libere parole & legatoria cartotecnica su misura

Document
Marcella Acone (Numero1)

Erano ormai 20 i giorni trascorsi nel viaggio per riportare il giovane Suròh a casa, su Yako, suo paineta di origine.
Nevia, Ilario e il robot B-172 avevano accettato di accompagnarlo a casa, rinunciando alla loro licenza, poiché il tempo a disposizione sarebbe bastato appena ad arrivare a destinazione e a tornare.

Il ragazzo, finalmente libero dalla schiavitù della famiglia di Xannder, che l’aveva catturato da piccolo, ora non aveva altro desiderio che fare ritorno al pianeta di origine. Aveva confidato, ma solo al robot, che aveva un ottimo motivo per avere fretta di tornare a casa, anche se era un luogo lontano e di certo uno dei primi posti dove l’avrebbero cercato. Suròh infatti non era un ragazzo Yako qualunque…

Il tragitto era molto lungo, e il viaggio sarebbe durato molto di più soprattutto perché l'astronave del gruppo 17 dell'A.I.V.E.C. era poco più che una bagnarola; Suròh stesso si chiedeva come facesse a solcare gli spazi senza disintegrarsi al primo scossone.
Egli, infatti, pur proveniente da una civiltà molto primitiva, aveva vissuto a lungo nella famiglia di Xannder, dell'èlite di Marte e piuttosto in vista per tutto il popolo Ennde, perciò aveva sempre viaggiato su astronavi lussuose e ultramoderne, che non avevano mai dato problemi.
La Stars Hopper, o Cavalletta Delle Stelle, di frequente aveva forti cali di energia, guasti improvvisi all'impianto di gravità artificiale e aveva bisogno di continue riparazioni, che obbligavano Nevia a numerose e pericolose uscite in tuta per riparare i danni.

Tuttavia il ragazzo non si lamentava: in fondo quelle erano le prime persone al di fuori della sua razza che l'avevano trattato in modo civile.
Lui stesso aveva detto loro, la sera in cui avevano accettato di portarlo con sé: <<Mi aiutate, ma non sapete neppure chi, o COSA sono…>>
Ilario aveva risposto prontamente che lui SAPEVA molto sugli Yako e su come fossero più affini al mondo vegetale che a quello animale; Nevia, che di dati del genere sapeva poco o niente, aveva risposto comunque: <<Io so cosa sei...>> facendo sbalordire tutti. <<… sei un AMICO!>>
E questo aveva fatto sì che Suròh, lo schiavo di Yako, si fidasse di lei, del piccolo Ilario, e del loro accompagnatore, lo strano robot con le ali d'uccello, B-172.

Stazione Granpasso
Sui monitor apparve il loro ultimo scalo, prima di arrivare a casa di Suròh. La stazione orbitante di Granpasso accolse la Cavalletta Delle Stelle in uno dei suoi vari hangar. Dopo il controllo dello stato della nave e dopo le solite procedure di decompressione, i quattro navigatori sbarcarono, alla ricerca di un buon meccanico e di un ristorante per rifocillarsi.
<<Non troveremo mai un posto come su Li-Suu!>> Commentò Nevia sedendosi al tavolo, e scorrendo il menu scritto in Lingua Comune.
Ilario, sorridendo a lei e a Suròh, rispose:
<<E' vero: un posto dove abbiano vera cucina regionale Terrestre è davvero difficile da trovare in giro per il cosmo. Direi che siamo stati fortunati quella volta.>>

Durante il pranzo, Suròh chiese agli amici:
<<E' molto che viaggiate in giro per i pianeti. Avrete molte cose da raccontare.>>
Ilario rise, mentre fu la ragazza a rispondere: <<Già, è vero. Il problema è che all'A.I.V.E.C. nessuno vuole sentire questo tipo di informazioni. A loro interessano dati come il numero degli abitanti, la temperatura dell'atmosfera e i minerali delle rocce che troviamo sui pianeti che ci dicono di esplorare.>>
Ilario intervenne: <<Non possiamo biasimarli. La sigla significa proprio questo: Associazione Interplanetaria Volontari Esploratori del Cosmo. Siamo ricercatori, non turisti o avventurieri... Anche se ce ne sono capitate di mille colori...>>
Nevia intervenne: <<Potremmo raccontarti come ci siamo conosciuti, con Ilario e la “scatoletta con le ali”, oppure delle varie accoglienze riservateci dai vari pianeti in cui siamo capitati...>>
Suròh disse che avrebbe ascoltato le loro avventure con piacere, contento, in cuore suo, poiché per un po’ avrebbe potuto distrarsi dalla preoccupazione e dalla fretta che lo assillavano dall’inizio del viaggio.

Ilario iniziò: <<Avevo saputo dell’A.I.V.E.C. attraverso dei libri visti in rete, e cercavo qualcosa di nuovo per allargare le mie conoscenze, visto che pur avendo solo 8 anni ho già letto tutti i libri disponibili nella mia biblioteca. Ritengo che esplorare altri mondi possa fornirmi le esperienze pratiche sul campo di cui si ha bisogno come della teoria. I miei genitori poi hanno visto in questo un modo per distogliermi dallo studio, ed hanno acconsentito a farmi partire.>>
<<Io invece ho scoperto per caso un annuncio nella mia scuola; quando ho letto che bisognava viaggiare, ho pensato che cambiare aria avrebbe incrementato i miei allora deboli poteri mentali... Per questo i miei non fecero storie e approvarono la mia idea.>>
Ilario e Suròh si scambiarono un’impercettibile occhiata d’intesa: Nevia aveva sì poteri telecinetici, ma erano talmente deboli che le sarebbe risultato più facile raccogliere un oggetto con le mani più che spostarlo con la mente.
<<L’appuntamento era alle 9 di mattina di un sabato di marzo... ricordi quando, Ilario?... nella sala conferenze presso lo spazioporto della Capitale. Noi due ci incontrammo per primi, anche se non sapevamo che saremmo finiti nello stesso gruppo...>>

 

L’incontro
La sala era vuota, se non per piccole figure un po’ spaesate che giravano oziosamente, in attesa che la riunione dei volontari avesse luogo. Ma le porte continuarono a rimanere chiuse per un’altra ora almeno.
La hall era grande, semicircolare. Dal pavimento partivano una quindicina di maestosi archi, che andavano tutti a unirsi in corrispondenza dell’entrata della sala conferenze. Le pareti erano ricche di specchi e vetrate colorate, ma questo non diminuiva l’austerità del luogo.
Nevia ogni tanto faceva grossi e vistosi sbadigli, chiedendosi per quale motivo l’avessero costretta a svegliarsi così presto, per poi non essere puntuali: visto che riteneva che la sua maggiore occupazione fosse pensare e che ciò le portasse via la maggior parte delle energie, non capiva perché aveva dovuto sacrificare un paio delle sue preziosissime otto ore e mezzo di riposo giornaliere.
Ogni tanto andava verso uno degli specchi che decoravano la sala, (che nel frattempo si popolava di nuovi arrivati), per aggiustarsi i corti capelli blu metallizzato e il riccioletto biondo che le pendeva sulla fronte. Di tanto in tanto provava a levitare con la forza del pensiero, ma ogni volta che riusciva a restare sospesa, cadeva per il troppo sforzo, e molti di quelli che la vedevano, credevano che stesse solo saltellando, e rimanevano interdetti.
La ragazza era comunque oltremodo fiera di quel risultato e niente al mondo (almeno fino a che non glielo avessero detto apertamente…) le avrebbe fatto cambiare idea: era certa di avere grandissimi poteri.
Un bambino di neppure 10 anni le si avvicinò: era stranamente abbigliato con una toga da antico romano su una camicia llinda e ben stirata, al collo portava una cravatta e in testa un vistoso e troppo grosso tocco blu da laureato. Dietro le spesse lenti degli occhiali, i suoi occhi ogni tanto cambiavano colore.
Nevia non badò al suo aspetto: ora la moda imponeva... che ognuno vestisse come voleva; era raro che due persone avessero lo stesso stile o lo stesso abito.
Gli unici particolari che potevano rendere simili le persone (gli umani o gli umanoidi, almeno) erano i guanti. Nevia infatti portava un paio di guanti bianchi che le facevano da seconda pelle, e che, a mo’ di orologio, recavano un piccolo quadrante tondo: era un mezzo di comunicazione molto comodo, come una ricetrasmittente o un telefono. La ragazza non li toglieva mai.
<<Scusa>>, chiese il bambino, <<per caso sai se dovremo aspettare ancora ? Non vorrei sottrarre altro tempo al mio studio...>>
<<Mi spiace, non so proprio quando hanno intenzione di farci entrare...ho un sonno!!! Io pensavo di andare a prendere qualcosa al bar. Possiamo aspettare insieme. Io sono Nevia.>>
<<Con piacere. Io sono Ilario>>
Si diedero la mano e si avviarono al bar. Il barista, un Aracnia di Laitblù, li accolse con un gran sorriso dietro al suo enorme naso celeste, e con cento cerimonie, li invitò a ordinare.

