libere parole & legatoria cartotecnica su misura

NUMERO 1
Marcella Acone (Numero1)

 

I due giovani camminavano cauti attraverso un corridoio illuminato da fioche luci azzurre dai riflessi quasi spettrali, bagliori comi falsi, sintetici. La donna procedeva a fatica, sorretta dal marito, la cui pelle olivastra contrastava col camice lindo della moglie. I lunghi capelli biondi le ricadevano scomposti sulle spalle e sul viso imperlato di sudore. Si teneva il ventre con una mano, mentre saldamente teneva l’altra sulla spalla del ragazzo; era prossima a partorire.
Conoscevano bene quel luogo: circa nove mesi prima c’erano entrati per la prima volta. Era stata la cugina della donna a consigliare loro una cura sperimentale per assicurare una nascita certa al loro primogenito, la dottoressa Marta Speranza, che lì stranamente tutti conoscevano col nome di Eva.
Aveva convinto la cugina Simona e suo marito Ramon che se non si fossero sottoposti a quella cura, non avrebbero mai potuto sperare in una nascita sana. E loro, pieni di fiducia, avevano acconsentito ad affidarsi a lei e alla sua equipe.
Tutto era proceduto senza problemi, tra test, analisi e cure farmacologiche di cui i coniugi non sapevano praticamente nulla di preciso, a parte le vaghe e superficiali spiegazioni della dottoressa Eva. Non era stato loro permesso di uscire dal centro. Soltanto qualche volta, al giovane Ramon era stato permesso di mostrarsi in giro per rassicurae gli amici, che avrebbero potuto crederlo scomparso; queste brevi uscite non erano viste di buon occhio dalla dottoressa e dai suoi assistenti, e presto anche il ragazzo fu tenuto segregato insieme alla moglie. Nulla era stato spiegato loro riguardo a tutto quel riserbo. La dottoressa Marta aveva accennato soltanto ad un piccolo problema che avrebbe avuto con la legge per la mancata autorizzazione a quella cura sperimentale, e (ma questo non lo disse) all’uso di cavie umane non consapevoli.
I test e le terapie erano andati avanti bene, finché Ramon non aveva scoperto che ciò a cui erano stati sottoposti sua moglie e lui stesso non era affatto una cura, ma un esperimento di ingegneria genetica, il cui risultato si sarebbe rivelato soltanto alla nascita della loro prima figlia. Infatti la loro bambina era stata modificata geneticamente dal primo momento in cui la sua prima cellula aveva cominciato a vivere. Con l’inganno e col pretesto di creare una nuova razza di superuomini, la dottoressa si era servita di loro e li aveva tenuti chiusi lì per tutto il tempo ed usandoli per i suoi scopi.
A nulla erano valse le proteste di Ramon e Simona: la dottoressa non li avrebbe fatti uscire dal centro finché l’esperimento non si fosse concluso. E questo significava che la loro bambina era già condannata ad essere di sua proprietà, proprio come era successo a loro. I due coniugi avevano compreso nel peggiore dei modi di essere stati per Eva soltanto una sicura banca di ottimo DNA per esperimenti.
Avevano perciò deciso di fuggire, ora o mai più. Dai discorsi di Eva, finalmente chiari, sembrava che la bimba non ce l’avrebbe mai fatta: era stata profondamente alterata ed era praticamente impossibile che il primo esperimento sopravvivesse in quelle condizioni. Ma Eva era sempre stata certa che la sua famiglia e quella del ragazzo straniero sposato da sua cugina erano i migliori esemplari di DNA in circolazione, anche migliori di quelli raccolti dallo Studio numero 2, dove già da tempo si stavano portando avanti espeimenti analoghi, ma con volontari consapevoli: lì i risultati erano sempre stati scarsi.
E dato che Simona ed il marito non erano mai stati consapevoli né consenzienti, ora cercavano di sottrarsi a questo destino, in modo disperato, benché fosse manifestamente troppo tardi. La donna era ormai prossima al parto e non voleva che sua figlia, sana o meno, fosse trattata come un esperimento dalla sua perfida zia.
Nel corridoio senza finestre sull’esterno non c’era ancora nessuno, ma presto sarebbero arrivati gli infermieri.
Lentamente giunsero ad una porta, uno dei vari passaggi per tornare alla luce e alla libertà. Ma oltre quella porta c’era già chi li aspettava.

<<Simona, non dovresti muoverti in queste condizioni. Dove pensavate di andare?>> La dottoressa Eva aprì la porta e sorrise ai due fuggitivi.
<<Facci strada, Eva!>> le gridò Ramon, tenendo sempre saldamente sua moglie.
<<Non lo farò, cari miei. Con voi ho impiegato mesi e mesi di studi ed ora non vorrei che tutto il mio lavoro fosse vanificato da un vostro effimero senso di libertà. Andiamo, con questa nascita daremo inizio ad una serie di esperimenti rivoluzionari che vi renderanno dei pionieri, degli eroi… meglio, dei patriarchi della nuova razza perfetta che l’uomo sogna da anni.>>
<<Della fama e del resto non ci importa niente: ci hai ingannati, e non vogliamo saperne più niente>>
Si fece strada spingendo la dottoressa da un lato, ma dovette bloccarsi subito: sua moglie non poteva più aspettare.

La bimba era nata. Sana, forte, vitale. La dottoressa Eva era contenta, sbalordita, quasi euforica: lì al Laboratorio 1 non avevano i mezzi necessari al mantenimento di un neonato. Invece la nascita era riuscita al cento per cento, oltre ogni più rosea aspettativa. Già si immaginava le facce dei colleghi al Laboratorio 2, dove da molto sperimentavano, aspettavano ed avevano preparate le strutture adatte, ma dove ancora nessuna nascita era giunta a buon fine dopo il trattamento.
Simona e Ramon guardavano la loro bambina. Entrambi in lacrime. Avevano inconsapevolmente creato un’infelice. Presa subito dalle braccia della madre, le avevano imposto un tatuaggio sulla spalla destra: un piccolo uno, simbolo della sua nascita e del suo destino.

Un paio di giorni dopo, tentarono di nuovo la fuga. Riuscirono ad oltrepassare i corridoi, le sale e le varie porte e scale che li separavano dall’esterno. Lei era ancora in camice, mentre lui aveva addosso la tuta blu che gli avevano detto di mettere fin dal primo giorno per essere distinto dagli altri ed essere facilmente individuato come parte dell’esperimento. Rubando una macchina senza particolari difficoltà, erano riusciti a superare facilmente il perimetro incustodito di quella che da fuori sembrava solo una clinica privata.
Non sapevano dove andare, ed erano convinti che prima o poi sarebbero stati ripescati, poiché la madre e la bambina ancora necessitavano di cure.
La sera prima che fossero scoperti ed uccisi, diedero alla bambina il nome di Fortuna, e le consegnarono come unica loro eredità il ciondolo a forma di chiave del padre e i due orecchini d’oro a cerchio della madre: quei segni le avrebbero ricordato che non era diversa dagli altri, che aveva un’identità, e che, per un brevissimo periodo, aveva avuto una famiglia.

<<Non volevo che fossero uccisi, mi avrebbero fatto comodo ancora vivi, sebbene abbiamo campioni del loro DNA a sufficienza qui al laboratorio.>> Diceva freddamente la dottoressa Eva a due suoi colleghi, venuti a raccontarle l’accaduto.
<<Sono stati gli agenti della sicurezza, dottoressa Eva: hanno detto che sono stati costretti a farlo, perché quei due sapevano troppe cose e perché di certo avrebbero tentato la fuga ancora e ancora, e non avrebbe fatto bene alla segretezza dell’operazione.>> La dottoressa Eva distolse lo sguardo per un momento: il tema della fuga le era molto vicino… <<Pensi se lo venissero a sapere i militari? Già hanno messo gli occhi sul progetto del Numero 3, dove sono ancora in alto mare… Pensi se scoprissero che il Numero 1 è già a disposizione…>>
<<Beh, non lo sapranno. Ora dobbiamo trovare alla svelta una struttura che si occupi della bambina. Non abbiamo le attrezzature adatte qui. Per le prime settimane possiamo anche utilizzare ciò che c’è, ma di certo non possiamo tenerla qui anche quando crescerà… Né mi piace l’idea di doverla trasportare fino al Laboratorio 4: nonostante sia il più vicino, è sempre un viaggio troppo lungo per una neonata, e comunque non sarebbe il posto adatto: il Numero 4 è diverso da tutti gli altri progetti... Non sappiamo neppure per quanto tempo la bambina sopravviverà…>>
<<Se posso suggerire, dottoressa Eva, ci sarebbe un istituto di suore poco lontano da qui, in cui potrebbero tenercela senza fare troppe domande. Bisognerà pagare abbastanza salato, ma ci si può fidare.>>
<<Va bene, dottor Dyne, proceda in questo senso, ma sia chiaro, periodicamente verremo a prelevarla per dei controlli… sempre ammesso che sopravviva… e sempre di notte, così non daremo nell’occhio>>

Così, Fortuna fu portata all’istituto. Le suore l’accettarono subito, grazie all’intercessione di grossi pacchetti di biglietti di banca, più un extra per il mantenimento della piccola… E la dottoressa era certa che valeva la pena di spendere così tanto per il suo esperimento, riuscito al primo tentativo.

Fortuna cresceva, né più né meno che come gli altri bambini: le uniche cose che la distinguevano erano quegli orecchini che portava dalla nascita, ed il ciondolo dalla collana troppo grande, che teneva stretto a sé come un tesoro. A tre anni cominciava già a parlare; già sapeva che all’istituto chi comandava erano le suore e credeva che il compito dei bambini fosse quello di sopportare gli schiaffi e le punizioni anche immeritate. Così piccola, già era rassegnata a quello che credeva il suo destino fino a che non fosse diventata grande come loro. Quando però non aveva a che fare con il loro lato peggiore, Fortuna le amava: erano la sua famiglia e si occupavano di lei e dei suoi compagni come fossero le loro vere madri; Fortuna già sapeva che la sua vita era piuttosto provvisoria. Con i suoi compagni giocava, mangiava e dormiva, stando attenta alle mani della suore, ed aspettava che qualcuno dall’esterno venisse a portarla in salvo da lì. La vita tutto sommato non le dispiaceva. Spesso correva spensierata nel cortile fingendo di avere le ali come gli angeli di carta nei corridoi, e queste corse valevano cento giorni di gioia tutti in un momento.
L’unica cosa che le faceva paura più delle mani delle suore, erano i suoi incubi. Li aveva divisi in due tipi: quelli che le impedivano di dormire fino a notte fonda, e quelli che invece la facevano piombare in un sonno cattivo, imposto e senza veri sogni… e forse per questo ancora più spaventoso che se avesse visto le immagini mostruose che affollavano la mente di tutti gli altri bambini. Durante questi incubi aveva visto qualcosa, ma lei era certa che si trattasse di qualcosa di diverso dai sogni. Ma non sapeva spiegare che cos’erano.
<<Cosa vedi?>> le chiese Chiara, una ragazza di tredici anni che, quando non era impegnata nello studio o nelle faccende domestiche, le faceva da mamma e da sorella.
Fortuna sorrise perché Chiara era l’unica che la prendeva sul serio, e le rispose:<<Vedo delle ombre. Mi prendono dal letto e mi portano via. Non riesco ad aprire bene gli occhi e dopo un po’ la stanza si muove tutta; forse è una macchina. Poi all’improvviso debbo chiudere del tutto gli occhi perché una luce fortissima mi abbaglia. Le ombre sono diventate bianche, hanno delle mascherine… e mi guardano, mi toccano e parlano. E lo so che parlano di me, ma non mi chiamano mai per nome, né mi chiedono nulla. Poi non riesco più a guardare. La testa cade indietro e poi mi risveglio qui… meno male!>>
Al rievocare quelle immagini, Fortuna era arrossita e tremava di paura. Chiara la prese in braccio, dicendole: <<Non è nulla: quando crescerai un po’ di più, i sogni smetteranno di tormentarti… ed eviterai di dormire in aula…>>
Più che dormire, Fortuna nell’aula dell’asilo cercava disperatamente di non mostrare che la testa le girava per mancanza di sonno: per evitare gli incubi, si riproponeva ogni notte di non dormire, fino alle prime luci dell’alba... E questo si ripercuoteva sulla sua vigilanza durante il giorno, anche se solo una persona se n’era accorta ed era l’innocua Chiara.
Fortuna si fidava ciecamente di lei e continuò a farlo anche negli anni a venire, sebbene gli incubi non smettessero di tormentarla. Nei suoi piccoli quaderni già riempiva pagine e pagine di storie tragiche di piccole bimbe indifese rapite da malvagi mostri, ma l’unica ad accorgersene era la sola Chiara, perché Fortuna a lei sola andava a mostrarli ed a raccontarglieli.

