libere parole & legatoria cartotecnica su misura

Megghi
Marcella Acone (Numero1)

Davanti al tabellone degli orari si accalcavano i nuovi iscritti al primo anno della Scuola Media Ende. A quelli che se ne staccavano dopo aver ricopiato gli orari delle lezioni, immediatamente si sostituivano altri ragazzini armati di penne e fogli. Tra loro quelli col tatuaggio sulla fronte trovarono una sorpresa: tra le materie di studio per la prima volta c’era Magia. Megghi era tra loro. <<Che orario terribile!>> disse più a sé che ad altri, non davvero stupita ma più che altro annoiata. Aveva già notato che nel medesimo orario c’erano insieme due materie: una normale e Magia.
Non si sapeva molto di questa nuova disciplina: da poco tempo si era riusciti a riconoscerla ed ad utilizzarla. Vagamente la ragazzina sapeva che la scoperta della Magia riguardava anche la sua famiglia: un proprio antenato sarebbe stato uno dei primi ad aver riconosciuto la magia e ad averla abbinata alla tecnologia…C’era voluto molto tempo ma ora essa stava pian piano divenendo di dominio pubblico.
<<Hai visto? Abbiamo due materie in un’ora sola!>> disse Megghi ad un tatuato accanto a lei, che le rispose con un suono indistinto ed indifferente.
Due giorni dopo, lunedì, si ritrovò nella sua nuova classe, la prima “E”. C’erano oltre a lei altri tatuati. Fecero ben presto la conoscenza con la professoressa Liliani, insegnante d' Italiano, la Tacconi di Religione e poi, alle 11,30 la classe scese per Educazione Fisica, accavallata all’ora di Magia.<<Dove andiamo a fare Magia?>> chiese lei ad una tatuata, ma quella non rispose: non l’aveva sentita neppure. <<Boh?>> rispose a se stessa ad alta voce, e corse avanti, in fondo alla palestra: l’essere ignorata la imbarazzava molto. La lezione di Educazione Fisica consisteva in una partita di pallavolo e per l’organizzazione delle squadre erano chiamati dei ragazzi, i quali sceglievano tra i compagni la loro squadra. Megghi fu scelta tra gli ultimi, e la cosa di certo non le fece piacere; cercò di dissimulare dicendosi <<Cose che capitano!>>. Ma in realtà già immaginava il giorno in cui li avrebbe ricambiati con la stessa moneta, in cui li avrebbe visti mortificati come lei nell’essere scelti per ultimi. Alla fine della lezione, comunque, aveva dimenticato l’episodio e tutti i suoi progetti di “atroce vendetta”: tirare e rincorrere palloni l’aveva aiutata a non pensarci più. Tornando agli spogliatoi, recuperò l’orologio. <<L’ora è finita>> pensò ad alta voce. Distrattamente rifletté: cosa sarebbe successo con Magia ora che già la prima lezione era stata saltata? In realtà non le interessava tanto: fin da quando aveva 3 anni era stata capace di padroneggiare l’arte degli incantesimi e meglio di qualunque altro tatuato che avesse incontrato finora. Mentre tentava di rievocare più nitidamente il giorno in cui le fu impresso per la prima volta il simbolo sulla fronte, alle spalle sentì come uno scroscio di pioggia. Megghi sobbalzò per la sorpresa: alle sue spalle era apparsa una giovane donna, anche lei tatuata. Le si avvicinò e le chiese: <<Megghi Libero?>> <<Sì>>, rispose più al tatuaggio che all’insegnante. <<Vieni con me>> disse la professoressa. Megghi l’aveva capito poichè aveva notato che portava con sé il registro del professore, ma non poté soffermarcisi troppo: il suo orologio era tornato esattamente alle 11,30. Prima di sparire con la nuova insegnante, Megghi ebbe il tempo di rivedersi mentre correva verso il fondo della palestra. Lei e la donna riapparvero in un’aula, in cui già c’erano tutti i suoi compagni. La stanza non aveva banchi ma soltanto sedie. Di fronte ai ragazzi c’era una cattedra, dietro cui c’era un altro giovane professore. <<Buongiorno, ragazzi>> iniziò lei <<il mio nome è Prunella Sarno, e sarò la vostra insegnante di Magia per oggi. Questo è invece Paolo Liguori, che osserverà ognuno di voi. Per iniziare, mostratemi cosa sapete fare>> Megghi subito saltò dalla sedia, provocando lo stupore di molti, e ignara di questo, iniziò a disegnare in aria, convinta che il suo talento e la sua originalità sarebbero stai notati. Alcuni ragazzi facevano apparire i più svariati oggetti, altri li trasformavano in piccoli animali. Una ragazza si fece allungare in un attimo una ciocca di capelli, rimanendo poi a rimirarsi in uno specchio fatto apparire dal nulla. <<Avete finito, ragazzi?>> Chiese la professoressa. <<Sì>>, risposero in coro alcuni. Altri, sbadati, risposero <<Sì, maestra!>>. Megghi non aveva risposto: ammirava il proprio lavoro con un sorriso volutamente eccessivo, per attirare l’attenzione degli insegnanti. Aveva creato un disegno galleggiante in aria a tre dimensioni, che raffigurava un albero frondoso scosso dal vento, una casa dal tetto rosso ed una figurina in movimento, indaffarata qua e là. Megghi era convinta fino all’anima che il suo lavoro era il migliore di tutti, tuttavia la modestia le era stata insegnata fin troppo bene, perciò neppure per un momento le era apparso quel pensiero compiuto nella mente: a lei sarebbe bastato un semplice riconoscimento. Quando la professoressa venne ad esaminarlo, però, la donna si limitò ad un <<Mh>> piatto, dietro cui Megghi non riuscì a vedere altro che indifferenza. Si guardò le mani strette sulle ginocchia e represse appena in tempo lacrime di delusione. La Sarno intanto aveva finito il suo giro ed ora discuteva pianissimo con Liguori, tanto che chi li osservava, si stupiva che si capissero tra loro. Il professore si alzò e andò verso Megghi. La ragazzina credette che volesse rivedere il suo disegno in aria, che lei stessa aveva fatto bruscamente sparire poco prima; invece lui le rivolse con naturalezza questa domanda: <<All’ultimo controllo lo Specchio quanto ti ha valutato?>>. Lo Specchio non era mai piaciuto a Megghi: esso consiste in una lente attraverso cui un dottore o un mago anziano ti osserva per quantificare le tue capacità magiche. La ragazzina rispose annoiata: <<Non so… si è rotto, come sempre.>> L’altro disse <<Uhm>> e andò dai restanti alunni per rivolgere loro la stessa domanda. Megghi si aspettava qualcosa di più di “Mh” e di “Uhm”, ed era piuttosto seccata. Pensò irritata: <<Nessuno di voi professori così esperti è stato mai capace di spiegarmi perché lo Specchio si rompe soltanto con me!!!>>
La prima lezione continuò con esercizi di disegni geometrici in aria, e Megghi pensava che fosse una stupida perdita di tempo, almeno per lei: era capacissima di farlo ad occhi chiusi! La prima lezione finì dopo aver scorso in fretta tutta la geometria piana. I ragazzi furono fatti uscire dalla porta dell’aula, che sparì misteriosamente nel muro dopo averla chiusa. <<Così non si può tornare indietro se si è dimenticato qualcosa o se si vuol domandare una cosa agli insegnanti!>> pensò seccata Megghi. L’ultima ora era di Tecnica, in cui fecero conoscenza con il professore Rosario Bellisario. <<Che seccatura! Non ho mai sentito nomi più stupidi!>> si lamentò tra sé come sempre, ma già dopo un minuto era assorta tra una squadratura ed un modo efficace perché il foglio non si sporcasse… ma anche volandoci LETTERALMENTE su, il suo disegno somigliava di più a carta carbone…
Tornando a casa, a fine lezione, non pensò alla giornata appena trascorsa, ma la sua mente le evocò il giorno in cui le impressero il tatuaggio sulla fronte. Circa dieci anni prima, in una giornata luminosa d’autunno o di primavera… Erano andati insieme, il babbo, la mamma e Valerio, suo fratello maggiore, dal dottor Eleno De’Renzi; non ricordava con quale pretesto (o se le avessero detto la verità dall’inizio). In realtà non aveva mai fatto caso al tatuaggio che portava anche suo fratello sulla fronte…
<<Ciao, Megghi! Come andiamo? Sei cresciuta, eh?>> li aveva accolti il simpatico dottore, come ci fosse stata soltanto lei. <<Buongiorno dottore…>> Aveva risposto lei. <<Ci vorrà un secondo>> Megghi vide il dottore prendere un piccolo cilindro, aprirlo, (lei aveva creduto fossero bolle di sapone…) Il dottore aveva guardato attraverso l’anello più piccolo, poi in quello grande: da quello più grande era partita una luce leggera, che le aveva impresso sulla fronte lo scuro tatuaggio a forma di X a cui era sovrapposta una linea orizzontale. La bambina istintivamente aveva fatto levitare il pupazzetto che aveva con sé. Aveva sorriso, non capendo bene cosa le fosse successo. Era poi stata portata in un’altra sala, dove c’era una suora con lo Specchio in mano. Senza salutare nessuno, aveva tirato a sé la bambina, e senza troppi complimenti l’aveva fissata attraverso quella lente: aveva di certo fretta di archiviare anche Megghi, la trentaduesima della giornata. Fu allora che lo Specchio aveva tremato nelle sue mani. Megghi si divincolava dalla paura (più per la suora che per lo Specchio in sé…). Più la suora spingeva su di lei la lente, più quella tremava, come avesse avuto vita propria. La suora, come ultimo tentativo quasi lo aveva attaccato alla faccia della bambina, quando si era sentito un CRACK. Nemmeno il tempo di capire che lo Specchio si era incrinato, che esso, fino al manico era esploso in un botto. La suora era immediatamente corsa dal dottore, come avesse visto un mostro, tornando soltanto un interminabile quarto d’ora dopo. Nessuna spiegazione, tranne uno strano sguardo della suora a Megghi, come se stesse ancora scrutandola con lo Specchio. <<Che è successo?>> aveva chiesto la bambina, ed il padre aveva risposto sorridendo: <<Quella lente era troppo debole per te!>>
Megghi ripercorse l’episodio per tutto il tragitto fino a casa. La mamma era tornata da poco dal lavoro, e stava preparando il pranzo. Megghi preparò la tavola e, come d’abitudine, sistemò i piatti facendoli levitare con la massima naturalezza fino al tavolo. Quando tutti furono a casa, si parlò poco e superficialmente della nuova esperienza di Megghi: in famiglia c’erano fior di generazioni di maghi (i Reii e gli Yaris ad esempio) e nessuno ormai si stupiva più dell’avvento di una nuova maghetta in casa.

