libere parole & legatoria cartotecnica su misura

Celestina
Marcella Acone (Numero1)

Celeste era una singolare bambina. Diversamente dalla maggioranza dei compagni era sempre seria. Non disdegnava certo i giochi, ma pareva annoiata o a disagio con le altre bambine. Il primo giorno di scuola certi bambini acuti e bambine sospettose si erano chiesti come mai il libro di quella al primo banco fosse già tutto usato e pieno di orecchie. Presto si accorsero anche che le maestre sembravano ignorarla di proposito, quando dalla classe sceglievano i bambini che rispondessero alle domande di verifica. D'altra parte Celeste era molto brava: quando le si chiedeva di spiegare una lettura, sembrava ripetere ogni favola parola per parola; sembrava inoltre che la cosa non soltanto non le costasse fatica, ma soprattutto che non la riguardasse direttamente. Spesso era manifestamente distratta, col viso rivolto alla finestra, per intere ore, ma questo non le impediva, una volta interrogata, di recitare le lezioni con la massima esattezza pur non avendole ascoltate. Durante la ricreazione stava sempre sola, spesso seduta su uno scalino o sull'altalena, e la mezz'ora che tutti i compagni dedicavano al gioco, lei la trascorreva a leggere libri. I bambini più curiosi o quelli che si avvicinavano per stuzzicarla, notavano che quei libri non avevano neppure una figura, erano sempre scritti troppo in piccolo e le loro copertine erano sempre anonime. Celeste nascondeva i titoli con le mani, non tanto per vergogna, quanto proprio per tenere gli altri all'oscuro di cosa davvero leggesse. Quelle volte che cedeva alle insistenze delle compagne, Celeste prima correva in aula a chiudere il libro nella cattedra, poi tornava e finalmente partecipava ai loro giochi. Se qualcuno si faceva male, Celeste era la prima ad accorrere in aiuto dei compagni. Con tutti si prodigava in consigli ed in esortazioni tipiche da maestra e, spesso, senza che neppure glielo chiedessero, costringeva i bambini più somari ad ascoltare la lezione adatta a loro, dalla propria stessa bocca. Ed i piccoli alunni (di due maestre) in genere, più che accettare l'aiuto con gratitudine o ascoltare le spiegazioni, fissavano l'attenzione sul fatto che Celeste ricordasse tutto senza avere il libro davanti.

Sebbene fosse al primo anno delle elementari, le maestre non avevano nulla da ridire che, alla fine delle lezioni, Celeste tornasse a casa propria da sé. Per essere reduce dal primo mese di scuola era ben strano che fosse così indipendente. Già, detta così la cosa sembrerebbe saltare agli occhi; eppure a parte qualche commento di una mamma ben pensante o di un pargolo troppo sveglio, nessuno indagò oltre. Celeste, così strana e particolare, passava inosservata come una bambina qualunque.

Celeste, come sempre, tornava a casa col bus; dalla fermata, percorreva due incroci, poi apriva portone e porta di casa con le proprie chiavi. Quella era la casa che era stata di sua nonna, perciò sul campanello c'era scritto proprio il suo nome, con, singolarmente, anche lo stesso cognome: Celeste Marino.

Entrata in casa, Celeste non salutò nessuno, poiché nessuno c'era ad aspettarla. Tolta la giacca e la cartella, si diresse come al solito in cucina. Con gesti automatici accendeva la TV sul telegiornale, spostava una sedia verso i fornelli e si preparava da mangiare. Così piccola com'era, per ogni normale gesto aveva sempre bisogno di un supporto, ora per raggiungere un barattolo, ora per spostare un mobile. Lavò i piatti a mano,le mani inguainate in enormi guanti, poi con una scrittura tutt'altro che infantile appuntava cosa mancava, sulla lavagnetta sotto il calendario.

Come ogni giorno si diresse al computer e controllò la posta elettronica. C'era il solito mare di pubblicità e poi una lettera, che immediatamente aprì: <<All'angolo blu le chiacchiere si fanno torbide. I fiori rossi hanno perso i petali. Il sole tramonta in fretta.>> Celeste balzò giù dalla sedia, quasi dimenticando di cancellare tutto e spegnere, e corse al parco pubblico. Qui sapeva che era attesa da un uomo in occhiali scuri ed impermeabile, con un giornale in mano. Celeste lo apostrofò così: <<Anche ai bambini sembreresti una spia, agente 724, con quel giornale che fingi così male di leggere!>>.L'agente abbassò i fogli leggeri e, sorridendo, rispose: <<Sarei grato, agente 196, che non mi chiamasse per numero in pubblico!>> Poi cambiò tono e si fece serio: <<Se sei qui vuol dire che hai memorizzato il messaggio e sei pronta all'azione, non è così?>> Celeste annuì decisa.