Una bambina povera aveva tanta fame. Quando morì però andò in Paradiso, e lì incontrò i suoi genitori.
Fortuna, anni 3

E così Chiara si trovò ad essere l’unica confidente di quella bimba. Era piccola, tonda, con gli occhi chiari della madre ed i capelli scuri del padre. Raramente ammalata e molto curiosa, ancora non aveva manifestato nulla di più che normale. Fino a quel giorno in cui, Chiara si trovò ad essere la testimone inconsapevole che in quella bambina ben poco c’era di normale.
La vide un pomeriggio più silenziosa e riflessiva del solito. Si fissava in uno specchio a cui arrivava sì e no alla cornice e cercava di vedere il riflesso del suo ciondolo a forma di chiave. Ogni tanto si fissava negli occhi, alzandosi sulle punte. <<Cos’hai, Fortuna?>> le chiese Chiara, premurosa. Per la prima volta lei le rispose a gesti, nonostante sapesse parlare già da molto. Chiara non capiva, e la bambina le fece segno di aspettarla. Uscì dal corridoio, per poi tornare indietro con un bicchiere di vetro nelle manine. Disse alla ragazza: <<Stai lontana>> e un attimo dopo strinse il bicchiere nelle mani, frantumandolo, senza peraltro ferirsi con i vetri rotti.
Chiara rimase scossa e stupita. Non sapeva cosa dire, non capendo che proprio quel gesto rispondeva alla sua domanda. Significava<<Ecco che cos’ho>>.
Balbettò questo, cercando di non mostrare di aver avuto paura di ciò che aveva visto: <<Brava, ma cerca di non mostrare mai questo gioco a nessun altro, capito?>>
La bimba, non accorgendosi di niente, chiese:<<Le suore si arrabbieranno se rompo i bicchieri?>>
<<Beh, suppongo di sì…>> <<Allora non lo faccio più>>sorrise, e sgombrò il pavimento dai resti di vetro mettendoseli in tasca, giusto in tempo per non farsi vedere dalla direttrice.

Sono fortissima! Ma alle suore questo non piace: cercherò di nascondere la mia forza, come già nascondo tutto ciò che mi riguarda. Non amano che mimi i miei giochi, anche se agli altri bimbi non dicono niente. Non guardano i miei disegni e non gli interessa di capirli. Anche la mia forza sarà un segreto come gli altri.
Fortuna, anni 5

Per Chiara tutto sembrava risolto, ma Fortuna era fin troppo spontanea, e se non rompeva più le cose di proposito, comunque spesso si esibiva in prodezze che soltanto per l’indifferenza degli adulti passavano inosservate, tipo ardite scalate di mobili, cadute da altezze pericolose o sollevamento di pesi come tavoli o panche.
Quando però Chiara fu trasferita in un altro istituto con altri ragazzi più grandi, Fortuna non ebbe più nessun controllo. Cominciò a rompere di tutto, anche senza volerlo, provocando l’ira delle suore; andava in giro con i vestititi sempre strscciati, perché mettendoseli da sola, sistematicamente li rompeva; faceva ardite passeggiate sui tetti delle macchine e sulle ringhiere dei balconi, per il divertimento dei compagni e la disperazione delle suore, che, per loro interesse, dovevano tenere nascosta la cosa il più possibile.

Chiara è andata via. Mi ha detto che tornerà qui quando sarà grande, ma spera di non trovarmi più qui. Ho capito cosa mi voleva dire. Ciao, Chiara!
Fortuna, 7 anni

Il tempo passava, e Fortuna cresceva timida, solitaria ma piena di sogni fantastici. Giocava spesso da sola, chiusa nel suo mondo di fate, mostri, cattivi, diavoli ed angeli, di gente povera e maltrattata che veniva premiata col Paradiso… mimando fin troppo le sue imprese. Difatti non veniva apprezzato il suo modo di giocare, perché troppo distruttivo e troppo manifestamente strano per passare inosservato. Sebbene avesse da tempo capito che i disegni erano l’unico rifugio sicuro delle sue fantasie, spesso amava viverle il più veramente possibile, accettando il rischio di essere presa in giro dai compagni e di essere rimproverata malamente dalle suore.

Quando Fortuna ebbe circa 10 anni, manifestò qualcosa che, più di tutte le altre stramberie di cui era capace, sarebbe stato difficile tenere nascosto.
Un giorno di inverno. All’ora di pranzo tutti si riunirono nel refettorio, come al solito. Come spesso accadeva, Fortuna non era ancora arrivata. Dopo averla aspettata per un po’, bambini e adulti dovettero mobilitarsi per cercarla. Cercarono in tutti i nascondigli soliti: nei mobili, sotto i letti, sui lampadari, nella piccola palestra nuova, sui davanzali delle finestre più alte, ma non la trovarono.
Nel cortile neppure c’era anima viva, ma di sicuro Fortuna era passata di lì: le giostre, fino a quella mattina incatenate, ora erano libere e le catene spezzate.
Ad un tratto un bambino guardò in alto, e la vide: Fortuna passeggiava sul tetto, tranquillamente. Leggera, camminava sulla fila centrale di tegole, cercando di non spostarle, e si dirigeva decisa verso il vuoto. Vari e vani furono i tentativi di chiamarla, lei pareva non sentire nessuno. Giunta all’orlo, guardò in basso e sorrise alle facce cadaveriche che le rivolgevano le suore ed i compagni (che nel frattempo erano accorsi tutti a vedere la sua ultima trovata); saltò.
Tutti trattennero il fiato aspettandosi il peggio, ma non ci fu nessun tonfo: Fortuna era rimasta sospesa nell’aria. Rideva e volteggiava, scuotendo i brandelli della sua camicia come fossero ali.
Tutti i bambini esultarono ed applaudirono per lo spettacolo. Gli adulti guardavano per aria impietriti.
Solo una suora, la direttrice, corse immediatamente dentro, diretta al telefono.
Fortuna svolazzò un po’ in giro, incurante essere al centro dell’attenzione come mai prima d’ora. Provò a tenere le mani sui fianchi, ad incrociare le braccia, a fare capriole e a rimanere a testa in giù. Guardò il cielo, oltre i lacci pendenti delle sue scarpe: sebbene nuvoloso e grigio, per lei da quel momento non ci fu nulla di più bello. Si ritrovò a pensare: <<Amo il cielo, ora gli sono vicina, e così sarà sempre.>>
Guardò le case grigie ed i palazzi tutto intorno; senza spiegarsi il perché, nel vederli ebbe un brivido.
Leggera, raggiunse il centro del cortile, e si lasciò cadere proprio in mezzo ai compagni, che subito le si accalcarono intorno. Ignorando tutti, ed arrossendo di imbarazzo, corse al refettorio, per la prima volta davanti a tutti.
Quella sera sul suo quadernino di Italiano apparve un nuovo disegno: Fortuna si era ritratta grande vicino ad un sole tutto raggi, mentre tutto il resto era piccolo e grigio.

Oggi Dio mi ha dato un bellissimo dono, ma tutti avevano paura. Perfino le suore, che sono le sue spose. Eppure lo sanno che Lui non sbaglia, lui è buono. E sanno che LUI li ama i bambini.
Fortuna, anni 10

Quella notte Fortuna ebbe l’ennesimo incubo, il più vivido di tutti. Dopo la solita sequenza del rapimento e delle luci troppo forti negli occhi, si ritrovò sveglia, in una stanza assurdamente bianca, su un lettino che lei aveva visto solo dal dottore.Si sedette e si stiracchiò. Entrò un uomo e lei lo apostrofò così:<<Lei è il dottore! Sono per caso malata? Sogno ogni notte che vengo rapita oppure sogno i mostri: è venuto per aiutarmi? Sono ricoverata?>>
Lui, tranquillo nel suo camice lindo e frusciante, ignorò quelle parole come se non fossero state pronunciate, e le chiese a sua volta:<<E’ vero che sai volare?>> Fortuna rimase spiazzata: non si aspettava che il dottore rispondesse alle sue richieste con un’altra domanda. Comunque, decise che essendo adulto aveva ben il diritto di ignorare le sue domande e di avere risposta alle proprie, e così obbedì: <<Certo. L’ho fatto oggi per la prima volta, provando a saltare al contrario>>. <<Fammi vedere>> ordinò l’uomo. Non sapeva perché ma quel tizio le faceva molta paura: in fondo non era tutto un sogno? E poi non stava andando un po’ meglio rispetto alle altre volte in cui aveva sempre stentato ad aprire gli occhi ed a parlare? Decise di obbedire: Fortuna si sollevò dalla brandina di pochi centimetri e per qualche secondo. Un tempo più che sufficiente per il dottore, che sorrise compiaciuto e stupito. <<Ho eseguito il compito; ora mi lascerà stare? Potrò non avere più incubi?>> pensò, ma non aprì bocca. Invece, dalla porta da dove era entrato il dottore, entro la dottoressa Eva, trafelata ed in disordine. Non si stupì di vedere Fortuna che dal lettino la fissava con i suoi stessi occhi e il suo stesso viso, ma subito le chiese anche lei di volare. Fortuna scese dal lettino in volo ed accontentò anche lei svolazzandole attorno, sperando che,collaborando, la faccenda sarebbe durata di meno.
Invece la notte non finì lì: appena toccò terra, la dottoressa ordinò al dottore di ‘procedere’: lui tiro fuori un siringa dalla tasca e prese il braccio della bambina. Fortuna non fece in tempo a sfilare il braccio, e l’ago, che così doppio non lo aveva mai visto, le iniettò il narcotico, riportandola nell’incubo di sempre.

Fortunatamente per lei, comunque, da quella notte gli incubi si diradarono.
Lei credeva che finalmente si stesse avverando quello che le aveva detto Chiara sulla crescita. Invece il motivo era un altro: le suore pretendevano molto di più per il mantenimento della ragazzina, non tanto per tutti i danni, che con gli anni erano molto diminuiti, ma per la responsabilità di dover tenere segrete la bambina e le sue capacità. E quando Fortuna ebbe 15 anni, arrivò il momento per i dottori di riappropriarsi di quello che ritenevano di loro proprietà: andavano a riprendersi l’esperimento Numero1.
La ragazzina era cresciuta parecchio, era diventata più abile nel padroneggiare le proprie capacità, e spesso intratteneva i suoi compagni ed i bimbi nuovi con giochi fatti di salti improbabili e sollevamento di più persone contemporaneamente.

Anche se non mi sembra affatto di avere l’età che ho, forse dopotutto anch’io cresco. Gli incubi finalmente stanno sparendo. Purtroppo non c’è nessuno a cui possa confidare queste cose. E poi a chi interesserebbe conoscere i miei sogni? Ai miei coetanei no di certo. Ai bambini? Ma loro non vogliono giocare con me, a meno che non gli mostri qualche salto al contrario. Io non ho amici.
Fortuna, anni 15