Nei giorni seguenti le ore scolastiche si susseguivano scandite e, a Magia, si avvicendavano sempre nuovi professori, immancabilmente in coppia. <<Oggi studieremo la magia applicata a piante non magiche>> aveva esordito Milingo Gadji, un nero alto e col tatuaggio che a malapena si scorgeva sulla fronte. L’osservatore del giorno era una donna silenziosa che non sembrava interessata a ciò che le accadeva intorno; il professor Gadji l’aveva anche presentata, ma presto tutti l’avevano ignorata. Apparvero i banchi, e su di essi c’erano minuscoli vasi pieni di terra. In ognuno c’erano tre germogli verdi appena visibili. <<Fate crescere quei germogli; non sovraccaricateli e provate con uno alla volta.>> Megghi come al solito stava pensando ad altro: ora rimuginava sull’ora precedente, quella di Educazione Fisica, in cui di nuovo era stata scelta tra gli ultimi per la partita, nonostante lei adorasse la pallavolo e ci giocasse anche tre pomeriggi alla settimana… In breve, aveva perso le indicazioni dell’insegnante. Osservò ciò che facevano gli altri, per imitarli e non dover chiedere al professore: uno stava facendo per sbaglio levitare il proprio vaso e lo respingeva giù frustrato; un’altra aveva fatto nascere una pianta rossa; quello all’ultimo banco invece stava portando su, fiero, una vera pianta. <<Capito!>> pensò lei: far crescere i germogli più che si può. Si concentrò sul vaso, ma non successe nulla. Mentre nella classe c’era un turbinio di vasi saltellanti ed intrecci di rampicanti dai colori improbabili ovunque, il professore scorse Megghi in difficoltà: <<Cosa c’è? Rilassati e falli crescere gradualmente. GRADUALMENTE, capito?>> Lei si voltò indietro: alcuni ragazzi guardavano soddisfatti le tre piantine spuntare dai rispettivi vasi; Megghi li fissò per un po’. Avrebbe voluto non essere invidiosa, e invece… Si rivolse di nuovo alla propria pianta e con un <<Aaah!>> che fece tremare tutti (e perfino l’osservatrice silenziosa), puntò le mani ben attorno al vaso e, quasi immediatamente, i germogli crebbero a dismisura… ed erano ANCORA germogli quando arrivarono a metà del percorso verso il soffitto. Megghi ritirò le mani dal vaso, nella speranza che si bloccasse la crescita, ma non successe nulla del genere. A bocca aperta lei e gli altri videro i germogli crescere, svilupparsi, prima sottili come un tubo, poi sempre più duri e doppi. Prima che il professor Gadji potesse far qualcosa, la pianta aveva già invaso il piano superiore, creando il panico durante l’ora di matematica della Terza “I”. Mezz’ora dopo il professore riportò i tre rami all’altezza naturale. Nessun commento uscì dalla sua bocca, né da quella della professoressa (da cui, peraltro, nessuno se lo aspettava). La lezione continuava come se nulla fosse successo, e Megghi era rimasta come al solito ignorata. Avrebbe voluto capire in cosa avesse sbagliato, ma non si stupì troppo quando nessuno dei due diede mostra di voler dare delle spiegazioni. La professoressa si limitò a riparare alla meno peggio il pavimento della Terza “I” con delle assi di legno fatte apparire dal nulla. La ragazzina da molto ormai era abituata al silenzio degli insegnanti, dei dottori, dei maghi anziani, ma non riusciva ad accettare che lo stesso atteggiamento indifferente lo avessero anche i suoi compagni di classe. <<Stupidi!>> pensava spesso, senza crederlo davvero. Più spesso si rimproverava del proprio egoismo e della propria mancanza di fiducia negli altri. Secondo lei era molto probabile che a tanti capitasse di fare guai del genere ed era perfettamente normale con quella materia così particolare…
Il tempo però dava spesso ragione al suo lato diffidente: a parte le materie normali in cui tentava con disperazione e fatica di non arrancare, a parte l’essere ormai condannata ad essere l’ultima della squadra della classe, continuava a fare disastri con la magia. Neppure era trascorsa una quindicina di giorni, che alla lezione di Magia (professoressa Novella Fausta; osservatrice Nadia De Nada) senza volerlo ne combinò un’altra delle sue. La professoressa era entrata, si era presentata ed aveva tirato fuori da una parete una lavagna. <<Ora scriverò i nomi degli elementi con il relativo incantesimo da recitare. Aria, Acqua, Terra, Elettricità, Fuoco.>> Megghi leggeva quei nomi, molto interessata. L’insegnante non fece neppure in tempo a scrivere le formule intere, che la ragazzina già aveva una palla d’acqua in una mano, e nell’altra un piccolo fuoco. Udendo lo scoppiettio, la professoressa Fausta si voltò e sgranò gli occhi: due elementali INSIEME! Megghi fraintese l’espressione ed unì le mani, come per pregare, imbarazzata, credendo di aver fatto qualcosa di male. <<Libero Megghi, cosa erano quelli?>> chiese la professoressa. Prima che potesse rispondere, le mani le si aprirono da sé, e ne uscirono due nuvolette: il calore del fuoco aveva fatto evaporare l’acqua. <<Ecco…>> iniziò Megghi, che avrebbe voluto saper sparire, quando le nuvolette si scontrarono, generando un fulmine in miniatura. La classe si ritrovò nel caos, mentre le due insegnanti rimanevano a bocca aperta. <<Che ho fatto? Che ho fatto?>> tentava di chiedere loro, mentre coi compagni fuggiva per evitare le saette in miniatura. La professoressa De Nada puntò la mano contro le nuvolette, che divennero lentamente di ghiaccio, sempre più pesanti. <<Non le tengo! Aiutami!>> urlò alla Fausta, ed insieme impedirono che cadessero in testa ai ragazzi. Con la medesima formula, le due donne fecero in modo che il ghiaccio esplodesse in un tripudio di cristalli e stelle. Riportato l’ordine, Megghi si arrischiò ad alzare la mano, per chiedere di sapere come diavolo aveva fatto, ma fu ignorata. La Fausta scrisse poi le formule intere alla lavagna e, gelida, disse: <<Una alla volta per favore.>> guardando fissa Megghi… che sprofondò sotto il banco. Degli elementi, poi riuscì a tirar fuori sì e no un mucchietto di terra trasparente. Qualcuno dei compagni tentò di prenderla in giro, ma poi se ne guardò bene quando lei li minacciò giungendo le mani. All’uscita la De Nada la prese in disparte e le disse con gravità: <<Non devi minacciare i tuoi compagni. La Magia deve essere usata sempre a fin di bene, non te lo scordare!>>
Il giorno seguente, all’ora di Magia, dopo Musica, un nuovo professore venne a prendere Megghi. <<Megghi Libero?>> <<Sì>>. Portò la ragazzina in una nuova aula, che era stranamente vuota. <<Dove sono gli altri?>> chiese lei. <<Oggi lezioni individuali. Anzi, da oggi. Sarò il tuo tutore personale. Il mio nome è Magnus Umbra.>> Megghi non aveva mai sentito di lezioni individuali dal fratello, ma, d’altro canto, quando mai Valerio le aveva raccontato qualcosa delle sue giornate a scuola finora? Ad ogni modo l’idea di un professore personale la entusiasmava. Il professor Umbra iniziò la lezione spiazzandola così: <<Ora fai ciò che senti di fare, senza imbarazzo. Sprigiona i tuoi poteri, coraggio!>> Megghi rimase lì impalata, rigida come un baccalà dallo stupore. <<Coraggio!>> Le ripetè Mgnus con voce suadente, facendo sparire banchi e sedie dalla stanza. <<Sì, fa come se fossi sola, come se io non ci fossi. So che sei brava e spesso SOTTOVALUTATA.>> La ragazzina arrossì ulteriormente sul rosso dell’imbarazzo. <<Se vuoi sparisco dalla tua vista, così potrai fare ciò che vuoi.>> E, senza aspettare risposta, sparì davvero. Lei rimase a fissare il vuoto dov’era stato il professore fino ad un attimo prima. Poi si voltò, andò al centro della stanza. Fissò il vuoto ancora per un po’. Iniziò a canticchiare tra sé… e con un gesto uscì dalla sua mano una striscia rossa di seta, che portava con sé una musica… L’imbarazzo si stava sciogliendo… Megghi batteva il piede a tempo della melodia; iniziò a muovere le braccia. Attorno alle sue mani cominciarono ad orbitare biglie multicolori. Ad ogni nota apparivano nuovi colori, mentre la striscia rossa danzava tutto attorno a tempo di musica. E ballava ora Megghi, disegnando in aria figure astratte, allargando ed espandendo la stanza, colorando le pareti accendendo luci e facendo sempre roteare le biglie attorno alle mani. All’acuto della musica davvero le parve di essere leggera, davvero sola, e si staccò da terra. La musica era alta, ma non le importava: ora stava troppo bene per badarci. Si confondeva quasi tra le proprie creazioni e nei propri colori. Dal lato da cui era sparito il professore, riapparve prima il suo sorriso, poi gli occhi, infine tutto il resto. <<Magnifico! Davvero notevole, Megghi Libero!>> le disse, mentre lei planava a terra. La ragazzina richiamò in fretta tutte le luci, le sferette, i disegni, e smorzò la musica. Tutto tornò normale; l’unica cosa che non sparì fu la striscia rossa di seta,ma Megghi non ci badò e se la fece cadere al collo. <<Professore…>> cercò di dire lei, ma lui la bloccò: <<Ti rendi conto? Hai padroneggiato perlomeno sette incantesimi tutti insieme. Lo sai quanto è complicato farlo? E senza neppure recitare una sola formula!>> La ragazzina sorrise soddisfatta e quasi si sarebbe slanciata in un abbraccio al collo del professore, se non avesse avuto una più che rigida educazione a stare al proprio posto. Tuttavia chiese con un filo di voce tremante: <<Sono stata brava?>> <<Eccome!>> sorrise Magnus, con un lampo negli occhi, che comunicò a Megghi maggiore entusiasmo.