Ecco dunque svelato un mistero: la piccola Celeste era in realtà un agente segreto. Ma cosa ancor più pazzesca, lo era ormai da molti anni eppure il suo aspetto arrivava a dimostrare sì e no undici anni. Nella tessera che aveva sempre con sé durante le sue missioni, ma anche nella stessa carta d'identità, la data di nascita, così in contrasto con la foto, avrebbe sconcertato chiunque: Celeste aveva, secondo quelle carte, né più né meno di trentadue anni.

Nei momenti di pausa, Celeste si era spesso ritrovata a ripercorrere quel giorno di ormai ventun anni prima, in cui il pediatra aveva comunicato davanti a lei ed ai genitori che non sarebbe cresciuta più. Da vera bambina non aveva capito quale portata avesse quella rivelazione. Ma lei, Celeste, l'avrebbe pian piano capito da sé, giorno dopo giorno. Ed il tempo non le avrebbe risparmiato di veder crescere le amiche, vederle diventare donne, i bambini diventare giovanotti; il tempo non le avrebbe risparmiato di ispirare a tutti loro soltanto tenerezza mista a pietà.

Quasi per caso era stata coinvolta in faccende top-secret, e quindi subito inquadrata come perfetta agente segreto: piccola, sfuggente, insospettabile, donna. Allenata per vario tempo in palestre bunker, era stata pure istruita al meglio sui suoi futuri compiti e lei, suo malgrado, aveva accettato, poiché non avrebbe mai più avuto un'occasione simile. Per destare meno sospetti possibile, agli insegnanti della scuola elementare erano stati sostituiti altrettanti agenti, tutti col compito di proteggere e coprire l'agente 196. Infatti Celeste frequentava cinque anni come un'alunna normale, come copertura, poi per un anno spariva dalla circolazione, per poi ricominciare l'anno successivo, con un nome nuovo ed un viso un po' diverso.

Spesso, durante le sue missioni, nel preciso momento in cui stava per spiccare un balzo verso l'elicottero che l'avrebbe portata in salvo, o nell'istante in cui, a bruciapelo, freddava l'aggressore che l'aveva scoperta a rubargli i piani segreti, Celeste sperava sempre che qualcuno si accorgesse, confrontando le foto dei due addii alla scuola, che lei appariva più o meno uguale in entrambe, con quel viso serio puntato dritto nell'obbiettivo   con i pugni stretti. Ma nessuno se n'era mai reso conto; ma se pure l'avesse fatto, avrebbe notato somiglianze, forse ipotizzato parentele, ma mai sarebbe arrivato alla verità.

L'unico conforto alla sua situazione Celeste sperava di trovarlo nei libri, ma in essi non c'era nessun personaggio che l'aiutasse a superare quella tristezza di svegliarsi ogni mattina, tentare di vedere allo specchio il proprio viso intero, mentre già ciuffi bianchi spuntano dalle trecce infantili Troppe volte,tutte le volte, in tutte le storie che trovava, snelle, prosperose sexy eroine, alte e grandi, salvavano il mondo tra lettere d'inchiostro e immaginazione. Nulla di reale. Nessuna di loro era come lei, nessuna la rappresentava, neppure in parte, lei, bambina preclusa all'età dell'amore; lei donna che   mai si sarebbe potuta sentire tale.

Nondimeno trovava forza nei libri, un effimero conforto: quelle figure stereotipate le avevano fatto desiderare quell'arroganza di scrivere pur sapendo di non aver talento, per poter così creare una storia che la rispecchiasse, e che le potesse fornire, una volta posta su un   foglio, una soluzione al proprio dramma. Purtroppo si era trovata incapace di prendere in mano una penna per scrivere di sé. E poi, sempre costretta ad adempiere a qualche missione pericolosa o a fingere di essere ancora piccola fin nella mente e nei desideri, non aveva che rare occasioni da dedicare a se stessa. Erano momenti che trascorreva da sola, rifugiata nei suoi ricordi più tristi, incapace di tradurli in qualcosa di positivo o concreto.

Tra intrighi internazionali ed addizioni, tra una guerra nucleare evitata a stento e la coniugazione di un verbo, la sua assurda vita si svolgeva come su un palco, sempre recitando, sempre in scena. Le uniche persone che ancora la tenevano in vita erano i genitori ed Elena, una ragazza di sedici anni, sua nuova vicina di casa, che, unica, aveva capito ogni cosa, e trattava Celeste finalmente da essere umano. Unica estranea al di fuori della famiglia, che non fingeva che fosse adulta e non pretendeva che facesse la bambina. E da lei sola Celeste si faceva chiamare Celestina.

Marcella Acone 13/03/2002