Quella mattina di primavera Fortuna era raggiante: sapeva che finalmente una coppia stava per venire a prenderla, a portarla via da quelle mura, verso una vita normale: immaginava feste di compleanno, viaggi al mare, una vera scuola, magari un fratello o una sorella. Faceva tra sé mille progetti e propositi di essere una figlia modello, di essere buona e di aiutare in casa grazie alle sue doti particolari.
Giocherellava con il suo ciondolo a forma di chiave, mentre aspettava impaziente l’arrivo della sua nuova vita attraverso la porta di ingresso dell’istituto, da dove i fortunati andavano via con un papà ed una mamma, mentre gli altri sparivano verso istituti diversi per non tornare mai più.
Vide le sagome da dietro ai vetri, sorrise alla direttrice; al colmo dell’entusiasmo corse lei ad aprire la porta… e di colpo fu di nuovo sulla terra: vide davanti a sé, materializzati, i protagonisti delle sue fobie infantili. Il dottore e la dottoressa sempre presenti negli ultimi incubi, ora volevano portarla via.
<<Meglio qua!>> pensò lei, chiudendo loro la porta in faccia e schizzando a nascondersi.
Ci vollero più di tre ore per trovarla: si era barricata tra il soffitto ed uno dei pannelli leggeri che lo ricoprivano, nella piccola palestra. La dottoressa Eva sapeva benissimo come avessero fatto le suore a costruire un impianto così bello in un istituto così piccolo.
<<Scendi, Fortuna, sono i tuoi genitori!>> disse la direttrice, ad una testa affacciata da una improbabile finestra sul soffitto. <<No!>> replicò lei. <<Sono loro! Ricorda gli incubi di cui le raccontavo da piccola? Sono loro, può credermi! Mi faranno del male, li mandi via>>
Le proteste non servivano, e neppure stare lì appollaiata, dato che l’avevano scoperta. Ridiscese sotto gli sguardi attenti dei tre adulti.
<<Cosa volete da me? Siete dottori, no? Volete curarmi?>> chiese alla dottoressa Eva, a cui ora somigliava ancora di più di prima. Lei rispose: <<No, non vogliamo curarti, non sei malata…>> Fortuna ebbe un moto di speranza <<… ma vogliamo solo studiarti, proprio come abbiamo fatto negli anni scorsi: ora verrai a stare da noi>>. Se gli occhi di fortuna avevano brillato per un momento, ora erano di certo spenti. Così quelli non erano dottori medici, ma specie di ricercatori, che ricercavano…lei, e la direttrice sapeva tutto, fin dall’inizio. Decise che era tempo di levare le tende: lì non poteva fidarsi di nessuno.
Corse via più veloce che poteva e, infilando la prima finestra aperta, si tuffò nel cielo.
La fuga, già, ma per dove? <<Dove andrò ora? Dove trovo da mangiare? Chi si occuperà di me?>> La risposta arrivò da sola, mentre l’aria le sferzava la faccia: <<Dovrò occuparmene io…>>

Dunque, una vita intera di inganni. Non ero io a non crescere, ma erano gli incubi ad essere dannatamente veri. Cercavano me. E perché? Di solito a me non mi vede nessuno… Ora sì che sono davvero sola.
Foertuna, 15 anni

Non aveva idea di dove stesse volando e di quanto tempo potesse rimanere sospesa. L’unico pensiero, per la prima mezz’ora fu la fuga. Sorvolò strade e case. Quando la città cedette il posto alla campagna, il panico la assalì. <<Dunque… non ho più una casa… che faccio? Da dove comincio?>> già aveva nostalgia di tutti gli oggetti a lei cari che aveva lasciato all’istituto: punti fissi di riferimento di tutta una vita… ma fatta di inganni, bugie, di domande non risposte.
Ad un certo punto si ritrovò ad avere fame: imparò che volare la stancava parecchio. Scese in un piccolo paese, senza accorgersi che poteva essere vista, e si sedette su una panchina in un parco. Per mangiare occorrevano i soldi, e l’unico modo per procurarseli era lavorare. <<Ora è troppo tardi, ma domani chiederò nei negozi… qualcuno mi assumerà…>> Stendendosi sul duro ferro, pensò che almeno per quella notte e le seguenti non avrebbe più avuto incubi. E disse tra sé : << Se avessi portato con me le bambole e gli oggetti a me cari, ora potrei venderli…>>

Mi ero sempre chiesta come vivessero i barboni e i senzatetto che ho visto sempre in TV… non avrei mai pensato che lo sarei diventata anch’io. Non credevo ci fossero motivi davvero validi per ridurre una persona sulla strada. E mai pensavo che sarebbe stata un’esperienza così dura. Ho fame, freddo, questo posto mi mette i brividi e questa città non la conosco. Spero di addormentarmi persto…
Fortuna, 15 anni

A notte fonda si svegliò di soprassalto. Non era stato il freddo notturno né il tremendo mal di schiena che le aveva fatto da sottofondo ai sogni agitati e alla fame: qualcuno le si stava avvicinando. Una persona le puntò una luce dritto negli occhi e le chiese: <<Il tuo nome è Fortuna?>>. Tra il sonno, la fame ed il dolore di schiena, rispose stentatamente: <<Sì, perché?…>> La luce si voltò da un lato, e lei si sentì afferrare da tutti i lati da mani sconosciute. Gridò dal terrore, ed iniziò ad agitarsi senza posa, menando calcioni e gomitate, che andavano a colpire indifferentemente gli aggressori e la panchina, deformandola.
Due uomini furono stesi in pochi secondi dalla sua furia, degli altri non volle occuparsi: spiccò un balzo, e volò via, verso il cielo nero. Tremava e sudava freddo, mentre si chiedeva come facessero a sapere che lei era lì, intercalando ogni pensiero con uno starnuto.

Spossata, si lasciò cadere presso un lago. Lì le sembrò un posto sicuro per riposarsi, sebbene fosse invaso dalle zanzare, che evidentemente non disdegnavano il suo sangue modificato. Anche se da cosciente Fortuna non poteva essere morsa, comunque non aveva intenzione di fare da piatto di portata, neppure dormendo, così si spostò in un boschetto presso il lago, e, trovato un albero, ci si posò sopra e si addormentò di colpo.
La luce del mattino la svegliò molto presto. Ci mise un po’ per svegliarsi e per rendersi conto che lì non era sola. In basso la vita già scorreva tra le tende ed i camper di un campeggio che durante la notte le non aveva notato. Decise di tentare di esplorare il posto, e fu abbastanza contenta che come al solito nessuno facesse caso a lei. La fame non la faceva ragionare; la testa le girava e tutte le parole della gente le suonavano nuove, ma non incomprensibili. Non le sarebbe certo dispiaciuto farsi invitare ad uno dei numerosi barbecue che costellavano il campeggio, ma con quale scusa?
Pochi giorni dopo l’occasione si presentò da sé e del tutto inaspettata. Fortuna si era arrangiata con poche noci, arrischiandosi a mangiare qualche fungo, e rubacchiando qualcosa durante la notte e perciò aveva una fame cronica che le impediva ogni altro pensiero. Ad un tratto udì tra il vociare dei campeggiatori una nota più acuta. Una signora bionda tornava dal lago in preda al panico: suo marito stava affondando sulla barca nel punto più profondo, e con lui c’erano pure i figli. Le altre persone parvero non capire per nulla quelle parole convulse e disperate, ma Fortuna sì. Dal suo nascondiglio nel bosco decise in fretta: sbucò all’improvviso dagli alberi, e corse per gettarsi sul lago, e salvare quelle persone in volo. Ma sull’acqua stare sospesa era molto più difficile e lei non era in forze per farcela. Cadde in acqua come un sasso, ma non si perse d’animo. Nuotò verso la barca che già era affondata per metà, e si risolse di trascinarla a riva, nuotando con un braccio e tirando con l’altro.
Quando arrivò a terra, la riva era gremita di gente curiosa; tutti applaudirono per il suo gesto eroico.
<<Chissà cosa penserebbero se sapessero che l’ho fatto soprattutto per avere una ricompensa, magari in cibo?>> pensò lei, constatando che aveva potuto più la fame che la generosità disinteressata.
Nella settimana che seguì, si alternarono feste comuni e gare di solidarietà per l’eroica ragazzina, poiché ben presto tutti al campeggio si erano accorti che lei non aveva né una casa né un soldo.
Durante l’ulimo giorno di campeggio, tutti organizzarono una colletta per lei, e Fortuna si ritrovò anche con del denaro, oltre a vestiti e cibo: per un certo tempo non avrebbe dovuto elemosinare dagli altri.
Quando anche l’ultima tenda fu tolta, fu tempo anche per lei di muoversi. In quei giorni aveva riflettuto parecchio sul fatto che lei era stata l’unica in tutto il campeggio comprendere i linguaggi di tutti, sebbene avesse compreso che tutti fossero stranieri, anche tra loro.
<<Dunque so fare anche questo. Suppongo che se quei dottori lo venissero a sapere, sarebbero contentissimi di fare dei test anche su quello…>> Non era troppo contenta della nuova scoperta: nessuno che lei conosceva aveva mai mostrato una sola delle capacità che invece a lei sembravano così naturali. Non era più sicura che al mondo esistessero persone con poteri simili. <<Forse sono l’unica… è per questo che mi vogliono studiare>>. Si sentì tremendamente sola, indifesa ed in balìa degli eventi. Tuttavia non poteva rimanere lì a piangersi addosso. Doveva badare a sé stessa. Al lago non c’era più nulla da fare. Saltò e si ritrovò a volare, nuotando nel cielo brillante di azzurro, e mentre faceva progetti su come guadagare lavorando, faceva giochi in aria, capriole e piroette, finalmente sicura che nessuno l’avrebbe più rimproverata a presa in giro per questo.

Non immaginavo sarei sopravvissuta per tanto tempo… Ho conosciuto tanta gente, tante persone dagli accenti diversissimi, e capivo tutti. Purtroppo sono sicura che, come sempre, non rivedrò mai più nessuno di loro. D’altra parte, che sanno di me?
Fortuna, 15 anni

Sorvolò campagne e paesi, fino a notte fonda, quando il sonno cominciò a farsi largo nella perenne sensazione di fame. Voleva continuare a volare, Fortuna, poiché era la cosa che più amava al mondo. Così libera, così vicina al cielo, così leggera… Spesso si perdeva in questi sogni, e da essi al sonno il passo era più che breve: si addormentava in volo e non di rado si svegliava in caduta libera o schiantata sulla parete di una montagna… L’ultima di queste volte, decise di seguire la strada. Come riferimento nel buio, puntò un’automobile, ed i suoi fari guidarono la ragazza volante alle pendici del monte più alto di quella catena. Finalmente decise di fermarsi. Trovò un albero e lì si appollaiò per dormire.
Nella tarda mattinata del giorno successivo, fu svegliata dalla pioggia e da un fastidioso brulichio di formiche che le passeggiavano addosso. Finalmente, nonostante la fame, riuscì a trovare qualcuno disposto a pagarla perché scaricasse la merce da un furgone per il suo negozio. E dovette dimostrare che non se ne sarebbe pentito, sollevando tre scatoloni pesantissimi in una volta sola.
Durante le sere trascorse sugli alberi, all’aperto, Fortuna spesso coglieva l’occasione per riflettere sulla sua situazione. <<So così poco di me stessa. Le uniche prove del mio passato sono questi orecchini ed il ciondolo. Di me sapranno forse qualcosa quei dottori… e quella che mi somiglia così tanto… Perché mi hanno trattata con tanta indifferenza? Forse se mi devono studiare non mi devono fare per forza del male… e allora perché non spiegarmelo subito, perché prendermi nel sonno e tenere tutto nascosto?>>
Intanto che si arrovellava in questi labirinti mentali, altri problemi di natura pratica dovevano essere affrontati: come e dove poteva badare alla cura di sé? I bagni pubblici e i ‘punti di fortuna’ non erano proprio l’ideale per una ragazza.
Decise ad arrischiarsi a chiedere agli sconosciuti di farsi ospitare, in cambio di lavoro, ma l’impresa si mostrò ardua: chi avrebbe accolto in casa una piccola sporca vagabonda? <<Che fine che ho fatto!>> Si rammaricava, ma con tenacia inverosimile, continuava a bussare a tutte le porte, a chiedere ad ogni persona.
Dopo giorni di questa ricerca, l’unica cosa che aveva ottenuto era che le avevano affibbiato un soprannome e tutti la riconoscevano. Solo una sera delle persone con fare gentile, le offrirono un po’ di caffè caldo e qualcosa da mangiare… Fortuna si chiese se, dal modo di fare, non lo facessero per mestiere.
Quasi per caso, una sera, Fortuna trovò un nuovo posto dove stare: una casa vera!
Si trattava di un appartamento disabitato, a quanto le era parso nei giorni precedenti. Vi entrò da una finestra aperta e si ritrovò in una camera da letto maschile molto trascurata. A terra e sui mobili c’era più di un dito di polvere. Un libro giaceva aperto su una scrivania, e le lettere stampate a stento erano distinguibili sotto il velo della polvere. Ragnatele in ogni angolo, e l’aria era occupata ed appesantita da un forte odore di vecchio, di chiuso, di marcio anche. Fortuna girò cautamente per le stanze, senza badarci troppo: il necessario era che non vi abitasse nessuno, per potercisi insediare lei. Andò all’interruttore della luce, ma anche premendo non successe nulla. Cercò il bagno, ma anche lì l’acqua non uscì dai rubinetti. <<Scommetto che non c’è neppure il gas…>> Difatti era inutile girare le manopole dei vari fornelli. La casa era isolata da tutte le linee, ma Fortuna non poteva permettersi di fare la schizzinosa, e decise che le andava bene così. Sbirciò nel frigo: di sicuro l’odoraccio in casa proveniva da lì, visto che era rimasto senza corrente da chissà quanto. <<Oh, beh, dopo aver sistemato qua e là, potrò vivere onorevolmente arrangiandomi con l’acqua e col fuoco…>> .Visitò anche il salotto (dove notò una poltrona di spalle, di fronte ad una TV); qui l’odore era fortissimo. Decise che lì non sarebbe più entrata, perché quella era una stanza che non le serviva, e troppo esposta alla strada. Chiuse quindi la porta del salotto e cominciò ad organizzarsi.
Per circa un mese e mezzo condusse una vita quasi normale, nell’appartamento abbandonato. Entrava in casa sempre dalla finestra della camera da letto, portando di volta in volta pacchi di acqua minerale, candele e cerini, cibo da asporto ed anche pezzi di stoffa e vestiti perduti. Aveva accumulato una gran collezione di ombrelli smarriti, cappelli, guanti spaiati, perfino una giacca ed un maglione. Quando tutto era lavato, tagliava e cuciva come sapeva per farsi abiti su misura. Il risultato era scadente, ma non poteva permettersi altro, visto che gli unici vestiti decenti erano quelli da uomo trovati nel guardaroba di quella che aveva eletto la sua stanza, tutti larghissimi.
Nel frattempo, mentre di giorno riusciva a tirare su un minimo gruzzoletto, di sera badava alla pulizia della casa: aveva svuotato il frigo, pulito i mobili e riordinato la scrivania, iniziando a leggere i libri, puliti come nuovi. Nella stanza da letto trascorreva la maggior parte del tempo, stendendo il bucato su un filo appeso attraverso la stanza, mangiando e guardando il cielo notturno da quella finestra, che non chiudeva quasi mai.
Aveva ricominciato a disegnare, aveva iniziato un diario… ed aveva dimenticato il salotto, pur passandoci davanti per andare da una stanza all’altra.