Le lezioni con il professor Umbra erano le preferite di Megghi. Per una settimana e più fece lezione con lui. Il professore le diceva di impegnarsi al massimo, in realtà non insegnandole nulla. Un lunedì il professore non la portò nell’aula, ma insieme rimasero in palestra, mentre il tempo tornava indietro di un’ora. Il professore spiegò: <<Saremo invisibili, e potrai rivedere la lezione senza essere vista. Saprai già che cosa accadrà.>> Già, anche senza la magia, al VERO inizio dell’ora, aveva già chiaro cosa sarebbe successo: sarebbe stata l’ultima nella scelta delle squadre. <<Ecco, non influenzare gli eventi che ti riguardano, ma impegnati su quelli che riguardano gli altri: le scarpe di Coniello, la battuta di Del Torto…>> Megghi non si rese conto che il professore la stava istigando alla vendetta. Anzi, in seguito si sarebbe chiesta se non l’avrebbe fatto lo stesso rendendosene conto prima. <<Palla!>> gridò Ivan Del Torto, il più alto e magro della classe, e battè la mano con precisione sulla palla. <<Ahi!>> urlò. La palla cadde a terra pesante, ammaccando il parquet, prima di tornare elastica e leggera. <<Brava, Megghi! Continua!>>. La partita continuò con un giocatore in meno: Ivan si era quasi rotto il dito. Adua Clicillo saltellò verso la palla per recuperarla… e cadde a terra con un tonfo: aveva le stinghe delle scarpe legate da un gomitolo di lacci.<<Dai, Megghi!>> E la ragazzina rideva e continuava. Marco Banzano, il più grasso della classe, si preparò a saltare per ricevere la battuta. Toccò la palla, ma giunto a terra si ritrovò dal busto in giù nel parquet, che sembrava essersi liquefatto proprio sotto di lui. Megghi non ce la faceva più dal ridere e già voleva smettere. Ma il professore la esortò ancora: <<Non è trascorsa tutta l’ora, devi continuare.>> Allora lei ricacciò dalla mente la faccia grave e seria della De Nada e ricominciò i suoi tormenti gratuiti. Caddero pannelli dal soffitto, spuntarono topi e pipistrelli, la rete si infestò di ragni, si appiccavano fuochi sotto ai sederi e scrosciavano cascate di pioggia dal soffitto… Tutti capitarono sotto tiro, tranne l’altra Megghi, che, sconvolta, tentava di riparare ai danni ed aiutare i compagni. <<Ecco chi è stato!>> sghignazzava lei, con accanto il professor Magnus. <<Ben fatto, Megghi. Ora tornerai alla lezione successiva, ma non rivelare mai ciò che hai fatto oggi.>> <<Perché no?>> chiese Megghi, senza troppa convinzione. <<Beh, c’è qualcuno forse che ti racconta delle proprie lezioni individuali?>> <<Beh, no…>> ammise lei. In effetti nessuno le raccontava mai niente. Nessuno dei tatuati in classe prestava molta attenzione alle sue scuse inventate per aver saltato la lezione coi due professori; la ragazzina pensava che tutti avessero avuto il divieto preciso di parlarne, ed era convinta che in realtà ognuno stesse seguendo lezioni individuali.

I professori che si susseguivano alle lezioni di Magia regolari finalmente si accorsero dell’assenza di Megghi, dopo che lei aveva saltato un intero mese di lezioni. <<Sapete cos’ha la vostra compagna?>> chiese il professor Demetrio Forbice alla classe dei tatuati. <<Non viene da una settimana, credo>> rispose Iolanda Corno, l’unica che se n’era accorta. <<Ma non so cos’abbia: alle altre lezioni c’è sempre.>> In quel momento Megghi ed il professor Magnus erano sull’antenna TV, sul monte Gran Palazzo. La ragazzina era di ottimo umore; nonostante le vertigini, la magia la faceva stare in equilibrio. Il professore era invece calmissimo, quasi gelido. <<Questa è la lezione più importante, Megghi>> esordì lui. <<Ora devi pensare intensamente a ciò che di più brutto e doloroso hai mai provato…>> Megghi dallo stupore stava cadendo dall’antenna. <<Prego?>>, chiese come se non avesse capito davvero. Davvero aveva detto “le cose brutte”? <<Già. Soltanto così libererai il tuo potere. Fidati:>> E Megghi, che già si fidava, e non da ora, obbedì. Ricordò la suora dello Specchio… lei trattare Megghi come un oggetto, come un numero…lo spavento che aveva avuto e nessuna giustificazione per quella paura. Come fosse normale… E ricordò l’asilo. Quanto rancore dai quei lontani tempi. Quelle maestre manesche. Quante volte la faccia gonfia di schiaffi immeritati, quanti maltrattamenti gratuiti. E l’indifferenza del presente. Megghi ignorò deliberatamente quel periodo eroico delle elementari, quando teneva testa e si batteva con coraggio contro il più grosso della classe. <<Ecco, Megghi, concentrati su questo odio>> Megghi si sentiva rabbiosa e triste, tutto il contrario di poco prima. Fu allora che si accorse di quell’enorme onda che le invadeva il corpo. <<Cel’ho!>> disse senza riflettere. Magnus Umbra allungò le mani verso di lei e recitò una formula. Tra lo stupore della scoperta del proprio potere, la rabbia accumulata e le vertigini, lei non ebbe quasi il tempo di accorgersi che il professore le poneva una mano sulla nuca e l’altra sulla fronte. Vide tutto buio. Non pensava più a nulla. Fu invasa da un momentaneo intenso terrore, che sparì immediatamente con la pressioni delle mani del mago. Le braccia le ricaddero ai fianchi. Magnus le tolse le mani dalla testa. La ragazzina aveva un’aria assente, trasognata, vagamente stolida. <<Megghi, provami la tua fedeltà. Gettati giù dall’antenna.>> Megghi fece un meccanico passo in avanti e cadde a capofitto verso il basso. <<Ferma!>> gridò il professore, e la ragazzina si fece levitare come un sacco, le braccia penzoloni, raggiungendolo. <<Ed ora i tuoi poteri sono miei!>>

Quello che accadde dopo nessuno se l’aspettava. Magnus usò l’odio di Megghi per sottomettere ai propri voleri tutte le città, e la sua influenza si estese per un raggio di un chilometro. Se qualcuno si ribellava, ecco che egli ordinava alla ragazzina senza volontà di farli rattristare e deprimere proprio come si era sentita lei finora. Il gelo cadde sulle città. Megghi richiamava le nebbie, la pioggia ed il freddo, servendo alla lettera il mago. Egli intanto con lo stesso sistema organizzava un esercito di maghi che lo servissero nel suo sogno di potere. Il mago talvolta parlava con Megghi dicendo: <<Pensavo che mi saresti occorsa tu da sola… evidentemente il tuo potere è stato sopravvalutato. Comunque non è male! Grazie!>> e le batteva una soddisfatta mano sulla spalla. Lei non dormiva più, mangiava poco, e ancor meno curava se stessa. Attorno a lei c’era un alone di nero, un’aura di odio e di magia che la rendeva simile ad un demone più che ad un essere umano. L’unica cosa che ancora la distingueva come “umana” era la sciarpa di sfavillante seta rossa che non aveva mai tolto dalla prima lezione. Non aveva aiuto: anche la sua stessa famiglia era rimasta soggiogata dagli incantesimi di controllo del potente professore amplificati attraverso di lei. Chi poteva liberarla? Non aveva amici, e se ne avesse avuti, davvero sarebbero stati in grado di contrastare i suoi stessi poteri?
Un giorno Magnus, avvicinandosi a Megghi le disse qualcosa, come faceva di solito: <<Megghi, sei proprio una gallina dalle uova d’oro. Brava. Fa’ sempre del tuo meglio!>> La ragazzina a stento annuì, abbrutita dall’odio e dal prolungato controllo a cui era sottoposta… ma ecco un’eco di un “brava” nel fondo della mente annebbiata… dove l’aveva sentito? Fiducia! Quell’uomo le dava fiducia! Certo! Contava su di lei, gli era indispensabile! La cappa di nebbia pian piano si ritirò dalle città in fondo e dal fondo della coscienza di Megghi. Delle persone venivano liberate dalla schiavitù. Magnus intanto continuava ad usarla per nuove conquiste, ma non badava al fatto che le prime città perdevano il suo controllo. Di tanto in tanto le ripeteva <<Brava, brava, continua così!>> e non si accorgeva che lei davvero lo ascoltava, e dalle sue parole prendeva coraggio. Ad ogni parola, per ogni volta che le spezzava la solitudine, lei recuperava briciole di gioia e di pensieri felici. E con essi tornava la ragione e la coscienza di sé. Tanto regolarmente faceva progressi, che iniziò a rispondere con stentatissimi <<Grazie>> e <<Sì>> ai complimenti buttati lì dal professore. Dopo venti giorni, Megghi ormai era quasi sveglia. Certo, eseguiva ancora gli ordini del mago, ma stava contrastando a poco a poco quell’incanto che l’aveva ridotta in schiavitù. Quando i piani di conquista di Magnus furono ormai pronti, egli avvertì Megghi di tenersi in allerta: sarebbe di nuovo occorso il suo aiuto. Ma lei finalmente era completamente sveglia. <<Certo, professore!>> gli rispose, caricando di proposito il tono della voce. La cosa fece balzare il mago dallo stupore, della stessa meraviglia che aveva colpito la Fausta e la De Nada… Megghi si sentiva come ubriaca, ma anche molto infervorata per aver recuperato se stessa e sfrenata, gridò in faccia a Magnus: <<Sono di nuovo in me!>>; mirò a lui e fece apparire una corda che strinse il professore da capo a piedi. <<Credi che sia così facile, ragazzina?>> stava dicendo il professore, ma dovette ricacciarsi le parole in gola: le corde erano diventate centinaia di serpenti iridescenti. <<Ecco, professore. La lezione è finita, vero?>> ruggì Megghi e si sciolse dal collo la sciarpa rossa di seta. Il mago era livido di rabbia e sudava freddo, e la ragazzina lo prendeva in giro: <<Cos’è, non ti fidi dei miei serpenti? Tranquillo, ne controllo Più DI SETTE contemporaneamente!>> e rideva, di nervi, come invasata, quasi folle (cosa normale dopo aver recuperato la ragione passo per passo!). Dalle scale si sentirono dei passi: stavano salendo i “rinforzi”, composti da Gadji, dalla professoressa silenziosa e da altri maghi. La scena si presentò sconcertante: videro Megghi avere la meglio su un potente mago come Magnus; lei ridere istericamente, mentre lui era praticamente vestito di bisce e cobra; sembrava debole, pallido ed inerme. I maghi arrivati per aiutare, fraintesero la scena e si scagliarono insieme contro Megghi, senza un’esitazione. Quattro raggi letali la colpirono in pieno. Magnus ne approfittò per sparire, mentre i serpenti ad uno ad uno scoppiavano come tanti pop corn. Megghi ora giaceva a terra svenuta.