Nevia e Ilario trascorsero molto tempo a parlare tra loro, ignari sul fatto che degli osservatori stavano prendendo nota di tutti i gruppi spontanei che via via si andavano formando durante l’attesa.
Ilario scoprì che Nevia aveva 17 anni, proveniva dal Sud dell’Europa e che le piaceva oziare, inventare storie e giocare con i videogames, di cui sembrava sapere tutto; si stupì di come, con naturalezza, lei gli avesse rivelato di non avere praticamente nessun amico, e di essere per molti aspetti, ancora una bambina.
Nevia seppe dal ragazzino che lui proveniva dall’Africa del Sud (nonostante fosse biondo), che conosceva già almeno 4 dialetti terrestri, e il suo hobby preferito era lo studio... anche se era difficile non intuire questo, visto l’abbigliamento e il grosso PC portatile che teneva costantemente sotto il braccio.
Nevia notò che era un modello di calcolatore puttosto antico, ma di una serie molto efficiente e non troppo lenta. Questo fu un altro punto in più perché Ilario le risultasse simpatico. Dal canto suo il ragazzino, sentendole dire che le piaceva più disegnare e scrivere a mano, invece di usare le tastiere come tutti, pensò che si poteva imparare molto da un tipo così bizzarro.

Dopo un’interminabile attesa, i ragazzi furono fatti entrare nella sala apposita. In base ai dati ottenuti, i gruppi vennero formati; ad ogni gruppo venne assegnata una guida, che li avrebbe coadiuvati e assistiti durante le esplorazioni.
Ad Ilario e Nevia, venne assegnata una giuda robot, della serie dei senzienti, il modello B-172, conosciuto soprattutto per una particolarità : aveva un paio di vere ali d’uccello che gli spuntavano dalla parte di dietro. Per il resto, aveva una forma piuttosto convenzionale: era cilindrico e sormontato da una cupola di vetro, da cui si poteva vedere il suo unico occhio e alcuni dei suoi circuiti.

Nevia ed Ilario stavano conversando amabilmente quando al loro gruppo, il n.17, si aggiunse il robot.
<<Io sono B-172, e sono la vostra guida. Siete invitati a seguire tutte le mie direttive e i miei consigli durante l’intero viaggio.>>
I due ragazzi lo guardarono appena, per poi ricominciare a parlare tra loro. Evidentemente non avevano una grande familiarità con i droidi o con i robot; dal canto suo, B-172 non mandò certo a dire che quel comportamento lo offendeva, e, per ottenere il rispetto che meritava, elargì ad entrambi una sonora scossa elettrica.

A quella reazione, tutti gli altri gruppi si voltarono: un alto Ennpis rosso cominciò a ridere talmente forte che a tutti sembrò di ascoltare un pezzo di disco-music; alcuni Ennde cominciarono a ridere; gli Aracnia agitavano tutti i loro tentacoli, divertiti più che mai. I Terrestri invece cominciarono a dire in giro che quei due imbranati non provenivano dal loro stesso pianeta.
Riavutasi dal colpo, Nevia cominciò a urlare al robot, inventandosi lì per lì fantasiosi epiteti: (<< barattolo alato, uccello bidone, pattume volante, caccavella moderna…>>). Ilario invece, senza neppure alzarsi da terra, scuotendo la testa, controllava se la scossa avesse fatto dei danni al suo PC.
Poco dopo, una nuova scossa riuscì a sedare Nevia, che, faticando a rimanere in piedi, si rammaricava di non aver portato con sé gli attrezzi da lavoro per poter smontare quell’impiastro pezzo per pezzo...

Al gruppo 17 fu assegnata una vecchia navicella dai colori superficiali tutti scrostati, su cui neppure si leggeva il nome. Nevia e Ilario, come del resto gli altri gruppi, dovettero riparare la propria astronave meglio che potevano; alla loro diedero il nome Stars Hopper, La Cavalletta delle Stelle, anche se un trabiccolo del genere di certo non ispirava grandi salti... se non verso il basso.
Avevano appena finito di scrivere il nome sulle fiancate, che un ragazzo, un metà marziano e metà terrestre, per divertirsi alle loro spalle, andò a dire a tutti che il gruppo 17 aveva chiamato la sua nave “il sacchetto per la spesa stellare” (ovvero, “star shopper”).
Quando Nevia lo seppe, andò a indagare tra tutti i gruppi, facendo dello stupido scherzetto un caso gravissimo, e rendendosi inconsapevolmente ridicola a chi ancora non l’aveva notata prima. Ilario si accorse di questo, ma non disse nulla. Cercò invece di calmarla, distraendola con frasi del tipo: <<Ignorali>> o <<Non dar loro soddisfazioni>>.
Immediatamente Ilario intuì che sarebbe stato lui l’”adulto responsabile” del gruppo…

La nave intanto veniva riparata a rilento, dato che i pezzi di ricambio erano sempre troppo vecchi per essere reperiti, o troppo antichi per essere ricomprati dai musei... L’unica cosa che riportò un po’ di buonumore in Nevia fu la scoperta, sulla navicella, di un sistema Document, una specie di registratore continuo di suoni e immagini, programmabile e molto economico: da una sola immagine salvata, esso poteva elaborare visuali 3D e interi filmati, ricostruire dialoghi, isolare suoni e dotato di un mucchio di funzioni tipo cinema con cui lei andava a nozze.
Lo accese immediatamente e cominciò a parlarci dentro, presentandosi e introducendo ad un misterioso futuro spettatore uno dei “più grandi viaggi della storia dell’uomo”… Parlava al Document, che registrava. Lei si rivedeva, si correggeva e poi mostrava le riprese ad Ilario, programmando di volta in volta il computer centrale, secondo i suoi desideri.
I ragazzi invece di riparare la nave, secondo B-172, si trastullavano con un banale registratore… Il loro accompagnatore dovette riportarli al lavoro con un’altra scossa.