Che fortuna! Ho trovato una casa vera! Manca tutto, ma almeno ci sono le mura ed il tetto a proteggermi. Sarà una nuova vita? Lo spero tanto, ma l’esperienza mi avverte che nulla dura tanto. Io, per quello che posso, la farò durare il più possibile. La gente è sempre restia all’inizio a farmi lavorare: sono minorenne. Ma poi tutti si sciolgono se dico loro che accetto qualunque paga e mostro loro quel che so fare!
Fortuna, 15 anni

La solitudine si faceva sentire molto spesso, nelle serate vuote e silenziose, passate a contare le nuvole o a spiare di nascosto i passanti giù in strada. Fortuna ben presto si convinse che questo sarebbe stato il suo destino per sempre. Le persone che un tempo credeva di conoscere che fine avevano fatto? Sparite. Chiara, la sua confidente, dov’era? Le persone al campeggio, che sapevano di lei?
Ed ogni volta che iniziava a farsi queste domande, si accorgeva di non poter rispondere sebbene ad ascoltarla ci fosse lei sola e nessun altro.
Una brutta domenica si accorse finalmente di avere anche un’altra stanza nella casa. Non credeva più tanto nell’arrivo improvviso del padrone di casa e della fuga che ne sarebbe nata. Ora pensava invece che semmai si fosse fatto vivo, avrebbe trovato nell’appartamento il regno della pulizia, e forse avrebbe anche acconsentito ad ospitarla, e magari a darle le chiavi…
Entrò. La poltrona, la polvere, la TV… e l’odore, sempre gli stessi. Quell’aria pesante le parve ancora più sgradevole della prima volta. Mentre si avvicinava alla poltrona si chiese:<<Come mai l’odore dalla cucina si è fermato qui?…>> La sua mente non terminò la frase: sulla poltrona davanti alla TV c’era uno scheletro umano. Aveva ancora in mano il telecomando e sulle gambe la guida dei programmi TV, dove le pagine riportavano la data di tre anni prima: morto lì, nessuno si era accorto della sua assenza, finora. Fortuna sbiancò. Con un grido acutissimo schizzò verso la propria stanza.
<<Chi è quello?>> balbettava convulsamente, raggomitolata in un angolo del letto e abbracciata al cuscino. <<Chi è quello?>>
Attirati da quel grido, i condomini dei piani inferiori corsero a bussare alla porta d’ingresso che Fortuna non aveva mai usato. Si rese conto di essersi scoperta e, nel panico, prese uno zaino e vi buttò dentro tutto ciò che le capitò sottomano, raccolse i soldi e si preparò per saltare in strada dalla finestra di quella che fino a quel momento era stata casa sua.
Corse istintivamente dalla prima persona a cui avrebbe potuto raccontare la vicenda: il suo ultimo datore di lavoro. Lo raggiunse davanti alla sua bottega, e non badò a che essa fosse aperta nonostante fosse domenica.
Nello spavento, Fortuna non notò neppure che lui stesso sembrava agitato nel vederla arrivare. Le chiese: <<Cosa è successo, Fortuna? Perché scappi?>> Una voce in testa le disse di stare attenta: come fa a sapere che stai scappando?Ma intanto la sua rispose:<<Un…un uomo… stecchito… morto…in casa!>>
Una voce alle sue spalle ironizzò sgradevolmente: <<Spero non l’abbia ammazzato tu, Numero1!>>
La ragazza si voltò infuriata: <<Io non faccio del male a nessuno! E come mi hai chiamato?>> Nel voltarsi ebbe un repentino passaggio dalla furia temporanea alla paura: la dottoressa Eva era arrivata lì, l’aveva scoperta di nuovo! <<Come mi hai trovato?>>
La donna rispose sorridendo (un sorriso maligno e sgradevole agli occhi di Fortuna, anche se era identico al suo): <<E’ stato facile, grazie all’aiuto della TV che ha pubblicato delle tue foto e alla collaborazione dei tuoi datori di lavoro.>>
<<Ho fatto male a fidarmi!!!>> pensò tra sé con rabbia, e si preparò ad un nuovo volo. Ma qualcosa la fermò proprio nell’istante del salto: una sensazione di una forte puntura alla spalla sinistra. Quasi un grosso dito che la invadeva. Si guardò addosso: nella spalla sinistra c’era un grosso ago narcotizzante. Non vide altro. Cadde addormentata sotto gli occhi soddisfatti della dottoressa Eva.

Quell’uomo… era un giovane, un ragazzo. Eppure anche lui era solo. Sembra che non solo gli anziani soffrano di solitudine, ma anche i ragazzi… come lui e come me. Nessuno è venuto a bussare alla mia porta, nessuno si è chiesto lui dov’era finito. Per 3 anni nessuno l’ha chiamato. Ed io ho condiviso la sua solitudine. L’ho conosciuto troppo tardi. Ho letto i suoi libri, ho vissuto la sua vita, ho abitato nella sua casa. Ha passato a me la sua solitudine.
Fortuna, 15 anni

Un altro incubo, le diceva la mente confusa. Non seppe mai con certezza quanto tempo le ci volle per riaprire gli occhi e per comprendere dove fosse. Avvertì chiaramente che qualcuno la sollevava e la spostava, una, due volte… tante volte. Tentava di dire qualcosa, di muoversi, ma la voce non usciva dalle labbra serrate e le braccia rimanevano inerti nonostante i suoi sforzi per muoverle.
Quando finalmente fu di nuovo perfettamente cosciente, si ritrovò in una stanza bianca, molto simile a quella del suo incubo più vivido. Questa volta però in un angolo c’era un piccolo armadio bianco lucido e due porte: una conduceva ad un bagno, l’altra era più massiccia e non aveva alcuna maniglia, soltanto un apparecchio per chiavi magnetiche. Aveva addosso un piccolo camice da ospedale. Alzandosi, notò sul letto una tuta blu, con stampato in rosso un grande uno, proprio all’altezza del cuore.
<<Numero 1…>> disse tra sé. Poi chiese all’aria: <<C’è nessuno?>>
Dalla porta più massiccia entrò la dottoressa Eva, annunciata da un ‘bip’ della carta magnetica infilata nella apposita fessura. Era tranquilla. <<Benarrivata, Numero1>> inziò <<Metti la tua uniforme. Intanto risponderò ad ogni tua domanda.>> Era calma, molto disponibile, e nei gesti e anche nel modo di parlare ricordava Fortuna in modo impressionante. Nonostante non le andasse di cambiarsi davanti a quella che in fondo era un’estranea, pur avendo la sua stessa faccia, Fortuna obbedì. Si stupì di come le andasse a pennello quella strana tuta. Si guardò e chiese: <<Mi volete spiegare che cosa significa tutto questo? E’ la seconda volta che lei mi chiama Numero 1… e perché lei mi somiglia così tanto?>>
Con fare confidenziale invitò la ragazza a sedersi sul lettino, si accomodò anche lei ed iniziò: <<Numero 1 è il tuo vero nome. Ti creammo 15 anni fa da una selezione di DNA praticamente perfetto, nei laboratori della Lifecode corporation. Tu sei l’esperimento Numero 1. Non ci aspettavamo che saresti nata sana, e inoltre anche in altri laboratori stavano portando avanti esperimenti analoghi. Il nostro stupore fu grande quando nascesti, mia cara. Purtroppo non potevamo tenerti con noi, finora, ma dovevamo comunque monitorarti, no?
Il nostro obbiettivo, al laboratorio numero 1 era la creazione di un essere umano praticamente perfetto nel corpo e nella mente. Per questo sei nata. Inoltre tu hai sviluppato non soltanto un’enorme forza, ma anche la capacità di eludere la forza di gravità. Queste caratteristiche non erano previste nel progetto iniziale, e se collaborerai, potremo scoprire come ci riesci e ripetere queste caratteristiche per espeimenti futuri. Ci somigliamo così tanto perché in te c’è anche parte del mio stesso patrimonio genetico.Soddisfatta?>>
Fortuna si sentì come investita da un doccia gelata. Dunque ecco rivelata la verità. Per un poco non rispose nulla. Poi rivolse alla dottoressa la domanda che più le premeva: <<Perché non ho saputo niente dall’inizio? Perché per tutti questi anni ho creduto che voi foste solo degli incubi?>>
<<Ma, cara,>> rispose conciliante la donna <<non potevamo certo rivelarlo a tutti. Già aver dovuto coinvolgere quelle suore vampire e la TV per trovarti era l’ultima cosa che ci occorreva. Devi restare segreta, almeno fino a quando non ti avremo studiata a dovere. Questo è un progetto segreto: come pensi che reagirebbe l’opinione pubblica nel sapere che nei nostri laboratori si fanno esperimenti sugli esseri umani?>>
Fortuna non aveva idea di che razza di discorso quella le stesse facendo: era solo convinta che come al solito le sue domande non meritassero una risposta.
<<Quindi non potrò uscire di qui finché non mi avrete… sì insomma, quando potrò andarmene di qui?>>
<<Dipende solo dalla tua collaborazione. Non abbiamo mai avuto intenzione di farti alcun male, Numero 1. Tu per noi sei preziosa: probabilmente hai tutte le caratteristiche del tuo progetto ed anche di più, a quanto pare. Vivrai qui e noi ti manterremo, ti faremo studiare e finalmente sapremo con certezza se il primo esperimento riuscito è venuto bene!>>
La ragazza non se la sentiva di condividere tutto l’entusiasmo della dottoressa, ma in un certo senso sentì di appartenerle… di essere una sua proprietà. E in fondo quello che lei le stava offrendo era una casa… e poco male se avrebbe dovuto affrontare test e prove varie. Almeno non avrebbe dovuto campare di stenti e patire la fame. <<Va bene, collaborerò… ma qualche volta potrò uscire per… per volare?>>
La dottoressa si alzò, e inserendo la carta magnetica nella porta rispose semplicemente: <<Vedremo.>>

Forse dovrei fidarmi di quella Eva: in fondo è lei che finalmente mi ha detto come stanno le cose. Ora si spiega tutto. Farò del mio meglio per non deluderla: sarò davvero la Numero1!!! Alla faccia delle suore e di ciò che pensavano di me!
Fortuna, 15 anni

Due giorni dopo, Fortuna incominciò la sua nuova vita da esperimento Numero 1. Alle 7 e 30 aveva la sveglia; si vestiva e due dottori la portavano fuori della sua stanza verso la mensa comune. Non mangiava con nessuno però, anche se qualche volta fu convinta di vedere altre persone con la sua stessa uniforme.
Alle 8 iniziavano i test: prove di equilibrio ( in cui la dottoressa Eva le diceva di non usare il volo per nessun motivo, neppure se così rischiava di cadere); prove di coordinazione e di prontezza; test di intelligenza; di volo in sospensione e di resistenza. Queste ultime prove erano davvero dolorose, e in quei casi Fortuna non era troppo convinta che davvero non era nelle loro intenzioni farle del male: la costringevano a sopportare punture, colpi ed anche proiettili sparati da distanze diverse. Tutte le volte ne usciva praticamente illesa, ma questo nella gran parte dei casi non significava che non le provocassero dolore.
Alle 13 c’era il pranzo: di nuovo scortata, veniva portata in mensa, sempre costretta a mangiare in disparte, e sempre sotto gli sguardi dei dottori e degli altri che lavoravano al centro.
Alle 14 e 30 iniziavano le lezioni ad un ritmo impressionante. Si susseguivano ore di Letteratura , Storia, Matematica, Chimica, Geografia, Fondamenti di Genetica e Scienze Naturali. Ogni ora era contata per difetto per far stare più materie in un giorno solo. Evidentemente si aspettavano che l’esperimento Numero 1 sopportasse bene tutta quella mole di informazioni nuove…
Alle 19 finalmente veniva riaccompagnata in camera. Solo quando era nella sua stanzetta bianca poteva essere lasciata sola. Comunque c’erano anche telecamere nascoste in alcuni angoli per poterla controllare, ma non avevano la panoramica di tutta la stanza. Fortuna si gettava sul suo lettino e si teneva la testa tra le mani, incapace di pensare a nulla.
A volte, dopo le lezioni, in camera veniva a parlarle un dottore giovane, con lunghi capelli rossi legati a coda: quello era il momento dell’Ascolto Psicologico. Ed era anche uno dei rari momenti in cui la ragazza si sentiva davvero ascoltata.
Alle 20 e 30 c’era la cena, per poi tornare definitivamente in camera alle 21, dove la luce si spegneva da sé, sempre allo stesso orario, impedendo a Fortuna di dedicarsi ai disegni o al diario. I suoi interessi personali non erano neppure presi in considerazione.