Megghi non seppe mai quanto tempo era rimasta svenuta. Quando si era svegliata nel letto dell’infermeria della scuola, il suo primo pensiero era stato quello di chiedere cosa fosse successo, di sapere se la propria famiglia stava bene e che fine avesse fatto Magnus. Invece fu lei che, aperti gli occhi, fu sommersa da accuse e domande da terzo grado. E meno male che fu creduta quando disse che non era stata lei la responsabile diretta di quel periodo tremendo… Ora per colpa “sua” ognuno conosceva quell’odio e quella tristezza che lei covava nel profondo del suo animo: il mago l’aveva costretta a mostrare il lato più oscuro della propria personalità. Sarebbe stato meglio che a qualcuno fosse venuto in mente di spiegarle che davvero le sue tristezze infantili ed adolescenziali non meritavano TUTTO quell’odio… ma nessuno si curò di Megghi sul piano psicologico. Una volta rimessa in sesto fisicamente, fu mandata a casa senza spiegazioni e presto i maghi-professori decisero che la cosa doveva essere messa a tacere, almeno per un po’ di tempo. Neppure alla famiglia furono date spiegazioni, ma i genitori della ragazzina intuivano che la loro figlia forse dopotutto non era una maghetta qualsiasi.
La scuola iniziò di nuovo pochi giorni più tardi. Megghi credeva che, varcata la porta, avrebbe dovuto sostenere sguardi strani, domande a valanga sull’accaduto, avrebbe avuto una certa fama o almeno suscitato un certo interesse (ed una parte della sua mente gioiva: non sarebbe rimasta ignorata, almeno per un po’…) Invece, entrata in classe l’accoglienza fu la medesima: non ci fu alcuna accoglienza. Professori e compagni la trattavano con la stessa indifferenza; soltanto alcuni accuratamente la evitavano, ma lei non se ne accorgeva, poiché il loro atteggiamento ai suoi occhi era uguale a quello di sempre: tutti erano sempre sembrati impauriti al solo vederla, fin dal primo giorno.
I pomeriggi coi compiti erano un’autentica tortura, e non di rado Megghi si ritrovava a vagare per i suoi pensieri, nelle sue vaste e sterminate Fantasie, davanti al libro d’Italiano. E, ugualmente a prima dell’incontro con Umbra, durante le interrogazioni si perdeva dietro gingles uditi alla TV o musichette di cartoni animati e di videogiochi. Quando però Megghi tentava di giustificarsi con professori per le lezioni saltate durante la sua schiavitù, quelli non erano comprensivi neppure in quel caso, e rispondevano: <<Libero, la Magia è una materia come tutte le altre e perciò non devi anteporla alla mia!>>
Nell’indifferenza generale, Megghi sapeva che presto sarebbe arrivato un mago ambizioso come Magnus o addirittura più potente, per rubarle i poteri. <<Ma davvero sono così potente? E allora perché mi sono lasciata sottomettere da quello là?>> E rivolgeva a se stessa l’odio che aveva fatto cadere nelle tenebre la propria città e tanta altra gente innocente. Si sfogava soltanto disegnando su quaderni e fogli di risulta trovati in giro o sotto i banchi della propria aula. Sui fogli, non più in aria, poiché il supporto cartaceo era più facilmente occultabile tra libri e bambole… Presto però si rese conto che nascondere i disegni era una precauzione inutile: ciò che faceva di straordinario era tutto dato per scontato.
Pochi giorni erano trascorsi dalla fuga di Magnus, ma già tutto sembrava lontano nel passato. Quel sabato sera Megghi decise finalmente di farsi una doccia, e sì che ne aveva proprio bisogno! Non era decisamente un persona sporca, ma, come i bambini, non si rendeva conto di quando era il caso di lavarsi, né sentiva il bisogno di scegliere un preciso giorno per pensare alla propria pulizia… una volta, alle elementari, era riuscita a rimanere senza toccare l’acqua per cinque settimane di seguito… Non badava molto alla cura di sé.
Presi accappatoio, pantofole ed il resto necessario, si chiuse in bagno, dopo aver avvertito la famiglia di non aprire i rubinetti per un po’. Le dava sempre un certo disagio vedere il proprio corpo, figuriamoci ora che si vedeva tutta davanti allo specchio. Da quando aveva imparato a fare la doccia da sola, aveva preso l’abitudine di giocare “a fare la modella dello scultore” coprendosi con l’asciugamano, sebbene sapesse che quel corpo, ai suoi occhi, era tutto fuorché da modella. Certo, gambe dalla bella forma, capelli lunghi e morbidi, gli occhi chiari indefinibili… ma ora vedeva quella pancia ancora infantile… e sopra? Beh, sopra era né più né meno di una bambina. <<Quando mi crescerà?>> pensava tra sé nell’imbarazzo del proprio stesso sguardo, come fosse estraneo ed invadente, e già si convinceva sempre più che sarebbe rimasta una ragazzina a metà per tutta la vita. Sorrise alla vista delle proprie mani: erano in assoluto la parte del proprio corpo che preferiva, per la loro bella forma e per la loro indispensabile utilità. Con le mani lei si esprimeva nei disegni e nella magia, e quello la salvava da una depressione sicura. Andò verso la doccia, dove lo specchio non poteva rifletterla, si tolse l’asciugamano di dosso ed entrò nella cabina. Uscì quasi un’ora dopo. Era profumata e leggera, come se mai niente le fosse accaduto, come fosse nata in quel momento. Per caso incontrò la madre nel corridoio. Parlarle del proprio piccolo problema, di come non cresceva come le altre? Parlarne voleva dire superare un altissimo muro d’imbarazzo, che invece di diminuire, con la figura familiare della mamma aumentava. D’altra parte a Megghi l’argomento premeva molto: nessuna delle sue compagne era piccola in tutti i sensi come lo era lei… era normale o era “diversa”? Senza riflettere troppo su cosa dire, Megghi chiese alla madre: <<Secondo te>> ed indicò <<Sono cresciute un po’?>> E la verità uscì spietata dalle labbra sorridenti della madre: <<No, certo. Ma cosa dici!>> La madre, inconsapevole di ciò che frullava nella testa della figlia, aveva preferito essere sincera, all’oscuro del fatto che una piccola bugia sarebbe certo stata di maggior conforto: Megghi chiedeva qualcosa soltanto se era per lei di fondamentale importanza, e quel “no”, portava con sé un implicito <<Sì, tu sei piccola e non cresci; sei “diversa” dagli altri, non normale>>. Megghi rispose alla madre con uno sforzo di sorriso e corse in camera, dove c’era Valerio. Senza mostrare nulla dei suoi pensieri all’esterno (chi avrebbe capito?) gridò questo pensiero: <<Perché? Perché sono così? Non voglio essere così diversa!…Mamma avrebbe potuto dire una bugia, ed io certo avrei creduto più alle sue parole che ai miei stessi occhi!>>

Tempo dopo Megghi iniziò a frequentare la sua compagna di banco delle lezioni regolari, Manuela Della Bibbia, con cui si era trovata spesso a ridere e a scherzare.
Avevano deciso che giovedì pomeriggio si sarebbero viste a casa di Manuela per preparasi assieme per il compito di matematica del giorno successivo. Ma quando Megghi arrivò a casa della compagna, la trovò che già aveva studiato ed aveva archiviato tutti i compiti. <<Per caso sai usare un nuovo tipo di magia?>> Le chiese Megghi, mentre si affrettava a fare i propri compiti da sola. Come diavolo faceva Manuela a fare in mezz’ora tutto quello per cui Megghi solitamente impegnava un pomeriggio intero, se non anche la sera (e non capitava di rado)? Dopo un’oretta già i libri giacevano abbandonati in un angolo, ed i compiti arronzati anzichenò. Manuela accese la TV, perché non voleva perdere neppure una puntata di “Dawson Hills 20152”, un telefilm americano che a Megghi diceva meno di zero. Avrebbe di gran lunga preferito un cartone animato (anche di pessima qualità), giocare con le bambole oppure ad un gioco di società (anche noioso): tutto ma non quello! L’educazione però fu più forte del disgusto: non disse nulla. Sullo schermo apparvero dei ragazzi, che nelle intenzioni avrebbero dovuto avere pochi anni più di Manuela e Megghi, ma che invece erano tutti alti e ben adulti: maschi muscolosi e dall’aria vissuta o stucchevolmente entusiasta, ragazze alte belle e prosperose dai tacchi inverecondi e dalle gonne corte su corpi statuari. Megghi provava soltanto imbarazzo e voglia di fare altro, mentre l’altra, tutta eccitata, le diceva confusi insieme i nomi degli attori e dei personaggi.