B-172 si rese conto che quello non era proprio l’inizio che aveva sperato: il suo gruppo si annunciava come il più scalcagnato dell’universo…
Di tanto in tanto si chiedeva perché mai avesse accettato di fare un lavoro così “da macchina”, quando avrebbe potuto fare qualsiasi altro mestiere…
Tra sé sospirava: <<Eh, la mamma me lo diceva…>>

Missione 1
La mattina successiva ai vari gruppi furono assegnate missioni diverse, tutte da portare a termine entro un certo tempo a disposizione. Erano elenchi di nomi: pianeti, stelle, scogli spaziali dalle sigle più svariate. Sarebbe dipeso dai singoli gruppi riuscire a esplorare il maggior numero di luoghi ignoti e farne delle relazioni da esporre poi nelle periodiche riunioni di tutti i gruppi.
La prima riunione sarebbe avvenuta sulla base di Whoopee-Goldwin, dopo l’esplorazione di posti anche parecchio distanti tra di loro.
Nevia e Ilario erano i più eccitati di tutti, mentre si affaccendavano a ultimare le operazioni necessarie alla fase di partenza; B-172 dava loro continuamente ordini, e quando veniva ignorato, si faceva sentire a colpi di scosse. Nevia, alla quinta scossa, cominciò a tenere sempre in tasca un cacciavite…
Prevedibilmente, la Stars Hopper fu l’ultima a partire. Al settimo tentativo, finalmente, La Cavalletta riuscì a fare il salto, e in poco tempo, i tre del gruppo 17 erano fuori dell’atmosfera Terrestre.
B-172 osservò: Nevia ai comandi e Ilario a controllare la rotta... La ragazza, invece di guidare, ammirava la Terra, così irreale da lassù, come fosse il suo primo viaggio, mentre Ilario sfogliava mappe stellari di zone che non erano comprese nella missione. Un’altra scossa occorse loro per farli tornare alla missione; a nulla valeva dirgli che non era necessario “friggerli” ad ogni errore.

<<Facciamo rotta per il pianeta Kirbidas. E’ un mondo quasi completamente desertico. Dovremo controllarne la temperatura e portare con noi alcuni insetti dalla fauna locale>>
Non badò neppure a che i due umani lo ascoltassero o meno. Impostò da sé la rotta, collegandosi automaticamente al computer centrale, e la Stars Hopper fece rotta per la sua prima esplorazione col gruppo 17.

Kirbidas

<<Ecco, ci siamo. Quello è Kirbidas!>> esclamò Nevia entusiasta, alla vista della sfera rosa che occupava ormai tutta la visuale. <<Manovra di atterraggio!>>
Impostati i comandi, la nave fece una dolce planata su un altopiano piatto e monotono in cui l’occhio si perdeva.
B-172 impostò i comandi sullo stand-by e cominciò la procedura per conoscere la composizione dell’aria e la pressione atmosferica... quando dallo schermo, notò che Ilario e Nevia già erano sbarcati, senza aver preso alcuna precauzione.
Nevia rincorreva degli strani insettini simili a bizzarri incroci tra coccinella e grillo, mentre Ilario già stava osservando con aria da esperto cosumato le concrezioni rocciose che spuntavano dalla terra.
Invece di dire loro che erano stati degli incoscienti, B-172 rifilò l’ennesima scossa ai due ragazzi. Il robot, oltre a Nevia, aveva “fritto” anche un preziosissimo insetto che la ragazza era riuscita a catturare. A nulla comunque valsero le proteste dell’umana.
Poco dopo, come apparso dal nulla, un essere simile ad un abitante di Aracnia, della razza dei Pelosi, ma molto più alto, si avvicinò al gruppo di esploratori: aveva un muso vagamente somigliante a quello di un lupo, alte orecchie a punta, pelo rossiccio e indossava una tonaca lunga, dello stesso colore della terra; brandiva una sottile roccia appuntita come un bastone da pastore.
Disse ai ragazzi qualcosa, ignorando la loro guida; Ilario non aveva mai sentito quel dialetto e dovette desistere, mentre Nevia cercava di parlare piano e a gesti, sperando che il nuovo arrivato sapesse parlare il Comune.
Mentre il bambino trafficava sul portatile per trovare un traduttore, B-172 interruppe gli sforzi di Nevia, intromettendosi. Un familiare raggio partì dal robot. I ragazzi credettero che il robot avesse intenzione di elargire una scossa anche l’autoctono. Invece il nuovo venuto gridò, spaventato, al robot: <<Che mi hai fatto?>>
I ragazzi si presentarono e l’alieno col bastone, che si chiamava Nipoch, concesse ai tre di visitare il villaggio oltre l’orizzonte, purché tenessero a bada il loro droide.
<<Guarda che sono io a comandare il gruppo 17!>> continuava a dire il robottino svolazzante, ma per Nipoch e per i due ragazzi la faccenda era bell’e chiusa.
I ragazzi visitarono il villaggio alieno. Le case erano tutte scavate nella roccia rosa, ed assomigliavano in modo impressionante a degli igloo. Davanti ad ogni porta c’era una tenda di nodi, che Nipoch spiegò essere il codice per riconoscere il nome e il numero degli abitanti della casa: un colore per un numero, un certo nodo per una lettera, un ciondolo per una parola o un concetto.
Tutti gli abitanti del villaggio erano vestiti di tuniche , ma solo le sentinelle e i corrieri postali indossavano quella rosa per mimetizzarsi. Dovevano difendersi dagli attacchi aerei di uno stato vicino, che intendeva conquistare il loro ultimo avamposto nel deserto per accaparrarsi le loro miniere di metallo rosa.
Tale metallo adornava il collo, le orecchie e la coda di gran parte degli abitanti. A quanto pareva, però, era davvero raro e non solo un ottimo materiale per monili. Probabilmente veniva usato, sul pianeta, per scopi militari e strategici.

Mentre Ilario e Nevia erano accolti dagli abitanti, B-172 si occupava delle rilevazioni e dei campioni di fauna locale, lamentandosi che i suoi ‘sottoposti’ perdevano tempo con cose che esulavano dalla missione.
Difatti Nevia e Ilario avrebbero volentieri aiutato Nipoch e la sua gente nella lotta, perché prima o poi il loro villaggio sarebbe stato scoperto, ma B-172 fu irremovibile.
Non disse loro che sarebbe stato oltremodo sciocco e avventato giocare a fare i guerrieri in un mondo alieno e disobbedire alle direttive e proprio durante la prima missione, ma ordinò semplicemente ai ragazzi di non perdere tempo e di ritornare in fretta sulla nave. B-172 aveva ultimato le ricerche a tempo di record e non aveva intenzione di sgarrare sulla tabella di marcia.
Ebbero giusto il tempo di ringraziare per l’ospitalità e per il dono di una collana-poesia coloratissima e complessa.
Il pianeta successivo da visitare era piuttosto simile e molto vicino: Ako-Mòria.
Partirono talmente in fretta che B-172 non si curò nemmeno di ridare a Nipoch la capacità di parlare la sua lingua d’origine e la povera guardia, in seguito, dovette riimpararla daccapo.

Ako-Mòria

Ako-Mòria era, se è possibile, ancora più inospitale di Kirbidas: era quasi del tutto marrone e nero, sembrava sporco. Su di esso la mssione era cercare dei campioni di roccia sotterranea, soprattutto cristalli.
L’atterraggiofu un po’ più violento del precedente, ma Nevia era molto abile ai comandi, e, dopo essersi tutti accertati che l’atmosfera fosse adatta alla vita umana, i tre scesero per l’esplorazione.
Nevia e Ilario erano molto più disciplinati di poche ore prima, non tanto per i modi non troppo delicati della loro guida, quanto per il fatto che i pianeti che visitavano parevano tutti dover essere delle rocce monotone e inospitali e che le missioni promettevano di essere noiose e più adatte a gruppi di soli robot: l’entusiasmo era calato vertiginosamente dalla partenza.
Dopo alcune ore di viaggio, i tre entrarono in una grotta. B-172 faceva luce meglio delle pile che i ragazzi avevano nell’equipaggiamento...anche se pure Nevia rischiò di brillare quando chiese al robot come facesse ad avere tanta luce dopo aver usato la sua energia per dar loro le sue famose scosse...