Dopo un mese di questa routine, una domenica, che era l’unico giorno di riposo per l’esperimento Numero 1, Fortuna si vide piombare in camera la dottoressa Eva. Entrò senza preavviso, mentre lei era assorta su una lunga pagina di diario. Dal primo sguardo, capì che la dottoressa non era per niente di buon umore. Fortuna si alzò in piedi, come ogni volta che entrava un ‘superiore’, balzando in un piccolo volo dalla sedia. La dottoressa la guardò come se quell’ostentazione di saper volare fosse un crimine bello e buono.
<<Numero 1>> iniziò, scandendo bene le parole e caricandole di un disprezzo per nulla celato: <<Sei una vera delusione. Durante le lezioni ti distrai spesso, ti stanchi subito, non reggi il ritmo, durante i test i tuoi risultati sono inferirori a quelli di chiunque potremmo pescare in mezzo alla via. Mi aspettavo che tu fossi riuscita perfetta, ma evidentemente mi sbagliavo. Pur avendo trascorso anni dietro a te e speso fiumi di denaro per mantenerti e studiarti, ci ritroviamo un fallimento. Ci aspettavamo un essere umano superiore in tutte le capacità… e poi ci ritoviamo te. Lo sai quanto ci sei costata finora, lo sai?>>
Fortuna era rimasta di pietra. Nonostante tutto il suo impegno per far bene, la dottoressa non era per niente soddisfatta di lei. Chinò la testa: gli adulti dovevano sempre essere ascoltati, secondo lei, anche quando una parte consistente della sua coscienza si ribellava.
La donna continuava: <<Non abbiamo più fondi, grazie a te, e tu sei l’unica cosa su cui possiamo ancora lavorare. Sei un fallimento, ma possiamo sempre usarti in collaborazione con gli altri laboratori. Da questo momento non tollererò più che ignori quando ti si chiama per numero, né che usi il volo quando non ti è richiesto. Aumenetemo i test e diminuiremo le ore di lezione, visto che per quello non c’è speranza, e non saranno più cose leggere come è successo finora. Vale a dire che potremo usarti anche come cavia, e volendo…>> la sua voce si fece ancor più bassa e minacciosa << potremo anche decidere di disfarci di te.>>
Fortuna era allibita: sperava di aver sentito male. Soprattutto l’aveva spaventata la rapidità con cui la dottoressa aveva cambiato atteggiamento nei suoi confronti. Un’altra conferma che di lei come persona in quell’ambiente non importava a nessuno.

Nonostante tutto il mio impegno e tutti i miei sforzi, non sono stata in grado di essere come la dottoressa vuole. Non sono perfetta… in fondo sono la prima, me l’ha detto lei. Fuori di qui ero troppo strana; qui sono troppo ‘normale’… cosa volete da me? Ci sarebbero tante cose che vorrei chiedere e che non capisco. Ma qui non c’è praticamente nessuno disposto ad ascoltarmi: in mezzo a tanta gente, sono sola tale e quale a prima. E non posso neppure uscire. Sono loro ad avermi creata così… Che pretendono?
Fortuna, 15 anni

Nei giorni successivi le minacce furono pienamente mantenute. I test presero il posto delle lezioni, e spesso si trattava di prove di reazione a droghe o a virus, e più d’una volta poco ci mancò che Fortuna ci lasciasse le penne; trascorreva interi giorni in preda a crisi di ogni genere, senza il minimo conforto di nessuno.
L’unica nota positiva che poteva riconoscere in tutta la sua situazione, erano le visite del dottore coi capelli rossi, il dottor Jonathan Micheli, che pareva l’unico in grado di farle le domande giuste e di farla sentire un po’ meglio: Fortuna aveva un bisogno viscerale di esprimersi, di comunicare, di creare, e quella vita la costringeva a tenersi tutto dentro.
Presto il giovane dottore cominciò a farsi coinvolgere, suo malgrado, nelle vicende che Fortuna gli raccontava di volta in volta, e col passare del tempo, le sedute psicologiche divennero né più né meno che un dialogo fra amici. Una sera in particolare, Fortuna era stata interrogata da lui circa le sensazioni del volo.
<<Oh, dottore, non può immaginare se non lo prova. L’aria ti accoglie e il mondo le scorre sotto come un lungo e silenzioso tappeto, l’unica cosa che ti sovrasta è il cielo. Volare è sentirsi leggeri, è libertà, capisce, e un’arte, un modo di esprimersi. Il cielo non ti dà confini, e tu puoi attraversarlo dall’alto in basso, puoi lasciri cadere per poi sfiorare la terra e di nuovo risalire… Puoi seguire il volo degli uccelli, fare a gara con le nuvole, ammirare da vicino gli aerei… Pensi, dottore: una volta saltai da un costone a strapiombo, da una montagna. Sotto non c’era nulla, solo le case, viste da lontano, che lentamente si avvicinavano per farsi più nitide; toccai terra e poi risalii di nuovo… o dottore, io amo il cielo!>>
Quell’entusiasmo con cui aveva raccontato le sue imprese contrastava con l’atteggiamento che di solito la ragazza teneva durante i test e le ore di lezione. Con lei stavano sbagliando tutto: non avrebbero mai dovuto tenerla rinchiusa lì dentro per tanto tempo. Jon era convinto che la solitudine e la clausura forzata l’avrebbero presto uccisa.

Almeno c’è il dottor Micheli. Con lui posso sperare di essere ascoltata. Certo che se le sedute con lui fossero più numerose andrebbe molto meglio: le sue visite sono solo palliativi per un male che invece mi attacca costantemente, sempre. Non dovrei essere lasciata sola così spesso. Perché continuano a tenermi qui?
Fortuna, 15 anni.

Fortuna resisteva, perché non poteva fare altro. La vita era l’unica cosa per cui doveva continuare a subire. Meditava la fuga, durante le notti, dopo le giornate trascorse tra gli sguardi severi della dottoressa e quelli indifferenti degli altri dottori. Tuttavia non li odiava per questo: anche Jon era uno di loro, ma lui la trattava da essere umano. Fuggire? E come? L’unica idea che le venne in mente fu una sorta di resistenza passiva: chiunque l’avesse chiamata Numero 1 non avrebbe avuto da lei nessuna risposta.
Già l’indomani attuò il suo piano, pur sapendo che l’unica cosa certa che avrebbe ottenuto era l’ira della dottoressa Eva. Una volta si stupì lei stessa nel sentire la sua voce arrischiarsi ad apostrofarla così: <<Ehi, allora, ‘mammina’, non riesci a farti obbedire dal tuo giocattolo? Io ho un nome, dottoressa, e non è Numero 1, ma Fortuna, chiaro? Un nome di persona, ignoro da chi mi sia stato dato, ma è quello e basta… ed è inutile che mi ripeta le sue vuote minacce, tanto, più di quel che mi avete già fatto, non potete!!!>>
Fortuna notò di aver avuto anche un bel coraggio a dire queste cose da un lettino, legata con una serie di forti cinghie… A quell’uscita, la dottoressa Eva rispose solo <<Vedremo>>, con una voce atona che spaventava di più di un urlo minaccioso.
Infatti, pochi giorni dopo, Fortuna fu portata in una nuova stanza per l’ennesimo test. Una stanza singolarmente stretta e buia, con poca aria, e una volta chiusa la porta con nessuno spiraglio per la luce.
<<Che cosa dovrei fare?>> chiese dopo un po’ la ragazza. Da un altoparlante ad un angolo imprecisato si sentì la voce della dottoressa: <<Bene Numero 1. Uscirai di qui soltanto quando mi dirai il tuo nome.>>
<<Ah, sì…>>, sospirò la ragazza, e si preparò per colpire le pareti della stanza: forse erano elettrificate, ma di certo non peggio di quelle della stanza per la prova di resistenza di sospensione in volo, dove era rimasta per ben tre giorni senza poter toccare terra… e quando non ne aveva potuto più, per poco non moriva fulminata.
Colpì ma non successe nulla.
<<Numero 1, è inutile sprecare energie per un’impresa del genere: in quella stanza non c’è aria sufficiente per permetterti di aprire un varco nella parete. Dimmi il tuo nome ed uscirai.>>
In trappola, Fortuna decise che avrebbe resistito ad oltranza: avrebbe sopportato la fame, la mancanza d’aria e il buio stando lì ferma. Tanto non aveva nulla da perdere.
Alla fame e alla noia, presto si aggiunsero altre prevedibili esigenze… ed infine il sonno, favorito anche dalla scarsità di ossigeno in quello spazio così angusto. Non voleva mollare così presto (anche se in realtà non aveva idea di quanto tempo stesse passando…) , ma aveva male dappertutto, a causa di tutti quei bisogni insieme. Decise che avrebbe dormito un po’, giusto per tentare di recuperare un po’ le forze. Ma non appena chinava la testa e finalmente il sonno la sopraffaceva, la voce della dottoressa ricompariva, come se non si fosse mai spostata da lì, come se non avesse altro da fare che tormentare lei.
<<Qual è il tuo nome?>>
Sempre la stessa domanda. Visto che ad ogni tentativo di prendere sonno veniva puntualmente disturbata, Fortuna usò l’ultima arma a disposizione: l’ironia.
Nella disperazione di quel cubicolo buio, alla insistente domanda della dottoressa, iniziò a rispondere così:
<<Qual è il tuo nome?>> <<Fortuna.>>
<<Qual è il tuo nome?>> <<Chiara>>
<<Qual è il tuo nome?>> << Marta, Ramona, Edelweiss…>>
E continuò con l’elenco di tutti i nomi che conosceva, finchè non le si seccò la lingua… <<Anche la sete…>> pensò. Decise di rimanere di nuovo in silenzio, e ricordare le poesie imparate alle elementari o delle formule matematiche… cercò di fare calcoli complicati a mente…di ripetere le tabelline al rovescio… Ma stava cedendo. Distesa da un lato del pavimento, acciambellata su sé stessa, non riuscì più a connettere un pensiero con l’altro.
<<Qual è il tuo nome? Dimmi il tuo nome ed uscirai di qui!>>
Silenzio. Anche respirare costava fatica ormai…
<<Non hai fame? Dimmi il tuo nome e questa storia finirà. Qual è il tuo nome?>>
L’unica cosa che dimostrava che Fortuna era ancora cosciente erano le lacrime che le rigavano il viso. Seppure l’avessero vista alla luce in questo stato pietoso, non avrebbero avuto nessun moto di compassione, ne era convinta. Dunque doveva ancora lottare? E per cosa? Non era che un oggetto numerato. Doveva solo dire il suo nome e sarebbe finito tutto…
Rialzò di poco la testa e, con l’ultimo fiato che aveva, sussurrò…

La luce la accolse, più morta che viva. La dottoressa era soddisfatta, anche se lei stessa era stata costretta a vigilare e controllare che Fortuna non dormisse. Pensò che le avrebbe fatto pagare anche questa, oltre allo scherno dei dottori degli altri laboratori, i cui esperimenti erano andati a buon fine, anche se più tardi.
Si avvicinò alla ragazza, e, come non fosse successo nulla di speciale le disse:<<Visto? Non era così difficile!>>
Prostrata nell’anima, Fortuna non rispose. L’unica cosa di cui aveva bisogno era di placare tutti quei segnali dolorosi provenienti dall’interno del suo corpo.