Durante la puntata, ad un certo punto Manuela destò l’ospite dal tedio; senza nessuna ragione apparente lei si volse a Megghi: <<Lo sai tu perché il professor Umbra ce l’aveva con te?>> La ragazzina aveva quasi dimenticato tutta la vicenda, e parve davvero ridestata; chiese: <<Cosa ne sai? Chi te l’ha detto?>>. L’altre fece un sorriso furbo e parve assaporare il momento. Poi rispose: <<è stata mia madre a sentirlo per caso a scuola, e poi l’ha raccontato a casa.>> Abbassò la voce, tanto che il dialogo del telefilm la copriva quasi: <<Lo sai? Ho sentito che ci sono ragazzi che usano istintivamente la magia come te, e tutti questi hanno avuto un voto altissimo dallo Specchio. E tra loro ci sei anche tu.>> Megghi rispose di getto e quasi per giustificarsi: <<I miei Specchi si rompono sempre… è capitato a qualcun altro?>> <<No>> fece Manuela, non notando l’aria delusa di Megghi che pensava <<Lo sapevo!>>. Poi continuò: <<è questo il punto: tu sei l’unica di cui nessuno ha potuto stabilire il grado. E sai perché? Perché hai poteri illimitati!>> A quelle parole Megghi fece un salto di un metro dal tappeto dove entrambe sedevano. Come una doccia gelata quelle parole l’avevano risvegliata. Tuttavia non voleva credere che proprio lei avesse tutta quella particolarità. <<Non scherzare, Manù!>> disse tentando di pensare quel che diceva. Manuela invece già si era alzata, senza minimamente capire l’importanza che per Megghi aveva quella rivelazione, e le già le chiedeva: <<Un succo di frutta?>> Megghi invece non poteva ignorare quel che lei le aveva rivelato… e poi anche Magnus le aveva detto qualcosa come “sopravvalutare i tuoi poteri”. Ma la cosa non quadrava. Se davvero era così potente, se davvero era così diversa, perché allora durante le lezioni di Magia non faceva che disastri o non riusciva a mettere insieme un solo incantesimo?

Venerdì, compito di Matematica: la professoressa Bianchi aveva preparato tre espressioni ed un problema, diversi a due a due tra gli alunni. Durante la prima mezz’ora già Megghi era in TILT. Il giorno prima lei e l’amica non avevano preparato un’H per il compito, e le espressioni erano il suo incubo: quante volte negli ultimi giorni si era ritrovata a mezzanotte con l’ultimo calcolo? Nell’ultimo quarto d’ora si rassegnò a copiare qualcosa dalla foresta di calcoli che era diventata la sua brutta copia, ben sapendo, senza bisogno di poteri divinatori, che sarebbe andata sicuramente male. L’ora successiva, sebbene fosse di Educazione Fisica, la rincuorò un poco: scelta ovviamente tra gli ultimi, tuttavia riuscì a salvare un paio di situazioni e senza ricorrere alla magia. Per l’appunto, Magia era la materia dell’ora seguente. Venne infatti a prenderla un nuovo insegnante: <<Megghi Libero?>> <<Sì>>
Si ritrovò con tutti i suoi compagni su un prato, molto in alto, che si affacciava su un panorama di case e strade, ed in fondo la scuola. <<Buongiorno, ragazzi. Sono il professore di Magia di oggi; il mio nome è Olympus Umbra…>> Megghi lo guardò storto. <<…e>> indicò una ragazza <<…quella è l’osservatrice di oggi, Debbie Hill>>.I ragazzi la salutarono distratti, e presto si chiesero cosa ci stavano a fare là sopra. Il professor Olympus iniziò: <<Oggi vi insegnerò a volare.>> Megghi saltò in aria dalla gioia, e cercò di coinvolgere anche i compagni accanto a lei, che, come al solito, la spensero con i loro sguardi indifferenti e vagamente sospettosi. <<Inizieremo con qualcosa di semplice: guardate e cercate di ripetere ciò che faccio.>> Il professore, con un ampio gesto del braccio, fece apparire un tappeto volante molto colorato, con a ciascun angolo un focherello di vere fiamme. Ci saltò agilmente su ed esortò i ragazzi ad imitarlo. La giovane assistente osservatrice balzò sul suo tappeto, che lei aveva creato rosa-caramella ed i fuochi agli angoli erano azzurri. Alcuni scolari non riuscivano neppure a creare un tappeto; ad altri usciva tondo, ma cedeva sotto il loro peso; infine il ragazzo accanto a Megghi saltò sul suo senza problemi. Megghi invece era indietro: si stava concentrando davvero seriamente. Subito si trovò a galleggiare in aria, senza ancora aver creato il tappeto. Debbie Hill si stupì vistosamente, mentre Olympus Umbra sorrideva e pensava: <<Mio fratello aveva visto giusto!>> La ragazzina, ad un metro e più da terra, fece un gesto fin troppo ampio, ma ugualmente apparve il tappeto volante: aveva quattro grosse fiamme ed era il più grande di tutti. Ci cadde sopra con estrema naturalezza; notò che era comodissimo: avrebbe potuto ospitare benissimo altre quattro Megghi. <<Bene>> disse il professore. <<Ora seguite me e l’osservatrice Hill: proveremo a muoverci in avanti, indietro, in alto ed in basso. Mettete le mani avanti a voi e pensate dove volete andare.>> Con un grido di stupore, Megghi si ritrovò a far volare il suo tappeto senza neppure doverlo tenere con le mani. Faceva fatica a seguire il gruppo,che, con i bordi sempre alla stessa distanza, si snodava come un serpentone colorato nell’aria. Non di rado si ritrovava troppo in alto o troppo avanti rispetto al gruppo, e doveva sempre scusarsi coi professori quando passava loro davanti. <<O.K., ora proviamo verso l’alto. Non esagerate con l’altezza: il tappeto può portarvi fino alle rotte degli aerei ed anche oltre e può essere pericoloso. Mettetevi in coppia e salite per mezzo minuto. Poi scendete, chiaro?>> Come al solito il numero dispari fu sfavorevole a Megghi, che si ritrovò l’unica senza compagno. Comunque, tentando di non farne un dramma, pensò di occupare la sua mente unicamente con la prova di volo. Prese a salire, salire, sempre più in alto. Non erano trascorsi dieci secondi che già non vedeva più nessuno dei compagni. <<Sono troppo rapida!>> pensò sghignazzando soddisfatta. Mentre saliva ancora, si distese sul morbido tappeto per rilassarsi un poco, contando i secondi: <<Venticinque, ventisei, ventisette…>> Al vent’otto qualcosa sembrò andare storto: le fiamme agli angoli si spensero ed il tappeto cominciò a scendere da sé, disfacendosi e rivelando la trama. <<Che c’è?>> chiese a se stessa Megghi, e guardò tappeto: proprio sotto la sua schiena si stava allargando un enorme buco sul vuoto. <<Aaaah!>> gridò e tentò di usare il galleggiamento, ma il panico pareva bloccarle la mente. <<Cado! Cado!>> diceva all’aria, mentre brandelli del tappeto volavano via disperdendosi in leggeri fili sottili. Guardò in basso, disperata: chi avrebbe fatto qualcosa per salvarla? I compagni? La professoressa che ancora non si era accorta di nulla? Oppure il professor Umbra? C’era da fidarsi? Non era tempo di fare la schizzinosa, così, con tutto il fiato che aveva in gola, gridò: <<Professore! Professor Umbra! Sto cadendo!>> Olympus si lanciò per attutirle la caduta, e, dopo un momento, con un tonfo, Megghi era accanto a lui. Due secondi per riprendersi, e la ragazzina, furiosa, aggredì il proprio salvatore così: <<Si può sapere che cavolo mi ha fatto? Aveva detto che il tappeto non spariva con l’altezza! Mi voleva ammazzare? Ma l’ho capito sa, lei e Magnus, ma non accadrà più!>> Il mago attese che lei si sfogasse; poi, con calma le sussurrò: <<So cosa ha fatto mio fratello, ma io non sono come lui: gli incidenti che ti succedono durante le lezioni avvengono a causa di un Blocco dei poteri, un incantesimo particolare per cui tu usi una minima parte delle tue capacità. Non è stata l’altezza, ma l’eccessivo carico di magia a far precipitare il tuo tappeto.>> la ragazzina lo guardò torva, ma si ritrovo per incanto anche lei a parlare sottovoce: <<Perché bloccarmi i poteri? Stavo per schiantarmi, l’ha visto! Neppure è servito per salvarmi da suo fratello!>> L’insegnante rispose: <<Ora hai un Blocco più potente: Magnus ed altri senza scrupoli non potranno più prenderti di mira così facilmente.>> Megghi si voltò dall’altra parte e riflettè: <<Ecco perché se la presero con me quando stavo… ehm… “affrontando” Magnus.>> Sospirò e di nuovo si rivolse a se stessa: <<Ho malgiudicato colui che mi ha salvato. Sono davvero un soggetto irrecuperabile! Inoltre ho fatto una pessima figura…>> Il professor Olympus Umbra radunò la classe e, con Megghi accanto, ricondusse tutti al prato.

Sabato, giorno di lavoro nelle botteghe artigiane e poi domenica di riposo: ecco i giorni preferiti di Megghi. Amava più di tutto i lavori manuali e l’atmosfera rilassata dei laboratori, dove insegnavano ai ragazzi a modellare la creta, a fare vetrate artistiche, a costruire plastici e ad intrecciare paglia. Le dispiaceva che le “lezioni” del sabato sembrassero durare sempre troppo poco. Da ciascuna lezione tornava con un po’ di materiale e continuava ad esercitarsi a casa, con la TV accesa da un lato, il balcone dall’ altro lato, la porta della stanza chiusa: il mondo di Megghi era in quel perimetro angusto, anche se la sua Fantasia era vasta chilometri…
Divideva la stanza con Valerio. Nei giorni di studio era un tedio per la sorella dover sopportare le chiacchiere spesso sciocche del fratello. E quando invece si facevano più serie, interveniva la madre a dire loro di tacere e continuare a studiare. Anche Valerio non digeriva il fatto di dover stare sempre sui libri dalla mattina alla sera, ma aveva uno sfogo: prendere in giro Megghi.