Mentre Ilario e B-172 esploravano il lato sinistro e il soffitto del tunnel che pian piano si restringeva, la ragazza si occupava del muro alla sua destra.
Girare per un tunnel stretto e povero di aria fresca non era certo l’ideale per i Terrestri. Ilario respirava piano e profondamente, mentre Nevia cercava di non ricordarsi di essere claustrofobica…
Tutto sommato, però, la cosa risultava facile e pure piuttosto piacevole: i ragazzi erano bravi a cercare e raccogliere sassi e rocce notevoli… a Ilario parve per un attimo di esere su una spiaggia tropicale alla ricerca di conchiglie…
Anche Nevia cominciò presto a fantasticare: era in una miniera di diamanti durante la corsa all’oro… in una grotta sott’acqua alla ricerca di perle… oppure…
In un attimo il terreno cedette sotto il suo peso e la ragazza si ritrovò a scivolare lungo un percorso di un piccolo fiume sotterraneo; i compagni non poterono far niente se non ascoltare il suono del suo grido moltiplicato dall’eco.
Nevia cadde in un lago sotterraneo dove l’acqua non le sfiorava neppure la caviglia; tutto attorno al laghetto c’erano enormi cristalli trasparenti.
Ci volle un po’ perché si rialzasse. Il volo non le aveva provocato danni e tutto sommato la fifa fece in fretta a andarsene. Prese invece tutto il tempo che riteneva le occorresse, per capire dov’era finita.

<<Pronto, Ilario? B-172? Ho trovato i cristalli. Rintracciatemi tramite il segnale dei miei guanti. Io vedo se trovo un esemplare abbastanza piccolo da portare via con noi.>>
Dopo aver parlato nel quadrante del guanto destro, la ragazza cominciò a cercare, facendo attenzione ad ogni passo, anche se sapeva che lì la roccia non poteva cedere sotto il suo peso.
La roccia su cui camminava era oltremodo liscia, e non avrebbe certo gradito di scivolare e caderci sopra di nuovo. Tremava un po’, ma cercava di non badarci.
Il soffitto era molto luminoso, pur essendo completamente impermeabile alla luce esterna: sembrava che della sabbia si fosse depositata sul soffitto. Nevia notò che quel bagliore non era di granelli ma di fili, fili sottili e trasparenti.
Controllò di nuovo i guanti. Document registrava tutto. Sorrise soddisfatta: aveva sistemato le unità di registrazione un po’dappertutto e, una volta sulla nave, avrebbe rivisto perfino la propria caduta da tutte le angolazioni, senza contare le facce dei suoi compagni e ciò che proprio ora stava accadendo alle sue spalle…

Da un foro invisibile del soffitto udì la voce di Ilario: la chiamava.
<<Nevia, siamo qui. Afferra la corda che ti cala B-172 e sali in fretta!!>>
La ragazza non capì perché Ilario fosse così allarmato e obbiettò:
<<Io non sono capace di salire sulla corda. Proverò ad arrivare là sopra con la mia telecinesi.>>
Gli occhi del bambino si incrociarono con l’unico occhio del robot che gli era al fianco e, come messisi d’accordo, cominciarono a gridarle sempre più forte di salire, di provarci e soprattutto di sbrigarsi.
Nevia stava per chiedere <<Perché?>>, quando alle sue spalle, enorme, sbucò un enorme ragno, o qualcosa che gli somigliava molto, dalla corazza verde lucida cangiante.
Cacciando un grido, Nevia abbrancò la corda e non vi si staccò neppure quando ormai era in salvo. Sbiancata dalla paura urlò in preda all’isteria: <<Potevate dirmelo, no?>>
Ilario cercò di spiegarle che lui voleva evitarle il panico, per questo l’aveva tenuta all’oscuro. Quanto al robot, le chiese soltanto se avesse trovato un cristallo.
La risposta di Nevia non fu proprio carina, ma stavolta B-172 non ritenne di dover usare i suoi modi persuasivi.
Lungo tutto il cammino di ritorno verso la Stars Hopper, nessuno disse una parola.
Nevia si guardava i guanti strappati sui palmi delle mani e si voltava spesso indietro, di tanto in tanto menando occhiatacce ai suoi compagni di viaggio.
Soltanto una volta B-172 si arrischiò a dire qualcosa: <<Ragazzi, lo sapevate che non era un gioco...>>
La prima frase sensata dall’inizio della Missione.

Verso Zaiometh, scalo intermedio di OGD M11

Un altro ‘pregio’ indiscusso della Stars Hopper, oltre ai continui salti di energia, era il costante bisogno di manutenzione, che costringeva il gruppo 17 a molti più scali che per tutti gli altri gruppi.
Questo comportava la sosta forzata in avamposti di frontiera su scogli cosmici frequentati in massima parte da sbandati, contrabbandieri e ricercati da vari Paesi o addirittura da interi mondi.
OGD M11 era uno di questi posti ameni. Era una stazione spaziale in disarmo, con una sola locanda ristorante, gestita dagli Aracnia della razza dei Tentacolati.
C’erano anche parecchi Ennpis e umani di vari pianeti, tutti generalmente guardinghi e solitari. Un gruppo di ricerca di ragazzi guidati da un bizzarro robottino alato non era certo una cosa che si vedeva tutti i giorni lassù.

Mentre B-172 si ricaricava ai distributori, i due ragazzi andarono al ristorante. Nevia era tesa e sul chi vive, mentre Ilario guardava interessato un gruppo di umani con delle singolari uniformi bianche.
<<Nevia, li hai visti quelli? Sono certo che sono scienziati. Mi piacerbbe poter parlare con uno di loro...>>
Uno del gruppo si voltò verso il tavolo dove i due sedevano, e tra Ilario e l’uomo cominciò una sorta di dialogo muto: i due sembravano fissarsi.
<<Ilario, non so se è il caso che continui a guardare da quella parte. Non mi fido di nessuno oltre il nostro tavolo....compreso il nostro robot.>> disse Nevia, faticando a masticare una sorta di bistecca dal colore verde scuro.
<<Ma che dici! E’ un sapiente! Finalmente avrò qualcuno con cui discutere alla pari... o che possa addirittura insegnarmi qualcosa di nuovo!>>
<<Discutere alla pari?>>La ragazza si offese visibilmente per quella frase, e decise di lasciargli fare ciò che più gli pareva.
Difatti, poco dopo lo sconosciuto si scostò dal suo gruppo e venne a prendere posto presso di loro.
<<Ti ho osservato, ragazzino...>> esordì lo scienziato in uno stentato Comune <<e ho notato che sei un esploratore. Sei molto giovane e già viaggi per il cosmo. Ti faccio i miei complimenti!>>
L’uomo indossava un camice solo dalla parte destra, mentre nascondeva il braccio sinistro sotto il lembo pendente. Sembrava, da vicino, più un pirata spaziale, che un dottore. Almeno agli occhi di Nevia.
Ilario invece era letteralmente estasiato ed entusiasmato per questo incontro inaspettato: gli sembrava che lo sconosciuto somigliasse a un samurai...
Nevia rimase a fissare la scena, ignorata.
<<Io sono Menion Doppler, scienziato e ricercatore biologo... E’ un lavoro molto creativo, e una mente giovane come la tua ci farebbe davvero comodo. Che ne dici di fare un giro nel nostro laboratorio sulla Luna di Annabyss? Non ti costerà molto tempo...>> Si accorse finalmente che Ilario non era solo, e aggiunse: << Potrai portare anche la tua amica. Sarà interessante anche per lei>>
Ilario, inondato da tanta disponibilità e dai quei modi gentili, credette di aver trovato finalmente qualcuno disposto a valorizzare tutto il suo sapere e, senza neppure presentarsi, rispose che ne sarebbe stato entusiasta... Non badò neppure che l’invito fosse stato esteso anche alla sua compagna di viaggio, di certo non intellettualmente alla pari con lui.
Nevia non era dello stesso parere. Intervenne:<<Dottor Doppler, noi siamo in missione, non possiamo deviare dalla nostra rotta o rischiamo di non arrivare in tempo all’appuntamento. La ringraziamo.>>
Ilario però insisteva: <<E dai, Nevia: è solo una breve passeggiata da qui ad Annabyss. Chiediamo a B-172, sono sicuro che si disferebbe volentieri di noi due per un po’!>>
<<Non lo metto in dubbio, ma...>> la ragazza non sapeva perché si sentisse così in allarme. Il dottor Doppler era lì, paziente, ad ascoltare e non sembrava aver fretta. Tuttavia quella calma e quell’aria innocente le avevano acceso una spia che la faceva sudare freddo sempre più ad ogni minuto.