#1…Numero1… numero uno… Avrei voluto essere muta in quel momento… che il pavimento mi inghiottisse, che mi stritolasse per impedirmi di dire… il mio no…il mio NUMERO. Vorrei poter morire ora.
Fortuna, 15 anni

Jon, come tutti gli altri aveva assistito a questa tortura in piena regola, e, a differenza dei colleghi, ne era rimasto scioccato ed orripilato. Il suo primo pensiero fu di mollare tutto, ed abbandonare quell’organizzazione di mostri. Poi, rifletté e decise che, no, non sarebbe fuggito lui, ma sarebbe fuggita lei, Fortuna. Nei giorni che seguirono, cominciò ad organizzare il piano di fuga. Avvertì soltanto all’ultimo momentol’interessata, tramite un bigliettino con tutte le istruzioni: Jon le avrebbe dato una copia della key-card degli inservienti, perché potesse aprire tutte le porte; avrebbe dovuto agire di notte, senza mosse avventate, e senza farsi vedere, almeno fino a che fosse giunta in uno stanzino guardaroba; qui avrebbe recuperato un camice da dottore e si sarebbe spacciata per la dottoressa Eva, per poter accedere all’uscita, anche sotto l’occhio delle telecamere. Jon le fece addirittura arrivare un cerchietto da bambina, perché lo indossasse come soleva fare la dottoressa. <<Grazie dottore!>> gli sussurrò la sera stabilita, e non riuscì a trattenere lacrime di gratitudine e di sollievo. E lui, impercettibilmente, rispose: <<Finché ci sarò io, avrai una via di fuga.>>

All’una in punto di notte, le telecamere si oscurarono per pochi secondi, pochi attimi che bastarono a Fortuna per saltare verso la porta della stanza ed aprirla con la chiave, che passò nella fessura con il solito anonimo ‘bip’ di tutte le altre porte del centro. Dovette recuperare tutto il coraggio e tutta la sua fiducia sopiti, per avviarsi attraverso i corridoi ormai familiari. Non doveva sbagliare la sequenza delle porte, o qualcuno l’avrebbe scoperta. Si appiattì lungo muri e soffitti, per cadere nella parte cieca delle telecamere. Qualche tremenda volta, dovette sperare che nessuno alzasse lo sguardo, poiché i corridoi erano frequentati anche durante quelle ore tarde.
Quando anche poteva scendere sul pavimento , preferiva fluttuare a pelo di terra, per non far il minimo rumore. Secondo le istruzioni di Jon, ignorò le finestre del corridoio superiore, dopo le scale, da cui filtrava la luce argentea ed invitante della luna: non poteva attraversarle e romperle senza attirare l’attenzione della sicurezza.
Finalmente trovò lo stanzino, e infilò il camice bianco e si sistemò meglio il cerchietto; mise la carta magnetica al posto del cartellino di riconoscimento e prese un vecchio registro perché fosse scambiato per la cartellina che la dottoressa di solito portava con sé.
Scese a terra, finalmente. Jon le aveva detto che in quel modo di certo aveva più probabilità di passare inosservata, che svolazzando per i corridoi. Finalmente in fondo vide l’ingresso: l’ultima porta, che avrebbe aperto con la carta, e poi finalmente la libertà.
Un lampo di terrore: da una porta laterale sbucò un dottore. Si dirigeva proprio dalla sua parte. Sbadigliando le chiese: <<Dottoressa, dove và?>>
Fortuna ebbe l’istinto feroce di tramortirlo con una botta in testa… ma il buon senso glielo impedì, e infatti rispose: <<Esco a prendere un po’ d’aria. Non faccio altro che stare qui dentro…>>
Il dottore, assonnato, replicò:<<Eh, fate bene. Buona notte.>>
<<Buona notte>> sussurrò lei.
Cercò di sembrare naturale e indifferente nell’aprire l’ultima porta davanti alla guardia notturna. Il guardiano neppure parve notarla: che stesse dormendo anche lui? La ragazza non aveva voglia di indagare. Uscì dall’ingresso principale, che vedeva per la prima volta. L’aria fresca della notte la accolse. Il cielo era libero sopra di lei. Silenziosamente, con le lacrime agli occhi, si alzò da terra e sparì in alto nel chiarore della luna.

La libertà ha il colore del chiaro di luna, ed è gelida come le nuvole: ti circonda e ti afferra, non puoi non accorgertene, non puoi non avere un brivido, mentre dispieghi le tue ali invisibili e parti. Non ha importanza dove vai. Basta prendere una direzione e non voltarsi più indietro, dimenticando il male.
Fortuna, 15 anni

Non ci volle molto perché la sua fuga fosse scoperta, ma lei in quel momento era già lontana.
Col camice ancora addosso, la ragazza volante riassaporava finalmente le sensazioni del volo. Si esibì in picchiate, in capriole e in salti improbabili su tralicci della luce, su ponti e cartelloni pubblicitari.
Poco prima dell’alba, decise di scendere e cercare un posto per la notte; l’indomani avrebbe cercato un lavoro per comprarsi nuovi vestiti da sostituire all’uniforme col numero e al camice bianco.

Immediatamente tutti i laboratori dovettero essere allertati per la fuga dell’esperimento Numero 1. Non potevano chiamare né la polizia né nessuno al di fuori del progetto, per la ricerca della ragazza volante. La dottoressa Eva, suo malgrado, dovette chiedere al Laboratorio tre di inviarle il Numero 3A, perché cercasse lui la ragazza scomparsa. Il Numero 3A era ancora un bambino di circa 10 anni, ma fin da piccolo era stato addestrato come un soldato, ed era uno dei meglio riusciti tra gli esperimenti.
Era forte, agile, sveglio, atletico e dalla potenza muscolare sorprendente. A differrenza di Fortuna, che usava il volo anche per esprimere una forza che in realtà non aveva, il Numero 3A era dotato di muscoli potenti, che, in teoria, avrebbero potuto abbattere le difese agguerrite di Fortuna.
L’unico difetto del Numero 3A era suo fratello. Già: quando Gabriele nacque, ebbe un gemello, del tutto l’opposto di lui. Piccolo e gracile, Riccardo aveva continuo bisogno di cure.
Quando i dottori del Laboratorio 3 si erano resi conto della differenza dei due bambini, fecero una scommessa: se Riccardo avesse sopportato il trauma del tatuaggio, l’avrebbero tenuto.
Difatti, Riccardo sopravvisse, e i due, furono chiamati 3A e 3B, e furono cresciuti insieme.
Gabriele, nonostante fosse in tutto migliore del gemello, era estremamente insicuro e timido, mentre il fratello aveva ereditato il vero coraggio che gli mancava.
Per convincere il Numero 3A a dare la caccia al Numero 1, bastò che minacciassero ritorsioni su Riccardo.

Ignara di tutto questo, Fortuna girava per la nuova cittadina, tenendosi ancora il travestimento, casomai qualcuno la riconoscesse… Qua e là aveva notato delle sue vecchie foto attaccate ai muri. “Cerchiamo la nostra adorata figliola” dicevano “chi ne abbia notizie, chiami questo numero”
<<Già, chiamate il numero uno!>> Pensò tra sé, cercando di ignorare quelle scritte ridicole.

Adesso la vita in strada mi pare persino facile: trovo tutto ciò che mi serve a terra, guadagno con lavori saltuari, dormo dove capita, e se sono fortunata, posso trovare anche un rifugio riparato dal vento e dalla pioggia. Sono libera, ed è l’essenziale per me. Tuttavia devo nascondermi sempre: mi cercheranno ancora. La dottoressa Eva di certo non approva che il suo fallimento personale fugga facendole cattiva pubblicità… con la sua stessa faccia come marchio di fabbrica!
Fortuna, 15 anni

In pochi giorni trovò una sistemazione provvisoria in un vicoletto buio, dove cominciò ad organizzarsi il suo ennesimo rifugio. Tra scatoloni, oggetti smarriti e vecchie porte, mise su una parvenza di casa, una tana quasi, che per lei rappresentava comunque una grande conquista. Si congratulava con sé stessa per il proprio ingegno e per la propria capacità di arrangiarsi con quel che trovava. Fece i lavori più diversi, anche sottopagati ed anche di più tipi al giorno, per potersi procurare da mangiare e per poter conservare qualche extra con cui finalmente potesse sostituire il travestimento. Le sue doti, come al solito, le furono sempre di grande aiuto.
Una mattina come tante, Fortuna fu fermata da un’auto.
<<Dottoressa Eva, cosa ci fa in giro? Non dovrebbe cercare il Numero 1?>>
Lì per lì lei inventò una risposta: <<Sì, ho deciso di cercarla personalmente: mostrando la mia faccia, la gente saprà esattamente chi cercare.>>
<<Ma no, venga con noi: non lo sa che ai Laboratori 2 e 3 stanno mobilitando già del personale specializzato, tipo i militari? Se quella gente la vede in giro, si ritroverà a fare da bersaglio, e non solo da parte di aghi narcotizzanti.>>
Fortuna capì poco del discorso del tizio nella macchina, ma di sicuro le era chiaro che le strade non erano troppo sicure per lei, neppure travestita a quel modo. <<Ah, non lo sapevo. Verrò con voi, allora>>
La ragazza era stata fortunata: era stata trovata dai guardani del Laboratorio numero 4, dove non sapevano che l’intervento dell’esercito era proprio una richiesta della vera dottoressa Eva.
Al Laboratorio numero 4, Fortuna scoprì che c’era di sicuro un altro esperimento tenuto nascosto e segregato, perché fallito.
Mentre si erano avviati alla creazione sua, del 2 e del 3, un nuovo metodo sperimentale era stato adottato: avevano preso un bimbo già piuttosto grandicello con seri problemi psichici e l’avevano sottoposto a cure tali che, in breve tempo, il Numero 4 era diventato non solo molto più reattivo e sveglio, ma anche molto più intelligente della media.
<<E’ tanto tempo, dottoressa, che non viene a visitare il Numero 4. Purtroppo, lo sa, non cresce più, e lo dobbiamo tenere così… vuol vederlo?>>
<<Ok…>> fece lei, senza saprere bene se le convenisse continuare a fingere o no…
Il laboratorio 4 era molto simile, dall’esterno, ad una villa hi-tech, ma all’interno era né più né meno che come quello numero 1, salvo per certi quadri appesi alle pareti e la scarsità di personale.
<<Ecco, questa è la sua stanza. Quando vuole uscire, prema questo bottone, e verrò ad aprirle io.>>
Il tizio se ne andò, lasciandola sola nella camera del Numero 4.
Fortuna fece fatica a reprimere un moto di autentico stupore: un grande giardino era racchiuso all’interno della casa. L’erba era curata, una vera brezza spirava tra gli alberi e molti bei fiori spuntavano qua e là. Le sarebbe parso tutto vero, se non avesse ben presto notato che il cielo era una banale mano di azzurro sul soffitto. Qua e là , uccelli grandi e piccoli, ingannati dall’istinto, sbattevano contro il falso cielo e cadevano tramortiti.
In fondo, seduta su di un tronco d’albero, c’era un’esile figura infantile. Si avvicinò a quel bambino. Sembrava semiaddormentato, ma parve destarsi subito, avvertendo la nuova presenza. Si alzò e la salutò così: <<Benvenuta, Numero 1>>.
Fortuna sorrise, un po’ sospettosa: quel ragazzino non l’aveva mai vista eppure l’aveva distinta dalla dottoressa al primo colpo. <<Ciao. Io sono Fortuna. Tu hai un nome?>>
Il ragazzino alzò le spalle con lentezza esasperante. Evidentemente non gli importava di avere o no un nome normale. Con la sua voce sottile e trascinata, continuò, dopo una lunga pausa: << So solo che ora ho 20 anni, 6 mesi e 10 giorni…>>
Fortuna ricordò che il Numero 4 ‘non cresceva’… <<Caspita, sei più grande di me! Non si direbbe. Da quanto tempo sei qui?>>
<<Da 15 anni, più o meno la tua età.>>
<<E… sempre qui? Non hai mai pensato di uscire? Di scappare?>>
Con la solita lentezza, rispose: <<Noi esperimenti falliti non abbiamo posto nel mondo di fuori: dobbiamo esere nascosti, ed aspettare.>>
<<Non è mica vero: all’inizio la dottoressa pensava che io fossi venuta bene e anche in quel caso non mi ha fatto mettere il naso fuori dal laboratorio. E aspettare cosa? Cosa aspetti?>>
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, il ragazzino rispose: <<Aspetto la morte.>>
Fortuna sobbalzò. Dunque quel povero giovane non solo era stato manipolato, segregato e tenuto nascosto, ma anche dimenticato lì, lasciato in balìa di sé stesso, talmente solo da non trovare altra soluzione che farla finita. Il bambino e Fortuna seguitarono a fissarsi a lungo.
Poi lei prese la decisione: se nessuno lo voleva e se lui era solo, lei se ne sarebbe occupata. Non sapeva bene come, visto che a stento riusciva a badare a sé stessa, ma in qualche modo lo doveva liberare da lì, proprio come Jon aveva fatto con lei.