La stanza si divideva in due metà distinte: la parte di Valerio era in perenne disordine, sebbene avesse un decimo della quantità di oggetti che si trovavano dalla parte della sorella; la metà di Megghi era una sorta di magazzino: scatoli di materiale di risulta erano incasellati l’uno sull’ altro,tra vecchie bambole sempre composte e pettinate, pacchi di quaderni e fogli che spuntavano qua e là tanto da sembrare disposti a caso e portapenne stracolmi.
Di solito Valerio usciva, dando finalmente un po’ di tregua e campo libero. Ed il tempo di sabato e domenica serviva a Megghi per riprendere fiato… e per riempire decine di pagine di diario. Uscire non era più realistico che svegliarsi e sapere tutta la lezione senza aver studiato: se lei non chiamava nessuno non era soltanto per pigrizia innata, ma anche e soprattutto perché non valeva la pena di annoiarsi con gli altri, quando a casa avrebbe di certo concluso di più con un disegno ed un vecchio cartone animato. Megghi avrebbe voluto far parte di un gruppo, ma questa possibilità ce l’ aveva soltanto nella propria Fantasia.
Presto però tornava lunedì, e Megghi, pur essendo in fondo già rassegnata, non si dava per vinta e faceva di tutto per piacere agli altri… o almeno farsi notare positivamente: le sarebbe bastato. Quel lunedì per miracolo non fu chiamata alla cattedra, anche se ormai erano pochi a non avere ancora il voto… Il panico cedeva il posto ad una sorta di accanimento quando arrivava la famosa ora di Educazione Fisica. Quel giorno la ragazzina aveva elaborato un piano per farsi scegliere, non certo tra i primi (non credeva che sarebbe mai successo nella realtà), ma almeno a metà dell’ elenco: al momento della scelta delle squadre, decise di prendere il coraggio a due mani ed attuò il piano. Ora sorrideva, ora fingeva di fare la vezzosa, ora la carina, faceva cento mossette per farsi notare, e qualche volta riusciva pure a dire <<Io, io!>>… Ma il risultato fu il medesimo di sempre. Da tutta quella commedia aveva ricavato soltanto grande ed inutile imbarazzo, ed inoltre aveva la sensazione di aver messo dignità ed orgoglio sotto i piedi… <<Deficiente! Idiota!>> diceva a se stessa, e la rabbia le faceva salire le lacrime agli occhi. Tentava di nascondersi Megghi: sapeva per esperienza che la volta che i compagni ti notano, è sempre quando vorresti nasconderti! Quel giorno non beccò neppure una palla, e alla rabbia e all’ imbarazzo si aggiunse pure la frustrazione… Quasi un quarto d’ ora prima della fine delle lezioni, senza dire una parola, corse via dal campo, con la (folle) remota speranza che qualcuno la fermasse, e le dicesse di giocare ancora. Non si stupì quando non accadde nulla del genere. Si chiuse in bagno, l’ unico posto a scuola dove poteva riflettere con calma. Dal corridoio presto sentì il caratteristico ZAMM dei professori di Magia che andavano a prendere gli alunni. <<Corno Iolanda? Bionda Di Prizio? Vincente Sapone?>> <<Sì>> <<Venite con me.>> E poi ancora: <<Carmine Greco? Stefano Argento?>> <<Sì>> <<Andiamo.>> Ben presto rimase l’ unica tatuata a non essere stata portata alla lezione di Magia. <<Arriverò per ultima, mi farò cercare, così tutti si chiederanno dove sono. Vedremo se stavolta non si accorgeranno di me!>> Uscì dal bagno, con calma. Si scosse i capelli allo specchio, poi con un <<Bah!>> si voltò, dando le spalle alla propria immagine, appoggiandosi al lavabo. Poi, dopo un po’ si scostò dal lavandino ed uscì dalla toilette delle ragazze. Ed ecco apparve il professore: <<Megghi Libero?>> <<Sì>> <<Vieni con me.>>
Questa volta riapparvero su una spiaggia non meglio identificata. Cercò avidamente con lo sguardo i compagni, Megghi, ma nessuno aveva fatto caso alla sua assenza… <<Uffa!>> ringhiò tra sé per l’ ennesima delusione, e decisa, spinta da chissà cosa (non certo dal buon senso) si avvicinò a Bionda e le chiese, apparentemente di punto in bianco: <<Non vi siete chiesti perché ho fatto tardi oggi? E neppure vi interessa sapere perché sono arrivata per ultima, e SOLA anche oggi?>> L’ altra scoccò un rapido sguardo di intesa con Iolanda, e poi rispose: <<Ma tu arrivi SEMPRE per ultima, e sempre da sola.>> e le voltò le spalle per chiudere il discorso. <<Sempre?>> ripetè stupita Megghi, come cadesse dalle nuvole: lei stessa finora non aveva notato che era l’ unica ad essere accompagnata da sola… Il professore intanto si presentava: <<Buongiorno, sono Hirpino Giordani, e l’ osservatrice di oggi è…>> indicò verso il mare <<…la signorina Giada Calì Ulu>> Da uno scoglio si sporse una splendida sirena, che strappò un “Oooh” di meraviglia a tutti i maschi ed a Megghi; le ragazze facevano invece cenni di circostanza. <<Oggi lezione di nuoto, ragazzi.>> disse Giordani, e , senza dire altro puntò su di ognuno di loro una strana macchina fotografica. Click! Ed i vestiti di tutti uno dopo l’ altro si accorciavano in costumi. Megghi, imbarazzata del proprio aspetto, si gettò in mare, infischiandosene dell’ acqua gelida. Il professore diede le istruzioni: <<Dovete crearvi la vostra bolla d’aria e seguire la professoressa Ulu. Io non scendo in acqua: ho un tremendo raffreddore; dopo ci ritroveremo a destinazione…>> I ragazzi eseguirono diligentemente, e subito tutti si trovarono a seguire la bella sirena nell’ acqua gelida. Presto Megghi si ritrovò in fondo al gruppo: arrancava. Nuotare nell’ acqua ma non sentirla sulla pelle e muoversi in quell’ angusta bolla non erano proprio condizioni ideali. Però non voleva assolutamente perdere il gruppo: puntò le mani sulle gambe ed in men che non si dica, erano diventate un’ elegante coda verde e blu cangiante. Fece sparire la bolla e si sistemò le orecchie: da tonde le “modellò” a punta per udire i suoni del mare. Fu facilissimo per le i abituarsi alla nuova situazione, e ben presto si mise al passo col gruppo, ma badando a rimanere indietro per non farsi notare. Non voleva che i compagni ignorassero anche questo: tanto valeva non entrare per nulla nel loro campo visivo! La professoressa Ulu continuava a scendere in profondità, ed i ragazzi, guardando in su, avvertivano un pesante senso di vertigine. Quando la luce solare sembrava svanita, ecco un altro bagliore guidare lo sguardo, stavolta dal basso. Una luce elettrica. Avvicinandosi, il gruppo rimase affascinato da quella grandiosa apparizione: un’ immensa cupola sottomarina occupava il fondo roccioso, e attraverso di essa si intravedevano case, persone e vasti giardini. L’ insegnante si voltò e fece: <<Seguitemi>>; soltanto Megghi sentì la sua voce, gli altri invece seguirono il gesto. Le entrate della cupola erano alla base, ed erano guardate attentamente dall’ interno e dall’ esterno da guardie tatuate. <<Entrate. La lezione con me è finita… Megghi!>> <<Sì?>> <<Ricrea la tua bolla prima di tornare normale. La pressione ti schiaccerebbe se non lo facessi, e, inoltre, NOI sirene non possiamo entrare nelle cupole.>> Sotto gli occhi vigili della professoressa, Megghi eseguì. Entrò nella cupola salutando la insegnante, stupendosi di trovarsi così contenta ad essere di nuovo sulle proprie gambe. Il professor Giordani attendeva il gruppo in un gran giardino così variopinto da essere in contrasto col buio all’ esterno. <<Ora, ragazzi, vorrei che osserviate bene la cupola e la sua organizzazione. Poi insieme faremo una breve relazione con le vostre osservazioni. Adesso siete liberi, ma tornate qui tra sessanta minuti esatti.>> Megghi aveva ascoltato le indicazioni da lontano. Senza seguire alcun gruppo, si incamminò in un meraviglioso vialetto di siepi dai fiori azzurri. Il sentiero si divise: a sinistra portava ad una casa, a destra proseguiva. Megghi notò le case. Avevano il tetto tondo… anzi erano tutte a forma di cupola. <<Probabilmente dentro sono a tenuta stagna, per le emergenze… Se capita che si rompe la cupola… >> Il pensiero di un tale disastro la fece rabbrividire e cercò di pensare ad altro. Si puntò le mani addosso e ricreò i suoi vestiti.