<<Nevia, Ilario, avete finito? Si parte!>>
B-172 per una volta fu accolto con piacere da Nevia, che senza complimenti tirò via Ilario dal suo posto e dalla sfera di azione del dottore e seguì in fretta il robot, ignorando le proteste del compagno; non salutarono neppure l’uomo, e dopo aver pagato, corsero alla nave in tutta fretta.

Quando ripartirono, e il robot fu messo la corrente dell’intera faccenda dalle versioni di entrambi, B-172 disse che per una volta Nevia era stata saggia (la ragazza storse il naso...): quello che avevano appena lasciato al ristorante di OGD M11 era un famoso scienziato senza scrupoli, ricercato per aver condotto esperimenti non autorizzati su cavie non consenzienti.
<<La sua tecnica è proprio quella di attirare gli ingenui turisti, che, con la scusa di una visita, come minimo al ritorno a casa si ritrovano con un braccio in più o un tentacolo in meno... sempre che a casa ritornino.>>
Ilario arrossì dall’imbarazzo: come aveva fatto a non pensare di consultare il suo PC prima di accettare l’invito dello sconosciuto? Di solito calcolava le probabilità ad ogni decisione che gli sembrasse minimamente azzardata…
Non disse nulla per almeno quattro ore di viaggio.

Dopo un paio di giorni di navigazione tranquilla, superarono la costellazione di Mamba. Sarebbe occorso neppure un altro giorno, e si sarebbero trovati in vista di Zaiometh.
Durante i momenti in cui non era necessario stare ai comandi, i membri dell’equipaggio giocavano assieme, mentre il robot continuava a badare alla rotta.
I videogiochi di automobili e quelli di duelli a base di arti marziali erano quelli preferiti da Nevia, e spesso le gare e le battaglie diventavano frenetiche.

Ilario era passato in testa: il circuito di Eliopoli era la sua specialità, ma Nevia gli stava praticamente dietro, e ad ogni curva cercava di superarlo.
<<Non mi prendi! Hai stretto la curva troppo presto!>>
<<Se ti acchiappo! Ho urtato la macchina verde, accidenti! Via, che devo passare!>>
Quando finalmente la ragazza fu certa di aver conquistato l’agognato primo posto, tutte le luci si spensero improvvisamente.

Silenzio.
Un secondo.
Due urli ferini partirono dai due piloti virtuali: maledicevano quella carcassa che li portava in giro per il cosmo, e che invece era da riciclo…
<<Ero arrivata in testa!!>>
<<Il mio era il giro più veloce!!>>
<<Ilario, Nevia, non impazzite!>> cercò di dire loro B-!72, che, ovviamente inascoltato, illuminò per un attimo la scena con l’ennesima scossa.
<<Ragazzi! E’ saltata nuovamente la corrente. Nevia, trova e ripara il guasto o cominceremo ad andare alla deriva.>>
La ragazza, che evidentemente cominciava ad abituarsi ai modi di B-172, si alzò subito e andò alla centralina dell’energia.
Trascorse un’ora. Ilario era rimasto col joypad in mano e fissava ancora nello schermo il riflesso di B-172, mentre il robot aveva attivato la propria modalità cronometro.
Un’altra ora. Si sentiva ancora il sommesso rumore del trafficare di Nevia. Passò ancora un po’ di tempo, e poi, quasi nello stesso istante, il robot ed il bambino si chiesero l’un l’altro che diavolo stesse facendo la ragazza.
Di solito le bastava al massimo mezz’ora per riparare le frequenti bizze della Stars Hopper, ma ora...
B-172 andò a controllare la situazione di persona. Vide Nevia circondata da minuscoli quadratini di metallo e di silicio, disposti attorno a lei con grande cura. Ignorando fosse lì a guardarla, la ragazza scelse con pazienza una di quelle tesserine e la ri-inserì al suo posto. Di fronte a lei, il pannello che avrebbe dovuto contenerle, era pressocché spoglio, se non per la striscia in basso, su cui Nevia stava lavorando.
<<Nevia, cosa succede?>>
La giovane fece un salto da seduta nell’accorgersi che non era sola, e, riavutasi dallo spavento, rispose:
<<Sto facendo più in fretta che posso: le tessere si sono staccate praticamente tutte e le devo rimontare una per una. Sono a metà del lavoro. Credo che ci vorrà almeno un altro paio d’ore per finire. Se per favore dici ad Ilario di fare lui da mangiare stasera, e che io recupererò il turno un altro giorno...>>
Si voltò, e riprese il suo lavoro certosino senza aspettare risposta. B-172 non voleva interferire col lavoro dei suoi ragazzi almeno per le cose che dimostravano di saper fare e quindi lasciò Nevia al suo puzzle.

Mentre la ragazza mangiava un panino e rimetteva a posto un pezzo dopo l’altro, la nave rimase per lo più al buio, se non per le torce e le luci di emergenza messe un po’ ovunque, ma sempre insufficienti . L’unica fonte di luce, abbagliante nel buio, era quella proveniente dalla calotta di vetro che proteggeva l’unico occhio di B-172.

Alla penultima fila di quel mosaico a cui Nevia stava lavorando, quando Ilario stava preparandosi per dormire, la nave subì un forte scossone.
<<Qualcosa fuori ci ha urtato!>> gridò Ilario fiondandosi al pannello di comando, recuperando gli occhiali e scrutando le fioche spie e l’oscuro schermo per l’esterno. Si aspettava di vedere un passaggio di meteoriti, ma fuori era tutto calmo e libero.
Una seconda scossa, e Nevia, dalla centralina, imprecò forte: molti dei pezzi che aveva appena riattaccato erano caduti di nuovo.
<<Questi non sono meteoriti, ci stanno attaccando!>> avvertì B-172, scattando alla radio per stabilire un contatto.
I colpi si stavano facendo sempre più precisi, e Nevia quasi piangeva per il lavoro semidistrutto, infischiandosene che ora era in pericolo la vita dell’intero equipaggio e non una stupida centralina di energia.
<<Qui Stars Hopper, codice Cavalletta, siamo dell’A.I.V.E.C., cessate di colpirci, abbiamo il permesso di transitare!>>
con voce sempre uguale il robot ripeteva questo messaggio in vari canali radio contemporaneamente.
La nave fu sballottata qua e là per un altro po’, finché una voce finalmente rispose che la Cavalletta delle Stelle era autorizzata a passare.
Ilario sospirò di sollievo, mentre l’occhio del robot ora comunicava soddisfazione per lo scampato pericolo, ora indignazione: come avevano fatto a scambiare quel guscio di noce per un incrociatore da abbattere?

