli il momento: le sirene della polizia. <<Forse sulla colonnina c'era un allarme. Come ho fatto a non accorgermene?>>. Si preparò alla fuga. Corse alla serranda e l'aprì in fretta, provocando un rumore assordante. Appena mise un passo fuori, si accorse con terrore che non era una sola l'auto ad avere raccolto l'allarme, ma due, o anche tre. Sentiva che lo stavano circondando. Richiuse la saracinesca, e si affrettò ad aprire la porta sul retro. Era appena riuscito a sbloccarla, quando la luce delle scarpe fu offuscata da quella più violenta dei fari delle auto azzurre. Due poliziotti avevano spalancato la saracinesca ed ora puntavano le loro pile dritto negli occhi di Francesco.
Nell'aprire la porta del retro, completamente abbagliato, il bambino si rese conto che qualcosa la bloccava; dunque non aveva più vie di fuga. Si voltò verso le auto con le mani in aria, maledicendosi su come non avesse previsto un sistema di sicurezza così efficiente alla sola vista delle scarpe che ora portava ai piedi. <<Che ci fai tu qui, ragazzino?>> faceva intanto uno dei poliziotti con la pila. <<Non è un posto per bambini, questo. Non lo sai che c'è appena stata una rapina qui?>> Poco bastò all'uomo per accorgersi che la faccia di quel bambino non gli era troppo nuova. <<Non sarai per caso...?>>
Francesco non ascoltava.Tremava al pensiero che, finendo in galera, avrebbe riincontrato i suoi zii. Non si rese conto che fino a prima che indossasse le scarpe, il pensiero della sua vecchia 'famiglia' non lo aveva mai impensierito tanto. Desiderò di fuggire, pur sapendo che era impossibile, desiderò di essere lontano da lì. Lontano. Le scarpe brillarono più intensamente.
Quando Francesco riaprì gli occhi, cacciò un grido: era all'esterno, in mezzo ad un bosco... e lontano dal pericolo. <<Ma che è successo?>> si chiese ad alta voce, ma a metà pensiero, la risposta venne da sé: le scarpe, che ora illuminavano tutto attorno a lui, avevano esaudito il suo desiderio.
Sorrise soddisfatto, e saltellò tra gli alberi urlando per scaricare la tensione.
Dopo un po' si accorse che lì faceva molto più freddo rispetto a dov'era prima. Provò ad indovinare dove si trovasse, e le scarpe gli rivelarono che si trovava a Sud del Continente , in un bosco presso la città di Lian. Lì non c'era ancora mai stato. Ma si rendeva perfettamente conto che con quelle scarpe d'oro avrebbe potuto benissimo fare a meno di spostarsi: comprendeva appieno il potere che esse gli conferivano. Era euforico. <<Ora è tardi. Devo solo trovare un riparo per la notte. Poi domani deciderò come meglio utilizzare questa meravigliosa magia>>
Creò dal nulla una piccola casetta, tale e quale l'aveva spesso disegnata sui fogli che gli zii gli davano per giocare. La magia era stata quasi istantanea, e di questo Francesco rise di gusto, finché la risata non si trasformò in un enorme sbadiglio. Entrò in casa, e sulla porta apparve un piccolo 1 d'oro. Il piccolo ladro desiderò di dormire quanto voleva.
Intanto il ragazzino scampato all'esplosione della sua casa, si aggirava per l'isola come un'ombra: c'era gente che giurava di averlo visto, ma ogni volta che iniziavano le ricerche, il bambino era sempre introvabile. Era silenzioso come un gatto. Chi l'aveva avvicinato, raccontava della sua grande forza, dello sguardo attento e penetrante, ma nessuno era riuscito ad entrare in confidenza con lui. Gli avevano imposto il nome di Solo, e a lui non dispiaceva, visto che il suo non lo ricordava più dall'incidente dei suoi un anno prima.
Per un breve periodo soltanto una coppia di anziani riuscì a tenerlo con sé, ma ben presto Solo si era accorto di preferire la vita selvaggia alla comoda vita della gente.
Per vivere, beh, anche lui rubava, ma non era certo raffinato come Francesco: le maniere dirette e forti erano la sua tattica, e non pareva aver paura di niente. E per sopravvivere come un ragazzo di strada doveva dar fondo a tutte le sue capacità; di certo non gli mancava l'intelligenza. E in fondo era quella la vita che si era scelto, gli piaceva vivere pericolosamente giorno per giorno. Non di rado si ritrovava ferito, malato o percosso per il suo modo di fare, ma lui sopportava: già così piccolo sapeva bene che non è affatto facile vivere al di fuori degli schemi.
Dopo la notte in cui Francesco aveva scoperto le scarpe d'oro, trascorsero tre anni. Le sue imprese ora erano sulla bocca di tutti, poiché continuava a rubare, servendosi della magia come mezzo di fuga. Infatti i suoi lavoretti erano in genere fatti a mano, ma se per esempio aveva bisogno di particolari attezzature, non doveva più rubare anche quelle o chiederle in prestito a qualche scettico capo banda: gli bastava desiderare ed era bell'e pronto. E, lui ne era cosciente, il potere delle scarpe aveva gli stessi limiti della sua Fantasia. E a lui certo non mancava.
Sapeva rimpicciolirsi per passare dalle serrature, poteva portare con sé l'intero contenuto del caveau di una banca, poteva bloccare le guardie con un solo schiocco di dita, poteva conoscere nei dettagli tutte le informazioni che desiderava semplicemente volendolo. Quando non 'lavorava' viaggiava per il mondo, imparava mille informazioni in un solo momento e poteva fermare il tempo a suo capriccio. Insomma, era assolutamente padrone del campo.
La stampa gli aveva imposto il nome di Scarpa d'Oro, e a lui, inutile dirlo, la cosa non guastava affatto, anche perché se non gli fosse piaciuto come nome, avrebbe facilmente potuto farlo cambiare, solo desiderandolo.
Francesco si sentiva importante, il più importante: sapeva che le scarpe d'oro, così potenti, se fossero finite in mani sbagliate, avrebbero potuto essere un'arma pericolosissima per tutti gli esseri umani. Pieno di sé, il ladro mago gongolava, e si faceva i complimenti da solo.
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