Fu poi attirata da un vociare infantile e poco dopo si ritrovò presso un grande parco giochi, che non aveva nessun segno di confine. C’era soltanto un cartello che diceva: Asilo Madama Ninfea. I bambini giocavano, si urtavano, saltavano e ridevano. Alcuni, come lei, avevano il tatuaggio, e non trascorse molto tempo perché i piccoli si accorgessero di Megghi e si accalcassero attorno a lei per mostrare la loro fronte e guardare la sua. La ragazzina osservò allora che gran parte di quei bambini avevano la pelle di un colore misto tra incarnato ed indaco. <<Deve essere la conseguenza della vita sotto la cupola.>> rifletté, mentre si chinava ad accogliere piccole manine sulla fronte. Un fischietto richiamò i bimbi e Megghi salutò loro e la maestra. <<Già è passata mezz’ora…>> si disse, e cercò un nuovo percorso tra gli alberelli ed i cespugli. Un gatto blu la superò, e lei decise di seguirlo piano per non farlo fuggire. Il gatto si fermò presso la casa di una strana signora anziana, tutta vestita di brandelli coloratissimi e lindi. La donna preparava una decina di ciotole per una ventina e più di gatti, di cui la metà erano grigi o azzurri. <<Bei gatti!>> commentò la ragazzina. L’anziana la guardò e sorridendo le mise in braccio un micetto grassottello. <<Oh, grazie, ma purtroppo non posso tenerlo.>> La nonnina sorrise di nuovo. Megghi rimase lì ad accarezzare il micio per un po’, poi, guardato l’orologio, decise che era tempo di tornare dal professore. Salutò la signora e prese il vialetto. Ma girava e girava, non trovava la strada del ritorno. Decise allora di seguire la base della cupola: di certo avrebbe trovato un’uscita o un punto di riferimento. Ma niente, di porte per l’esterno nemmeno l’ombra. Costeggiava la parete della cupola da ormai venti minuti… un ritardo mostruoso. <<Dubito che mi aspetteranno…>> Si disse. Altri dieci minuti dopo trovo un’uscita, da cui dedusse di essere arrivata proprio dalla parte opposta da dove avrebbe dovuto trovarsi in quel momento. Non ci pensò troppo su: si creò la sua bolla, si cambiò gli abiti in costume, e, sotto lo sguardo attento delle guardie, uscì nel mare. Nell’acqua poi riprese l’aspetto di sirena e nuotò verso l’alto. Era estremamente facile nuotare con la coda di sirena, e a Megghi di certo non sarebbe dispiaciuto vivere un po’ come una di loro… ma non per sempre: non avrebbe mai rinunciato al sole e alle corse nel vento. E poi la magia le permetteva pure di volare… Sbucò in superficie, in mezzo al mare, ma della spiaggia neanche l’ombra. <<Accidenti!>> imprecò dando un forte pugno sull’acqua. Si guardò attorno e, sempre parlando a se stessa disse: <<E va bene!>> Ricambiò la coda in gambe e prese a nuotare verso una macchia scura all’orizzonte (qualunque cosa fosse)… sembrava terra, ma nemmeno poteva esserne sicura. L’acqua era ricca di correnti calde e a tratti era piacevole, ma l’aria era gelida, e Megghi nuotava con tutta la forza che aveva per trovare nuove zone calde. Tuttavia presto si stancò. La terraferma era ancora lontana e lei già avvertiva i crampi. <<Cosa posso fare?>> Attorno non vedeva che mare e sembrava non essersi mossa di un solo metro. Stava per abbandonarsi alla disperazione, quando un’idea le rischiarò la mente: imitare il “teletrasporto” dei professori, ma all’inverso. Si concentrò per un po’. <<Ci sono!>> gridò entusiasta alle onde, e in uno ZAMM sparì.
Ricomparve nel bel mezzo dell’aula… portandosi dietro tre metri cubi di acqua salata! <<Aaah, l’inondazione!>> urlò Vincente. Tutti si ritrovarono bagnati, tutti, compreso il professore, proprio davanti al quale era comparsa Megghi, con un’aria trionfante da grande impresa. Dopo lo stupore iniziale, ognuno si industriò ad asciugarsi come poteva. <<Non usate gli asciugacapelli elettrici, potreste restarci fulminati!>> avvertì il professore. Poi si rivolse a Megghi (già asciutta e vestita), visibilmente contrariato: <<Cosa…ETTCIù!…Cosa pensavi di fare? Perché non eri all’appuntamento?>> Le parole scapparono dalla bocca della ragazzina come non fossero le sue: <<Visto che arrivo sempre sola a lezione, ho pensato di toglierle il disturbo e tornare da me!>> Immediatamente si coprì la bocca ed arrossì. <<Signorina>> le disse grave il professore, <<Sei sempre accompagnata da sola perché soltanto su di te si possa fare l’incantesimo di Blocco. Sempre per salvaguardare te, lo capisci?… Dove diamine è stata per tutta l’ora?>> Lei dovette raccontare di come si era persa, nel silenzio totale della classe, come se ai compagni davvero importasse il perché avesse fatto così tardi. Poi la lezione finì, e tutto continuò come se non fosse accaduto niente.
Ma non per Megghi. Lei non lo voleva il Blocco: con esso era vulnerabile. Un qualunque Magnus si sarebbe ben accontentato dei suoi poteri bloccati e… si era visto cosa potevano provocare. Durante l’ora di Tecnica decise che doveva contrastare il Blocco e per farlo, doveva conoscere l’incantesimo che lo generava. Per la prima volta in vita sua aveva bisogno di un libro di magia.

Vagamente parlò alla mamma dei fatti della giornata e quasi non le accennò neppure le sue intenzioni di ribellarsi. Con una scusa qualunque si fece dire dov’era la biblioteca, e, senza neppure iniziare i compiti, decise di andare a cercarla. Cartina alla mano, Megghi ignorava l’esistenza di tre quarti delle strade che stava percorrendo… era capace di perdersi nella sua stessa città. Dopo giri inutili e lotte con la cartina che non sapeva piegare, Megghi finalmente entrò nella biblioteca e si avvicinò ad una delle grandi scrivanie davanti all’ingresso. <<Ehm… Buonasera.>> disse, non sapendo neppure da che parte cominciare, ma in compenso si accese di rossore come una lampadina. <<Buonasera, signorina.>> rispose un ometto piccolo con caschetto ed occhiali tondi. <<Desidera?>> <<Ecco… avrei bisogno di consultare un libro, ma… ecco… non so da che parte cominciare.>> L’ometto sorrise senza malizia: <<Mai stata in una biblioteca?>> <<No, di libri ne abbiamo tanti in casa…>> Il signore, paziente, spiegò tutto alla ragazzina e le diede la tessera. <<Vada al catalogo, e lì potrà trovare titoli o ricercare gli argomenti con le parole chiave! Buona caccia!>> Megghi ringraziò e sorrise. Si avviò quindi alla sala indicata. Si sedette ad un terminale e cliccò sulla materia che le interessava. Nella sezione di Magia c’erano sì e no cinquanta volumi. <<Siamo ancora alla preistoria, eh?>> borbottò tra sé Megghi. Digitò la parola chiave “Blocco” ed ottenne così i titoli ed i codici dei volumi che potevano contenere quella parola. Depositò il suo giaccone nell’armadietto apposito all’ingresso e si avviò alla sala d Magia. Attraversò tante sale che portavano il nome dei più vari campi del sapere umano, e lei si stupì di quanto fosse stato scritto e di quanto ancora ci fosse da scrivere… Poi ecco in fondo la sala di Magia. Megghi si sorprese per la sua enorme vastità; la sala era immersa nell’oscurità e, da misteriose fonti di luce il riflesso rivelava che le alte e scure librerie che a malapena raggiungevano il soffitto, erano per la maggior parte vuote. <<Si aspettano grandi progressi!>> pensò, e si mise alla ricerca dello scaffale giusto tra quelli occupati, ma di tanto in tanto giocando a scoprire se c’erano libri invisibili. In effetti ne trovò un paio, ma a lei non servivano e probabilmente non li avrebbe saputi leggere. In alcuni punti il buio impediva di leggere i titoli, e Megghi pensò di farsi un po’ di luce con un po’ di fuoco. La lista in una mano, il piccolo fuoco nell’altra, la ragazzina cercava con pazienza. <<”Formule generali”… eccolo qui. Ed ecco “Incantesimi vari”…>> Distratta, non si era neppure resa conto di stare fluttuando a tre metri da terra, tenendo in mano i due volumi e la lista, mentre il fuoco illuminava ora qua ora là dove lei desiderava. Scese a terra seguita dalla sua fiammella. Non ci vollero che dieci minuti, e Megghi aveva trovato l’incantesimo di Blocco ed il relativo contro-incantesimo. <<è una formula complicatissima, accidenti… Mi conviene ricopiarla… e magari anche questa dell’Invisibilità… e forse anche questa che è carina… per rimpicciolire… già,già.>> Staccò da un blocchetto un foglio e cominciò a ricopiare. Intanto rifletteva: <<Non ho mai avuto fiducia nella mia memoria… e in effetti, le volte che ho provato a recitare, ho sballato tutta la parte… fui davvero brava soltanto nelle recite dell’asilo… che periodo orrendo!… Bah!>>. Non si dovevano posare i volumi e lei li lasciò lì, chiusi l’uno sull’altro. Spense il fuoco, e decise di uscire, quando di fronte a sé, da lontano, vide arrivare delle facce conosciute: il professor Gadji, la De Nada, e due di quelli che l’avevano beccata a torturare Magnus… Istintivamente, nel panico, levitò fino alla sommità polverosa di uno degli alti scaffali, alzando una leggera nuvoletta di fuffole. Gadji stava dicendo agli altri: <<Sicuro che bisogna tener d’occhio Megghi, come dice Giordani, ma non credete che sia meglio farle prendere coscienza dei suoi poteri? Ora è vulnerabile e condizionabile, mentre a pieni poteri potrebbe essere perfino di aiuto per noi…>> La De Nada gli rispose: <<Ma che dici? Di aiuto? L’ho vista minacciare i compagni! E credimi, se non fosse stata in classe li avrebbe fulminati!>> Megghi dovette ammettere che era vero… ma non era mica un’assassina? Se la sarebbero cavata con un po’ di spavento e basta!… La De Nada continuò: <<è per questo che occorre farle un blocco più efficace, prima che trovi un modo diabolico per liberarsene. Bisogna riportarla al livello degli altri, e sbloccarla soltanto quando saremo sicuri di poterci fidare di lei>> <<Già>> commentò uno dei due maghi dietro di loro: <<Quando ho visto Magnus circondato dai serpenti, davvero ho pensato di salvare lui e non lei. Se non facciamo qualcosa la prossima volta i disastri partiranno dalla sua stessa iniziativa e non più da altri.>> L’altro mago indicò i volumi sul tavolo: <<Guardate, i libri che cercavamo sono già stati consultati.>> Megghi mise una mano sulla tasca che custodiva la lista degli incantesimi e delle rispettive formule e cercò di ricordare se avesse trascritto anche quella per il doppio Blocco. No, non voleva diventare uguale ai suoi compagni… Certo, pensò, non sarebbe stato male stare finalmente insieme agli altri, mai più essere esclusa, mai più sentirsi ora così superiore ora così inferiore rispetto a loro e alla loro normalità… ma qualcosa simile all’istinto di conservazione le diceva di levarsi dalla testa quelle idee assurde: Megghi era e sarebbe rimasta fedele a se stessa, anche se questo costava già enormi sofferenze. <<Sono qui, guardate. Proprio i libri che ci servono>> <<Chi li ha consultati?>> si disse la De Nada, e soggiunse come fosse un discorso normale: <<Potremmo scoprirlo… Magari è qualcuno che vuole sbloccare Megghi dopo averla resa schiava.>> <<Ok>> fece Gadji e si rimboccò le maniche della sua splendida tunica gialla e dorata. <<Oh, no! Ora mi scoprono!>> pensò Megghi e puntò il dito ai volumi. Prima che il professore ebbe finito di recitare la formula, essi svolazzarono fino al loro posto, e Megghi ebbe la cura di cancellare ogni traccia. <<Oh, avrei dovuto pensarci…>> commentò calmo Gadji <<Un sistema automatico per mettere a posto i libri>>. La De Nada non era troppo convinta. <<è il momento!>> pensò la ragazzina, e fluttuò piano verso il pavimento. Per non fare il minimo rumore non lo sfiorò neppure. <<Piano, piano!>> Gridava a se stessa nella sua mente. <<Se sapessi rendermi invisibile!>> sospirò in silenzio. Ecco la porta, la luce. Stava per uscire. Pochi metri ancora. Se si fossero voltati l’avrebbero vista di certo. <<Ci siamo!>> gemette la sua mente. Proprio in quel momento uno dei maghi si voltò proprio verso la porta. Proprio verso di lei. Megghi gelò da capo a piedi. Il mago si voltò di nuovo ai colleghi e disse: <<Perché deve essere sempre così buio qui dentro?>> Non l’aveva vista! Megghi era in salvo!