Andarono da Nevia. La trovarono in ginocchio, tra pianti e singhiozzi: le tessere erano tutte cadute, ed ora avrebbe dovuto ricominciare daccapo l’intero lavoro.
<<Non ti preoccupare, Nevia: leggerò il manuale e sistemerò io il pannello dell’energia. Vai a riposare.>> disse il robot, in un tono dolce che i due ragazzi non credevano possibile provenire da lui.
Senza dire nulla, Ilario portò via Nevia, che si lasciò guidare, completamente prostrata.
B-172 non consultò alcun manuale: da uno speciale sportello partirono mille braccini mobili, che in poco tempo ripristinarono la corrente e riportarono la luce nella nave.

Zaiometh

I ragazzi furono molto contenti di svegliarsi con la luce quella mattina, anche se entrambi rimpiangevano il calore del sole, neppure pallidamente imitato dai neon e dalle fosforescenze dell’interno dell’astronave.
Finalmente si trovarono su Zaiometh, un ennesimo grosso masso alla deriva nello spazio. Nevia si chiese se per caso non stessero girando in tondo e atterrando sempre sullo stesso pianeta…
L’aria era satura di uno strano odore, che B-172 assicurava essere di un gas non tossico, proveniente dalle bocche dei numerosi vulcani.
In realtà ai Terrestri faceva uno strano effetto: era come bere dell’acqua gasata che spingeva al riso incontrollato. E per quanti tentativi (più o meno ortodossi) facesse, il robot non riportò a calma nell’equipaggio se non al ritorno sull’astronave.
Non ricordò di ordinare all’astronave di evitare di immagazzinare quell’aria, e in seguito, le stesse scenette di Zaiometh si ripeterono anche a bordo.

Verso la base di Whopee-Goldwin; scalo su Alpha-Key

Alpha-Key era un minuscolo pianeta con gravità artificiale che si manteneva economicamente grazie al gioco d’azzardo e ai loschi traffici delle organizzazioni criminali provenienti da tutti i pianeti.
Quando il gruppo 17 ebbe cenato, si diresse nel ricco quartiere dei casinò per trovare un albergo che potesse dare ospitalità a dei Terrestri. Insegne luminose e costruzioni inverosimili facevano da siepi al corso principale.
All’albergo Hannan, che era di proprietà di un Ennpis con quel nome, seppero che gli unici alberghi per “poveracci come loro” si trovavno nei quartieri bassi. A nulla valeva dire loro che i soldi li avevano, perché finanziati dall’A.I.V.E.C.: quello e tutti gli altri albergatori si rifiutarono di dare loro un posto, dicendo loro chiaramente che la loro presenza avrebbe declassato l’intera catena degli hotel.
I tre dovettero cercare più “in basso”. Dietro ai casinò e ai palazzi luminosi e sfarzosi, c’era un mondo nero e sporco, più adatto ad un posto come OGD M11, in cui la gente preferiva scappare alla vista degli stranieri.
Nevia notò comunque che molti di loro erano ibridi di varie razze, e non normali incroci (come tra Terrestri e Ennde o tra Ennde e Yako, o Aracnia di Laitblù e Yako), ma strani incroci tra Pelosi e Tenatcolati o tra Umanoidi e Aracnia di diversi ceppi che in natura non si mischiavano mai.
Molti di questi individui giravano coperti da strane tonache con grossi cappucci, e in genere passavano oltre, cercando di non attirare l’attenzione del gruppo di stranieri. Altri invece non resistevano, e sbirciavano il gruppo 17 come fosse un fenomeno.
Ilario cercava in tutti i modi di far finta di nulla, anche perché non doveva distrarsi dalla ricerca dell’albergo… e poi era ancora fresca la memoria dell’incontro col pericolosissimo dottor Doppler; Nevia invece cercava di incrociare lo sguardo di quelle tristi creature, non tanto per la curiosità di vedere stranezze nuove (aveva conosciuto tutte le razze scoperte finora ed era abituata alla varietà), ma per capire come facessero a sopravvivere a metà tra mondi così distanti tra loro. Da qualche parte nel suo cuore credeva di poter amare qualunque cosa si celasse sotto quelle coprenti figure scure.

Ad un tratto sbucò da un vicolo un gruppetto di bambini. Essi si offrirono di portare il gruppo 17 al “migliore albergo” delle zone basse. E mentre li guidavano, la ragazza notò che vestivano con abiti provenienti da pianeti tutti diversi tra di loro: un piccolo Marziano dalla pelle azzurrina ma con sei dita per mano (evidente incrocio con altri ceppi umanoidi), portava le cavigliere tipiche di Yako su un vestito scampanato e a sgargianti pois azzurri proveniente di certo da Laitblù; un piccolo Aracnia Tentacolato aveva non un normale occhio solo, ma due in basso ed uno un po’ più su, sulla fronte, per cui di continuo doveva liberarlo dai corti tentacoli che gli spuntavano dalla testa; c’era perfino un giovanissimo Ennpis, uno nato da poco, simile ad un funghetto capovolto, che ancora non aveva subìto la metamorfosi per diventare adulto (la razza Ennpis è la più alta tra tutte). Nevia poi venne a sapere che il minuscolo Ennpis non sarebbe cresciuto mai.
Giunsero ad un palazzo tutto storto con delle vecchissime insegne al neon, posate sullo stipite della porta d’ingresso. A Ilario e a Nevia occorse un po’ per capire che erano arrivati, visto che l’insegna, scritta in dialetto Terrestre Sud Europeo, augurava “Buon Natale”. Evidentemente i proprietari non avevano idea di che cosa ci fosse scritto.

Nonostante fosse poco più di una baracca a più piani, la stanza era perfettamente adatta ad ospitare due Terrestri ed un robot. Nella loro ricerca nei quartieri alti non di rado avevano trovato sulla porta d’ingresso, in perfetto Comune: “Qui non serviamo gli Yako e i Terrestri”.
Avevano pagato i ragazzini per la loro guida, ma anche e soprattutto per la loro compagnia, visto che per tutto il tragitto non avevano fatto che descrivere, ognuno a modo suo, l’angolo di strada dove vivevano e le loro imprese più o meno ai margini della legge. Certi avevano raccontato al gruppo di ricerca che i loro genitori erano scappati da laboratori, altri invece dicevano che il loro papà e la loro mamma avevano usato sé stessi come cavia. In quei momenti Ilario faceva finta di non ascoltare e fingeva di interessarsi ai vicoli che attraversavano.
Nevia, che a queste vicende era piuttosto abituata, poiché aveva avuto anche compagni di classe provenienti da laboratori, cercava di stemperare la sua consueta meraviglia, pensando che con tutto quello che era accaduto sulla Terra e sugli altri mondi negli ultimi tempi, (guerre, invasioni, epidemie e altro), non contava più molto se la tua era una provenienza “naturale” o meno.

La camera d’albergo non era certo comoda: i servizi non erano proprio sistemati a dovere (il water era stato messo al centro della stanza, mentre il lavandino al posto del comodino) e sembravano non essere stati usati da molto tempo. Ma i ragazzi erano stanchi e B-172 ne aveva abbastanza. Si adattarono come poterono e così trascorsero il loro riposo di 8 ore.