Fortuna lo vide ritrarsi, come se avesse intuito le sue intenzioni, ma lei fu più lesta: lo prese per l’esile braccio e corse verso l’uscita della camera, aprendola di schianto e facendo saltare con essa mezzo muro. Prima che la sicurezza potesse intervenire, già lei aveva preso il largo, volando molto in alto per non essere visibile da terra. Teneva in braccio il piccolo Numero 4, che per tutto il tempo aveva continuato a protestare, in un monotono lamento, ignorato.
In volo, lei gli sorrise, aspettandosi una reazione simile da parte sua, ma non si stupì eccessivamente che il bimbo la fissasse ancora mugolando proteste farfugliate e senza volontà.
<<Chiudi la bocca o prenderai un bel mal di gola: fa freddo quando si va così in alto!>> gli disse lei, cercando di proteggerlo dal freddo come meglio poteva.
Quando si accorse che aveva smesso di borbottare, pensò che l’aria esterna gli stesse già facendo bene e si voltò per sorridergli di nuovo. Ma lo sguardo che ricevette la raggelò.
Si senti tremendamente pesante, mentre l’aria sembrava investirla dal basso verso l’alto: stava cadendo! Non riusciva a tenersi in aria nonostante gli sforzi, mentre il bambino continuava a fissarla come inebetito. <<Non riesco a star dritta! Stiamo cadendo: tieniti stretto a me… e spera!>> Gli gridò, e fece per stringerlo a sé, ma lui si rifiutò, e disse, serio e calmo: <<Se vuoi ricominciare a volare devi lasciarmi cadere.>>
La ragazzina, che già era nel panico, capì che era lui ad inibirle la capacità del volo; gli urlò: <<Sei impazzito? Tu devi vivere! Dammi la possibiltà di fartelo capire! Permettimi di aiutarti!>>
Per tutta risposta il bambino si divincolò dalla presa della ragazza con estrema facilità: senza la capacità del volo, Fortuna non aveva più neppure la sua forza straordinaria.
Ora entrambi erano in caduta libera. Il Numero 4 non tentava neppure di aprire le braccia, non tanto perché sapeva quanto sarebbe stato inutile, quanto perché cadere era proprio quello che desiderava.
Fortuna continuava a chiamarlo per numero, tentava invano di avvicinarglisi… ma lui pareva attirato dalla terra molto più in fretta di lei. Prima di vederlo sparire, sentì come nella sua mente, quella lieve voce infantile dirle: <<Grazie.>>.
Fortuna capì che non c’era più nulla da fare, quando recuperò i suoi poteri. Sospesa di nuovo, stette a fissare per molto tempo il primo ed ultimo volo di un’altra persona. Non si accorse neppure che stava piangendo abbondantemente. <<Mi hai ringraziato… Ho fatto quel che volevi… hai smesso di aspettare!>>
Ed urlando al vento, riprese la strada per la città dove aveva trovato il suo ultimo rfugio.

In fondo quel piccolo infelice ha pensato proprio ciò che ho desiderato io durante la prigionia. Soltanto che lui poi l’ha fatto. Nessuno gli aveva mai dato fiducia, e quando ha potuto agire da sé, ha preferito togliere il disturbo piuttosto che rischiare di essere incarcerato di nuovo. “Non ce lo aspettavamo, un così bravo giovane. Intelligente, innocuo…” Tutti dicono così per la gente che come il Numero 4 decide di finirla prima del tempo. Nessuno ha mai provato a spiegargli che la vita non è per forza solitudine e tristezza; la gente non è solo quella che ti umilia. Se solo il dottor Micheli fosse stato con me, forse a quest’ora… Ci vorrebbe qualcuno che ricordasse queste cose anche a me. Non è facile mantenere viva la speranza da soli, in un mondo di paura e di precarietà.
Fortuna, 15 anni

Fortuna, al suo ritorno, ritrovò ben poco delle povere cose che aveva ammassato fino al giorno prima. Che avessero scambiato la sua ‘casa’ per un cumulo di immondizie o che altri abitanti della strada avessero approfittato della sua assenza, non faceva molta differenza. Ora doveva ricominciare daccapo a trovare le cose che potevano esserle utili. E doveva iniziare proprio dalla strada.

Presto ebbe nuovamente la necessità di un lavoro per procurarsi da mangiare, ma da ciò che aveva sentito dai custodi del povero Numero 4, per lei non era più tanto sicuro mostrare la propria faccia in giro. Prima di tutto decise di sbarazzarsi del camice, un particolare fin troppo evidente anche per che non la cercasse; poi decise anche che era tempo di levarsi quella dannata uniforme e tornare un essere umano normale, abbandonando l’aspetto di oggetto numerato. Pur non avendo soldi, si diresse al più vicino grande magazzino della zona: non voleva credere che proprio lei si stesse per abbassare al furto.
Gabriele, il Numero3A , correva, sempre con gli occhi bassi, verso l’obbiettivo indicatogli dal Numero 2. Non era mai stato davvero in una città, e quelle che aveva visto nelle simulazioni non somigliavano neppure alle strade piene di gente e di vita che percorreva, rapido ed inosservato. Ormai mancava poco: l’obbiettivo, il Numero 1, era vicino. La missione: portare la ragazza in un luogo isolato dove sia lei che lui sarebbero stati riportati alla base… cioè al Laboratorio numero 3, dove Riccardo e Gabriele erano nati e cresciuti, tolti alla famiglia, proprio come Fortuna.
Gabriele era stato anche autorizzato ad usare le maniere forti se il Numero 1 non avesse collaborato subito; insomma, voleva dire di cominciare a picchiarla appena giunti in un luogo isolato: Numero1 fuggiva da tempo ormai. Gabriele sapeva che non avrebbe mai accettato spontaneamente di essere rinchiusa di nuovo in un luogo che detestava. E il piccolo soldato la comprendeva benissimo: anche lui odiava il centro, odiava gli istruttori, i dottori, e spesso pensava che forse sarebbe stato meglio se non fosse mai nato. Ma lui aveva da pensare al fratellino: non poteva fuggire ed abbandonarlo al laboratorio, dove già era tanto che lo sfamassero e che lo tenessero in vita con i medicinali adatti. Riccardo era costretto a vestire i panni smessi del fratello, a sentire sempre i dottori che gli rinfacciavano il fatto che lui non era previsto, che era un peso morto, una spesa inutile, e che lo tenevano in vita solo in funzione del suo gemello. Gabriele inoltre era costretto a portare i capelli lunghi: tagliare i capelli anche a Riccardo sarebbe stato un extra inutile, così lui faceva in modo che il suo debole gemellino fosse curato in quell’aspetto, ma a spese sue. Difatti, in missione, portava una fascia stretta alla testa, per evitare che la chioma scura gli andasse sugli occhi.
<<Io sì che sono perfetto…>> pensava Gabriele, mentre correva senza fatica tra la folla. Poi la vide, di spalle. Aveva ancora indosso l’uniforme, che gli era così familiare; anche lui in quel momento ne indossava una uguale. Corse davanti a lei e la fermò.
Fortuna al primo sguardo credette di riconoscerlo. Poi vide che il ragazzino che le si era parato davanti non gli somigliava per niente, ed il numero sul petto era diverso: un 3A…
<<Vieni con me, ti debbo parlare>> fece lui, e senza aspettare repliche, fece strada alla ragazza, che accantonò la spia che le si era accesa in testa: dei bambini si poteva fidare. E poi lui era uno come lei, e se era fuori, voleva certamente dire che era fuggito dalla sua stessa prigionia… ed ora anche lui aveva da qualche parte un rifugio che voleva mostrarle. Era così convinta di queste sue congetture che non le venne neppure in mente di chiedere spiegazioni direttamente a lui.
Gabriele la condusse davanti al piazzale dello stadio.
Sempre guardando altrove, le disse con una voce appena udibile, ma scandendo bene le parole: <<Numero 1, devi tornare alla base. Il tuo comportamento non è approvato dai superiori. Sappi che sanno già che sei qui, ed hanno mandato me per convincerti a tornare. Con ogni mezzo.>>
Fortuna rimase lì come se del discorso non avesse afferrato una sola sillaba. Presa dallo spavento, cominciò a guardare in ogni direzione, per paura che qualche tizio armato di narcotizzanti o i classici elicotteri neri sbucassero da ogni angolo. Ma non c’era che quel ragazzino a minacciarla. Che poteva farle un bambino, anche se potenziato? Rispose con femezza: <<Tornaci tu, se vuoi, alla ‘base’. Io preferisco la vita difficile ma libera, piuttosto che essere chiusa in una gabbia per il resto dei miei giorni!>>
Gabriele sospirò; era manifestamente sincero quando sussurrò: <<Mi dispiace, non volevo arrivare a questo.>>
Senza che lei avesse neppure il tempo di recepire tutte le sue parole, Gabriele le si avventò addosso. Una pioggia di colpi precisi e estremamente pesanti la investì e a nulla valeva tentare di resistere: le stava davvero facendo male!
Cercava di parlare, di fermare il massacro, mentre già il dolore le offuscava la vista rempiendole gli occhi di lacrime. No, a quello non era abituata: per la prima volta in vita sua Fortuna si trovava ad affrontare qualcuno che poteva essere alla pari con lei, un avversario vero. Ma lei finora era solo stata capace di scappare, rompere e di giocare con i suoi poteri, mai li aveva usati per attaccare. Gabriele era stato addestrato a dovere in questo, invece, e non si risparmiava: voleva concludere subito, perché non aveva nessuna ostilità contro quella ragazza, che in fondo era come lui. E l’avrebbe già fatto se la ragazza volante non fosse stata così sfuggente.
Fortuna trovò un momento per saltare e rimanere sospesa per aria: lì almeno quel piccolo energumeno non avrebbe potuto raggiungerla…
Aveva male dappertutto; la tuta strappata in più punti, rivelava graffi e lividi. Guardò quello sfacelo e poi di nuovo all’autore di tutto questo. Ma lui non c’era più. <<Ma dov’è finito?>> si chiese ad alta voce, e già stava per lasciar perdere come se nulla fosse accaduto, quando si accorse di una minaccia alle spalle.
Ma era gà tardi: mentre faceva per voltarsi, un colpo a tradimento la gettò a terra. Gabriele era riuscito a raggiungerla con un semplice salto, a colpirla con un gagliardo pugno sulla testa, ed ora la accompagnava nella caduta. La ragazza era sbalordita, incredula, più che tramortita… ma ancor prima di arrivare a terra con un pesante tonfo, già aveva perso i sensi. Gabriele aveva compiuto la sua missione e poteva ancora una volta sperare di rivedere il fratello.