Nella sala di Scienze toccò terra e guardò le sue mani: le vedeva! Non sapeva come aveva fatto, ma era in salvo. In fretta recuperò il suo giaccone e corse fino a che le gambe non protestarono. Col cuore in tumulto e sudore freddo ovunque, Megghi si appoggiò ad un muro e rise senza fiato nel gelo del pomeriggio.

Dopo aver trascorso l’intera notte tra sogni agitati occupati da suo fratello ed espressioni matematiche ostili, Megghi si alzò per affrontare una nuova (e tediosa) giornata di lezione. Durante le materie normali rimase distratta come al solito, pensando a quella di Magia. Infatti quando essa arrivò, la ragazzina non poté far altro che subire l’incantesimo da parte del professore di turno… credette di avvertirlo davvero come un peso sul petto… Odiava dover sottostare a situazioni che non controllava in prima persona e che la riguardavano direttamente. Si arrovellava per annullare il Blocco; non aveva nessun obbiettivo preciso, in realtà: voleva soltanto affermare se tessa, dimostrare che nessuno poteva decidere per lei e per i suoi poteri, per la sua vita e per tutto il resto. Nella lezione che in teoria avrebbe dovuto seguire, il professore stava insegnando a cambiare forma ad un oggetto semplice. Megghi eseguiva il compito così distrattamente, e perciò così velocemente, che l’insegnante credette che lei non fosse capace di farlo.
All’uscita, verso l’aula dove avrebbe avuto la lezione seguente, Antonella Rimpiazzo portò a tutti i compagni un invito per sabato sera, anche se il compleanno l’aveva festeggiato pochi giorni prima. <<Che bello, una festa!>> si entusiasmò dapprima Megghi. Poi la sua mente, cinica, le enumerò scorrendole, le immagini delle scorse feste: lei sola, appoggiata ad un muro, a rigirarsi i pollici o a giocare con le sue biglie volanti. <<Beh, non può andare sempre così, no?>> cercò di consolarsi senza troppa convinzione.
Tornando a casa dopo la scuola, decise di non correre, come faceva di solito. Camminava guardandosi nelle vetrine, cercando i suo riflesso ed ignorando i vestiti e le altre merci esposte. <<Non male!>> diceva una volta. <<Bleah!>> diceva la volta successiva… Sabato sera qualcuno l’avrebbe accompagnata alla festa. Cosa si sarebbe messa? Non era certo una ragazza alla moda… si vestiva con ciò che le capitava sotto le mani al mattino, così spesso si trovava ad avere addosso assurdi abbinamenti di colori, o maglioni abbinati a pantaloni talmente larghi che probabilmente le stavano su per magia; d’altra parte quelle rare volte in cui si vestiva elegante per la scuola, non c’era nessun pericolo che ricevesse complimenti da qualcuno…
Quel pomeriggio si trovò davanti allo specchio dell’ingresso di casa sua. Si fissò. Con le mani in tasca (tasche sprofondate in pantaloni larghi da uomo…) si osservò da capo a piedi. I suoi occhi vedevano una strana bellezza: le sembravano i dolci tratti femminei che ritrovava spesso alla TV negli attori davvero belli… I suoi occhi non vedevano nulla di femminile… anche quei capelli lunghi tenuti sempre sciolti e lasciati a se stessi, e perfino quegli stessi occhi chiari che si scrutavano, le sembravano più di un bambino oltre lo specchio che i suoi… <<Gli specchi… tutti gli specchi sono magici.>> rifletté tra sé. Scosse i capelli, si ispezionò bene la faccia liscia, fece una smorfia e lasciò perdere lo specchio. Doveva trovare il modo perché l’incantesimo di Sblocco funzionasse. Almeno anche durante la festa avrebbe avuto qualcosa a cui pensare!
Presto sabato arrivò. Tra i pochi vestiti eleganti che aveva trovato, sotto il perentorio consiglio della madre, aveva trovato l’abbinamento meno infantile possibile: una gonnellina a portafoglio a quadretti scozzesi e pieghette, ed un enorme maglione che quasi la copriva. Scarpe rigorosamente comode senza tacchi. Sì, tutto sommato era graziosa, carina. Ma non femminile.
Nel locale della festa Antonella, la festeggiata, correva qua e là per accogliere tutti gli ospiti, un mare di ragazzi (e di facce sconosciute… a Megghi). Per combattere la noia, Megghi non trovò di meglio che placare la fame fiondandosi sul buffet, tanto chi se ne accorgeva? Metà della classe arrivò in un momento solo, con un’ora di ritardo rispetto all’invito, mentre Megghi veniva sempre accompagnata nell’orario preciso dell’inizio della festa, tanto perché se la “godesse” tutta… <<Dalla classe Prima “E”>> recitava un biglietto su un pacco quadrato e voluminoso per cui anche Megghi aveva contribuito con i propri soldi. Doveva essere un vestito, poiché era morbido e cedevole. Ma la ragazzina non riuscì a vedere altro, perché gli stessi che l’avevano portato, volevano vedere l’effetto che faceva alla festeggiata. Megghi posò il piatto vuoto e, salutando senza ricevere risposta, tentò di farsi largo. Certo, se non avesse avuto la gonna, avrebbe potuto sbirciare dall’alto levitando…
Poco dopo Antonella, con un enorme microfono ed urlandoci dentro diede inizio ai giochi. Ovviamente scelse lei chi dovesse formare le squadre. Sarebbe andata anche bene la serata, se, al quarto gioco, quello in coppia, Coniello non avesse avuto la pessima idea di abbinare lui le persone; si sarebbe anche potuto fare se per la coppia “dei grassi” non avesse detto: <<Marco Banzano e Megghi Libero!>> No! Era troppo. Sebbene nominata, nessuno si accorse che Megghi era schizzata in bagno. <<Bloccati!>> urlò Megghi alla porta, cosicché delle ragazze che volevano entrare rimasero fuori. Megghi era sempre stata meno che ignorata. Era sempre meno che esistita, ed ora quel maledetto di Gianluca la tirava in ballo come macchietta della classe. Si guardò allo specchio. Oltre le lacrime si vide tutta congestionata e con un che di grottesco nell’abbigliamento che portava. <<No!>> diceva ogni tanto, né sapeva perché. Dava pugni feroci al lavandino, ma non si faceva male. Le ragazze alla porta si accanivano per entrare, ma Megghi l’aveva saldata al muro. <<Cosa faccio? Torno a casa? Già, e poi? Poi nulla, nessuno se ne accorgerà, neppure se mi uccido!>> Tra quei cupi pensieri, un lampo le attraversò la mente sconvolta: <<Qualcosa che non passi inosservato… di vistoso… di coinvolgente…>> Sentì di nuovo quell’onda potente che aveva provato con Magnus. Più grande, sempre più grande: l’odio si tramutava in amore, la potenza si elevava esponenzialmente. Vincere il Blocco. La tristezza diventava magicamente gioia, la sfiducia in fiducia in sé e nelle proprie capacità… la potenza che aveva sempre avuto doveva essere manifestata! Reclinò la testa all’indietro, aprì le braccia e… CRACK! Un rumore secco di un lucchetto forzato ed aperto. Libera! Megghi aprì gli occhi e non si stupì nel ritrovarsi diversa. Molto più alta, molto più cresciuta, finalmente formosa, molto più bella. La pelle si era scurita, ma gli occhi erano i suoi; il vestito che indossava ora la fasciava di un bianco iridescente. Portava sottili scarpe di cristallo con un tacco incredibilmente alto. <<Presto, prima che svanisca!>> disse a sé con una voce da sirena. Con il solo pensiero la porta del bagno esplose. La musica si spense al suo comando, mentre appariva da una nebbia creata da lei stessa: era piena di magia, ormai. Per un interminabile attimo, che Megghi assaporò, si sentì soltanto il rumore dei suoi tacchi nella sala. La gente era rimasta rapita, affascinata, quasi ipnotizzata da quella visione. Si mise al centro della sala, ed innalzò un palco sotto di sé: avrebbe cantato per loro, avrebbe mostrato loro che cosa erano soliti ignorare, cosa perdevano ogni giorno che si allontanavano da lei. Un cenno e la musica ripartì, la voce non era la sua, ma proveniva dalla sua grande voglia di