Verso Whopee-Goldwin, stazione di servizio Muhammad-Fayz

All’orario stabilito, B-172 suonò la sveglia... cioè... la sveglia era lui...
Grazie al proverbiale orientamento di Ilario, riuscirono a tornare all’hangar. Nevia si sarebbe persa di sicuro, mentre B-172, mentendo, continuava a dire che si era dimenticato di registrare il percorso del giorno prima.
Alla partenza, il robot notò con disappunto che nessuno aveva provveduto a fare il pieno alla Cavalletta delle Stelle, e così sarebbe stato necessario un altro scalo intermedio prima dell’arrivo alla base A.I.V.E.C. di Whopee-Goldwin.
Infatti, nei pressi della stazione Muhammad-Fayz, il serbatoio era praticamente vuoto, avendo sopportato a stento un altro paio di giorni di viaggio.
La base era stata costruita unendo vari pianetini che orbitavano insieme, ed era molto accogliente.
Immediatamente, all’atterraggio, l’hangar venne automaticamente pressurizzato, l’aria venne adattata alle esigenze dei Terrestri e immediatamente una squadra di efficientissimi meccanici, al suono di una campanella antica e lucente, si diedero da fare per rimettere in sesto la Stars Hopper.
Perfino B-172 si lasciò scappare un <<Oooh!>> di meraviglia.

Avrebbero trascorso un’altra “notte” in albergo e poi sarebbero ripartiti.

Sulla stazione di Muhammad-Fayz era tutto ordinato e pulito, e il via vai di gente di vari pianeti non aveva niente a che vedere con quello che Nevia, Ilario e il robot avevano visto finora ad OGD M11 o ad Alpha-Key: sembravano tutti cordiali e precisi, e perfino le famiglie in gita parevano in viaggio di affari. Un po’ dappertutto c’erano cartelli enormi, scritti in quasi tutte le lingue conosciute, e Nevia riuscì a trovare con soddisfazione il proprio dialetto tra il terzo e il quarto rigo di ogni cartello.

Questa volta l’albergo che scelsero, un piccolo motel semplice e ben fatto, aveva tutti i tipi di comfort che avrebbero potuto desiderare.Furono assegnate perfino stanze private ai tre membri del gruppo, accorgendosi in tempo che Nevia ed Ilario erano di sesso diverso e non erano madre e figlio... Non era un’attenzione molto diffusa attraverso le basi e i pianeti lontani dalla Terra, e di questo i due ragazzi furono contentissimi. Lo stesso B-172 ebbe per sé una camera adatta ad un robot, una sorta di vano in un muro collegato alla rete di informazioni locale e all’energia.

Normalmente era facile che Nevia fosse scambiata per la madre di Ilario, sebbene per qualunque umanoide la cosa sarebbe parsa inverosimile e ridicola; in quei momenti la ragazza si sentiva molto strana. Imbarazzata, certo, perché investita da una responsabilità che, sebbene temporanea, la nobilitava in qualche modo; divertita, perché la scena si ripeteva regolarmente dall’inizio del viaggio, con poche eccezioni; seccata, a volte, perché anche se cercava di spiegare l’errore, non veniva neppure ascoltata.
Ilario in questi casi era sempre il più saggio: non gli importava molto essere scambiato per figlio di Nevia: era piccolo, ed era abituato a dover ubbidire sempre e comunque a chi era più grande di lui; non lo disse mai a Nevia, ma in quei momenti, non gli dispiaceva che lei fosse la sua compagna di viaggio. Una qualunque altra ragazza Terrestre diciassettenne non l’avrebbe neppure calcolato… né mai avrebbe giocato con lui.

Il gruppo faticò a staccarsi da quel luogo dove erano stati trattati finalmente in modo civile, ma dovevano raggiungere la base di Whopee-Goldwin nei tempi previsti e non potevano perdere neppure un’ora. Inoltre, i crediti per pagare non erano infiniti…
All’hangar non riconobbero subito la loro astronave. Nevia ricordava il numero del box dov’era stata sistemata, Ilario ricordava il percorso per arrivarci e B-172 aveva in memoria tutte le parti della Stars Hopper e l’avrebbe potuta scovare vedendone un solo pezzo di reattore. Infatti fu lui ad individuare la loro nave, chiedendosi, però, quale altro pazzo avesse deciso di andare in giro con una caccavella del genere... poi si accorse che era proprio la Cavalletta delle Stelle, tutta lucidata e rimessa a nuovo, col nome scritto in Ennde, in Comune e nel dialetto di Nevia.
I meccanici stavano ancora ultimando le rifiniture.
<<Signori, il vostro mezzo è pronto. Abbiamo impiegato molto più tempo del previsto poiché non disponevamo di tutti i ricambi necessari e ce li siamo fatti spedire; ci scusiamo per il disservizio. Inoltre abbiamo effettuato un controllo generale sugli impianti di ambiente e su quello dell’energia luminosa... e abbiamo ritenuto necessario sostituirlo con uno meno antiquato, visto che sarebbe potuto saltare da un momento all’altro...>>
Nevia guardò altrove grattandosi la testa (tutte quelle dannate tesserine tipo mosaico di un solo colore…), mentre B-172 si accingeva a saldare i pagamenti. Ilario invece si gettò subito all’interno della nave per vedere se l’avessero cambiata anche dentro.
In effetti l’interno della nave (come l’esterno, del resto) non era mai stato così pulito.
<<Signor B-172, abbiamo anche dovuto fare altre sostituzioni, come ad esempio i sedili per i Terrestri: erano tutti bruciacchiati. Mi può spiegare come una nave del genere possa avere tali dispersioni di energia, quando anche a pieno regime non esprime tanto potenziale?>>
Nevia scoppiò a ridere, e B-172 mostrò al meccanico da dove provenisse quella dispersione, elargendo una scossa alla ragazza dalla risata impertinente.
Il meccanico, un Aracnia Peloso dal muso lupesco, a stento trattenne un brivido, ma si allontanò in fretta dal robot con mille inchini.

Whopee-Goldwin: prima riunione dei gruppi

In breve tempo, il gruppo 17 raggiunse la base di Whopee-Goldwin. Soltanto il gruppo 24 arrivò dopo di loro, dato che ad esso era stato assegnato un percorso che prevedeva pianeti quasi più vicini aYako che alla Terra.
Ai gruppi venne dato un certo tempo a disposizione, calcolato in ore Terrestri, in cui avrebbero dovuto preparare le relazioni delle loro ricerche.
Nevia ed Ilario stupirono molto il loro accompagnatore robot per l’impegno e l’entusiasmo che profusero nel preparare i vari reperti e nello scrivere in vari punti quella che sarebbe stata la loro trattazione.
Nevia aveva conservato con cura estrema la collana-poesia di Kirbidas e le foto del pianeta (<<Sto lavorando sulla sua traduzione, sapete?>>), il campione di cristallo raccolto su Ako-Mòria e le foto del ragnone annesso, le foto dell’incontro col dottor Doppler, un campione di gas esilarante di Zaiometh e i relativi reperti di roccia, le foto dei ragazzi di strada e degli sbandati di Alpha-Key, con alcune storie che avevano avuto il permesso di raccontare e un bel depliant dell’hotel Ulan Bator di Muhammad-Fayz. Tutte le foto le avevano prese da Document, che, di continuo, lavorava giorno e notte, silenzioso e fedele.

Nevia ed Ilario avevano preparato una dettagliata relazione, in un linguaggio spiritoso e chiaro, evitando di cadere in un arido elenco e il bambino aveva messo accanto al testo scritto dalla ragazza e alle immagini di Document, anche delle foto scaricate dal suo computer, che ora era in grado di connettersi di nuovo alla rete.
Il gruppo 17 e lo stesso B-172 erano convinti che quel lavoro sarebbe stato apprezzato per la sua originalità e soprattutto per la varietà di luoghi e persone conosciuti. E lo furono ancora di più quando si resero conto che dall’1 al 16 avevano preparato semplici liste di date e di scoperte, che nessuno ascoltava davvero.
Così fiduciosi e caricati, i ragazzi del 17 si misero di fronte al pubblico, e incominciarono la relazione, mostrando foto e campioni.

Alla fine della loro conferenza, Nevia fece un sonoro sospiro di sollievo per aver parlato a tanta gente tutta insieme. Ilario invece era soddisfatto, gongolava, e già immaginava di essere segnalato a qualche importante università (<<Così giovane, eppure così colto! È un genio!…>>)
Nel pomeriggio (giorno Terrestre) vennero comunicati i risultati. Nevia ed Ilario esultarono quando il loro numero fu uno dei primi ad essere letti... ma si accorsero presto di aver fatto una ben magra figura, scoprendo che i primi ad essere chiamati erano quelli con la votazione più bassa...
I vari Ennde, Aracnia, Ennpis e misti iniziarono a prenderli in giro per la loro ingenuità, mentre gli altri Terrestri li ignoravano; non di rado Nevia cercava di reagire lanciando loro addosso oggetti tramite la sua debolissima telecinesi; in genere non otteneva di colpire il “nemico” e decideva di usare le mani non per puntare gli oggetti ma alla “vecchia maniera”, e si lanciava all’attacco.
Questo comportamento selvaggio non faceva che diminuire i punti assegnati al gruppo 17, che, ben presto si trovò tra gli ultimi, con dietro soltanto i gruppi sperimentali di Yako primitivi e di disabili.

Prima che fosse assegnata loro una nuova missione, ai gruppi di ricerca furono concessi due giorni di licenza, che servivano per riparare le astronavi e per riposarsi. I ragazzi erano tutti ospitati in un grande college diviso per razze, ma con la mensa in comune, cosicché non era raro veder mangiare strane creature di Aracnia a forma di serpente o notare cibi che nulla avevano di appetitoso agli occhi di un Terrestre.
La cosa che più divertiva Nevia era guardare gli Ennde rubare le posate di metallo agli altri e mangiarsele, mentre i proprietari si affannavano a cercarle sul pavimento; un po’ meno divertente era quando accadeva a lei di essere scelta come vittima di quello scherzo, ma a scuola aveva adottato un sistema, per lei infallibile: portava con sé delle posate di plastica o ne prendeva di più di metallo al self-service.
Ogni tanto si sentivano gridi di terrore dal tavolo degli Ennde: dei ragazzi più cattivi si vendicavano tirandogli addosso dell’acqua, provocando il fuggi fuggi generale tra i Marziani. Chi veniva colpito, gridava come un maiale al macello, e veniva portato in infermeria, per poi tornare con delle vistose bruciature o anche vere ustioni (zone di blu scuro sulla pelle azzurra).
Mentre Ilario e Nevia mangiavano allo stesso tavolo con un Tentacolato di Aracnia e con due fratelli misti (Yako e Terrestre), si avvicinò a loro il gruppo dei vincitori, primi assoluti in classifica, capeggiato da uno strano ragazzo dal colore della pelle indefinibile, con sulla testa sia i cornini della seconda razza Ennde, sia le antennine della prima e dai capelli legati a treccina come gli Aracnia di Laitblù. Si annunciò sbattendo la sua mano con sei dita sulla tavola, facendo sobbalzare tutti i commensali.
<<Oh, ma qui abbiamo Nevio ed Ilaria, i più perdenti dell’universo! Riuscite a mangiare da soli o vi dobbiamo aiutare?>>
<<Sparisci, nasone!>> gli ringhiò contro Nevia, mentre Ilario continuava a mangiare e a sperare che tutto finisse in fretta... e senza risse.
<<Ma guarda!>> si voltò verso uno Yako dall’aria assente al suo seguito e un paio di altri accoliti: <<Avete visto? Sa anche parlare! Anche gli OGM hanno la tosse! Ah ah!>>
Si voltò e se ne andò, tutto trionfante, mentre dei ragazzi seduti presso dei tavoli vicini, con le tute tutte uguali, e degli Aracnia tatuati arrossivano in silenzio, imbarazzati.
<<Ma guarda chi parla! Shalùn, il patchwork semovente! Ma se ti trovo davanti io ti...>> gli gridò dietro Nevia, mentre il branco lo seguiva e solo lo Yako indugiava ancora a guardarla, pieno di comprensione.
<<Basta, Nevia, finiscila! Devi ignorarli!>>
Alla ragazza vennero le lacrime agli occhi all’improvviso, e piagnucolò, passando dalla rabbia alla disperazione, inutilmente tentando di trattenerle:
<<Ma hanno ragione: siamo praticamente ultimi se non contiamo le classi speciali!>>
Ilario si meravigliò di come la ragazza avesse cambiato atteggiamento da un momento all’altro. Le parlò come era abituato a fare con Fatima, la sua sorellina:
<<Siamo ultimi per ‘loro’, ma noi sappiamo quanto abbiamo lavorato e quanto abbiamo viaggiato. E sappiamo che ci siamo impegnati davvero.>>
Anche Ilario era rimasto deluso, poiché le sue speranze erano state disattese completamente. Tuttavia si sentiva anche spronato a far di meglio. Evidentemente non era lo stesso per Nevia, che sembrava vaer già perso ogni fiducia e ogni motivo per insistere.
La voce della ragazza divenne un pigolio quasi incomprensibile, tanto che sembrava più un dialetto dei Tentacolati che la sua:
<<Ma non è servito a niente! L’unica cosa per cui non ci tediano più è l’aspetto dell’astronave... la cosa meno importante! Sto pensando di mollare tutto!>>
Ilario le strinse forte i polsi, e Nevia dovette calmarsi nel sentire i quadranti dei propri guanti premerle forte sulla pelle:
<<Nevia, non dire sciocchezze: vuoi che faccia da solo il viaggio col barattolo? E poi non sapevo che ti arrendessi alla prima sconfitta! Quando ci siamo offerti per aiutare il popolo di Kirbidas, eri sincera, l’ho visto: eri coraggiosa! Quando su Ako-Mòria ti trovasti faccia a faccia con un Monwe dalle 8 zampe, non ti sei rifiutata in seguito di continuare: hai rischiato la vita eppure non ti sei scomposta. E ora le parole di quel deficiente ti riducono in questo stato?>>
La ragazza sentì le mani di Ilario staccarsi dai suoi polsi, e le lacrime cessare piano piano. Aveva ragione: il suo piccolo compagno di viaggio non poteva restare da solo per un capriccio del genere. Nevia sussurrò:
<<No, non ti lascerò da solo a viaggiare con quel barattolo alato. Viaggeremo insieme.>>
Ilario comprese che quello era il suo modo per dire “grazie” e che era riuscito a convincerla. Il Tentacolato al loro tavolo, alzandosi, toccò con dolcezza la spalla ad entrambi i ragazzi e li salutò con un cenno d’incoraggiamento.
Senza preavviso Nevia commentò, alzando la testa dal piatto:
<<Certe volte vorrei averceli io i tentacoli: potrei afferrare e picchiare contemporaneamente chi so io...>>
La scenetta apparve in mente ad entrambi più o meno allo stesso modo: Nevia con una decina e più di tentacoli che picchiava nel mucchio…
I due iniziarono a ridere e la giornata, iniziata così male, si concluse in allegria.

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