I bambini… io ho quindici anni eppure mi sento ancora come una di loro. Non badano a tante sottigliezze, ma sono acuti e sagaci a dispetto della loro poca esperienza e di quello che dice la maggior parte degli adulti. I grandi ridono se un bambino fa il bambino, si stupiscono fino all’eccesso se un bambino fa una gran riflessione. In fondo non c’è tanta differenza tra adulti e bambini, almeno secondo me. Allora come mai io mi fido di più di un bambino, che di un adulto? Forse perché so che essendo più piccolo di me non può farmi del male… E poi ho un certo feeling coi bambini!
Fortuna, 15 anni

Fortuna si risvegliò. Rifletté, sul momento, che ogni volta che si risvegliava, si trovava in un posto diverso. Sorrise amaramente, cercando di muoversi. Era saldamente legata ad un lettino con cinghie di ogni genere. Era talmente coperta che a stento riusciva a distingure il colore della sua uniforme da sotto alle fasce di contenzione. <<Sembra di stare al manicomio… soltanto che qui sono i matti a comandare.>> Si disse tra sé, stupendosi di come potessero venirle le battute anche in questi momenti così poco adatti…
Oltre una porta di ferro lucido e vetro doppio, c’erano delle persone, di certo dei dottori, visto che tutte le figure erano in bianco. Riconobbe dai gesti, più che dal resto, la sagoma della dottoressa Eva… e accanto a lei quella di un uomo con una singolare lunga coda di cavallo di capelli rossi. Dunque c’era anche il dottor Jon: Fortuna si sentì già per metà in salvo.
Tentò di volare, perché il lettino non era fissato a terra, e ci riuscì, anche se questa operazione difficilmente avrebbe potuto avere una qualche utilità. Si avvicinò al vetro per poter sentire e vedere quel che accadeva.
La dottoressa Eva stava discutendo con uomo altissimo e dalla mascella volitiva, tutto vestito in mimetica e con i gradi sulle spalle. Fortuna non sapeva che cosa rappresentassero, ma di sicuro quel tipo lì era davvero importante, visto che la dottoressa sembrava rimpicciolita nel parlare con lui.
Il militare diceva: << Se aveste rivelato in tempo che l’esperimanto Numero 1 era andato a buon fine, noi ce ne saremmo potuti occupare. Non ci sarebbe dispiaciuto avere nelle nostre file soldati forti come il 3A e capaci di volare.>>
La donna chiaramente non stimava per nulla quel tipo, ma si dimostrava servile. Con aria di scusa, obbiettò: <<Il nostro progetto per il Numero 1 non era di farne un soldato: non doveva neppure nascere. Abbiamo dovuto adattarci alla situazione. E poi, detto fra noi… quella Numero 1 non è buona proprio a niente, di certo non poteva fare il soldato, come il Numero 3A.>>
<<Dottoressa, lei sottovaluta il potere che ha la disciplina: se l’avessimo cresciuta noi, ora di sicuro sarebbe efficiente, obbediente e devota a me e a lei che l’ha creata. Le avete dato troppa libertà, mia cara Eva.>>
Fortuna non aveva mai pensato di avere avuto troppa libertà. L’unico modo che aveva per essere libera era volare, ed era un po’ come barare: se non avesse saputo volare forse non avrebbe mai neppure saputo la libertà cos’era… E dovette ammettere che il militare aveva ragione: se l’avessero addestrata fin da piccola, forse sarebbe diventata un soldato davvero superlativo, anche meglio di Gabriele, checché ne potesse dire la dottoressa che così spudoratamente andava in giro con la sua stessa faccia.

L’organizzazione è la mia casa; le sue regole sono la mia vita; i superiori hanno sempre ragione e noi gli dobbiamo devozione ed obbedienza. Chi non rispetta l’organizzazione e le sue regole è un traditore e va estirpato. La mia designarzione è Numero 1, signore. Il mio compito è di attaccare gli stormi di aerei nemici colpendo direttamente il pilota. Inoltre posso volare talmente basso da non poter essere intercettata dai radar. Nelle missioni più pericolose io posso essere di grande aiuto, perché non subisco danni dalle armi da fuoco né da quelle da taglio. Capisco qualunque lingua straniera anche se la sento per la prima volta, e quindi sono indispensabile per le intercettazioni…La mia vita fuori dell’organizzazione non esiste.
Ecco come sarei diventata.
Fortuna, 15 anni

<<Dottoressa, vado a controllare se la ragazza si è svegliata>> disse un voce familiare: Jon stava venendo a trovarla. Fece appena in tempo a girare il lettino più o meno com’era prima. Quando lui chiuse la porta, lei gli chiese in un sussurro: <<Puoi aiutarmi?>>

Dalla stanza in cui Fortuna era stata rinchiusa, arrivarono le grida del dottor Jon: la ragazza volante l’aveva preso per il collo e minacciava di ucciderlo. Uscì dalla stanza a mezz’aria, perché troppo bassa per tenere lui ed insieme mettere i piedi a terra. <<Dov’è la dottoressa Eva? Lo ammazzo se non viene subito!>>
<<Che cosa credi di fare, Numero 1? Presto arriveranno le guardie e, il mio amico qui…>>indicò il grosso militare <<…non è venuto solo.>>
Si voltò e chiamò verso un’altra stanza attigua: <<Numero 3A, c’è del lavoro da terminare!>>
<<Bella trovata, Jon, ed ora che faccio?>> sussurrò Fortuna all’orecchio del suo finto ostaggio. Ma ricevette una chiara risposta quando Gabriele e Riccardo accorsero insieme, avventandosi sulla dottoressa Eva. <<Sono dalla mia parte, allora!>> Dedusse la ragazza, e prese in mano la situazione: <<Bene, ragazzi, portiamo questi due camici bianchi all’uscita, e se solo uno si muove per aiutarli, noi…CRACK! Capito?>>
Riccardo annuì con decisione, imitato timidamente da Gabriele, che torceva il braccio alla dottoressa… consapevole di stare trasgredendo ad un ordine e di essersi rivoltato contro un superiore. Riccardo aveva convinto suo fratello, dopo che lui stesso aveva parlato con Jon.
Mentre portavano gli ostaggi verso l’uscita a mo’ di scudo (in realtà era Jon che, fingendo di essere spinto, trascinava Fortuna e gli altri verso l’esterno), il dottore coi capelli rossi, continuò la commedia: doveva rivelare una cosa della massima importanza a Fortuna.
<<Allora, Numero 1, dove vorresti portare questi due ragazzi? Sanno a stento da quale famiglia provengono, e il 3B ha bisogno continuo di cure. Se speri di cavartela ancora per molto ti sbagli: presto della tua cattura si occuperanno i militari. E loro si stanno dotando di armi tali che neppure le tue difese potranno contrastarle!>>
La ragazza capì l’antifona: presto il suo problema non sarebbero più stati gli aghi narcotizzanti di pochi scagnozzi, ma veri e propri soldati armati di tutto punto e ben organizzati…
Appena fuori, Fortuna mollò Jon, acchiappò i due ragazzi per le tute e schizzò in alto, in cerca di un nascondiglio sicuro.

Immediatamente gli uomini di guardia ed i soldati del colonnello, accorsero e si organizzarono nelle ricerche. Sebbene si trovassero pronti già in pochissimo tempo, grazie al Numero 2, le loro ricerche comunque non diedero alcun esito positivo.
Fortuna era piombata tra la folla chiassosa dello stadio, in piena partita. Un nascondiglio temporaneo ma ottimo.
Quando ritennero di poter uscire allo scoperto era molto tardi. Riccardo dormiva sulle spalle di Fortuna. Gabriele, prese il coraggio a due mani e le disse in un balbettio confuso e sommesso:<<Scusa, non volevo farti del male. Sai, erano gli ordini… e poi c’è mio fratello…>>
<<Non ti preoccupare: già non sento più nulla dei colpi di ieri.>> mentì la ragazza, e Gabriele preferì non rivelarle che lei in realtà aveva trascorso più di un giorno svenuta, dal loro primo incontro… Cambiò argomento: <<Io ricordo benissimo i nostri genitori, i loro nomi e anche qualche particolare della nostra casa. Purtroppo non so dove cercarli…>>
<<Li cercheremo insieme, e nel frattempo ci aiuteremo l’un l’altra per far star bene Riccardo. So che ha bisogno di medicine, ma per quelle servono ‘solo’ i soldi, ed io già ne ho un po’. Non preoccuparti.>>
In realtà Fortuna non aveva idea di come avrebbe fatto campare altre due persone, quando lei stessa stentava ad avere un pasto decente al giorno. Ma confidava che qualcosa sempre si sarebbe inventata. E se era il caso, c’era sempre l’opzione del furto…
Quella sera si sistemarono per la notte in una casetta abbandonata e cadente verso la zona periferica della città. I ragazzini le raccontarono le vicende della loro vita al laboratorio: <<Mentre mio fratello aspettava, io mi dovevo allenare alla lotta, all’uso delle armi e dovevo addestrarmi in tattiche militari, accompagnato da soldati adulti anche per simulazioni all’esterno. Molto tempo fa, quando io e Riccardo avevamo sette anni, decidemmo di dimostrare che anche lui era venuto bene, e che poteva benissimo accompagnarmi nell’addestramento. Un’idea divertente per noi, ed anche innocua, secondo il nostro punto di vista. Ma sovversiva ed inammissibile per tutti i superiori. Cosa inventammo? Ci scambiammo la lettera sull’uniforme, così io diventai il B e lui l’A… Visto che siamo così diversi di aspetto, contavamo sul fatto che, male che andasse, nessuno si sarebbe accorto dello scambio. Invece, appena se ne resero conto, ci punirono: a me fecero fare degli esercizi extra… e a mio fratello fecero saltare la cena e non gli somministrarono i medicinali per quel giorno intero.>>
Fortuna pensò che quell’atteggiamento era tipico di tutti gli adulti con cui aveva avuto a che fare: ciò che non rientrava nella regola, doveva essere punito, anche se si trattava della manifesta volontà di due ragazzini di esprimersi…

Credevo che non ci potesse essere condizione peggiore della mia. Mi sbagliavo: io non ho nessuno, se fuggo non devo rendere conto a nessuno. Gabriele invece doveva subire per forza, sottostare agli ordini… a TUTTI gli ordini, per garantirsi l’incolumità del fratello. Quanto a Riccardo, fin da piccolo ha saputo di non essere stato voluto, di non essere gradito. Come ha fatto a sviluppare il carattere gagliardo che si ritrova? Lo ammiro tanto per questo. Sono due fratelli straordinari.
Fortuna, 16 anni

Il giorno seguente, dopo aver arrangiato una misera colazione e dopo che Fortuna ebbe speso tutti i suoi risparmi per le medicine di Riccardo, andarono a consultare gli elenchi di un centro telefonico. Qui rintracciarono i parenti dei due gemelli, e senza porre tempo in mezzo, si avviarono alla volta della loro casa.
Il viaggio era lungo ed estenuante per Riccardo, che spesso doveva essere portato in braccio o a spalla. Dovevano procedere a tappe forzate, e se in volo, solo di notte. Anche di giorno comunque non erano sicuri: Fortuna sapeva che da qulache parte c’erano ancora suoi manifesti in giro, e già i militari potevano esserle alle calcagna.
Gabriele di rado dormiva. Più spesso faceva la guardia, in piedi ed immobile, a vegliare sul fratellino assopito nelle braccia di Fortuna, che, anche se la più grande tra tutti, non era di certo la più forte.
Il piccolo soldato era talmente teso che una volta, quando Fortuna gli arrivò da dietro per fargli uno scherzo, lui l’aggredì ancor prima di accorgersi di ciò che stava facendo.
Per la prima volta nella sua vita, Fortuna si ritrovò a non badare solo a sé stessa, e di conseguenza, fu la prima volta in cui cominciò a rubare per campare. Non c’era molto tempo per lavorare, a causa del viaggi e delle soste per far riposare Riccardo. Non voleva coinvolgere Gabriele nei suoi furti, ma spesso il suo aiuto si rivelava fondamentale.
E così era accaduto anche in certe sere, quando avevano dovuto fronteggiare branchi di sbandati o gruppi di ragazzi ubriachi in vena di risse.

Gabriele è straordinario: ogni suo movimento è calcolato e preciso. Non pare stancarsi mai e la sua memoria è portentosa. Certo, se potesse smettere di stare all’erta per un solo secondo… ma pare che questa cosa ce l’abbia bel DNA… La dottoressa Eva dovrebbe dimostrarsi fiera di lui, invece di mortificarlo per quei uno o due difetti che ha. Questa mattina abbiamo fatto degli esercizi con lui… L’ha chiamato Tai Chi mi pare. E’ incredibile come i movimenti di Gabriele e Riccardo siano così sincronizzati. Spero di trovar presto la loro famiglia. Di certo ora vivono più sereni, ma due bambini devono avere un tetto sulla testa ed una famiglia, anche se uno di loro è un soldato praticamente perfetto.
Fortuna, 16 anni

Dopo 20 giorni circa, finalmente giunsero nella città giusta. Durante il viaggio avevano fatto diversi raid nei negozi di abbigliamento e nei grandi magazzini incontrati per la via, e da lì erano usciti con vestiti nuovi, zaini ed avevano anche potuto usarli per punti di sosta. Gabriele, saggiamente, aveva consigliato ai suoi compagni di viaggio di portare comunque con sé le uniformi, per non lasciare tracce troppo evidenti… Anche se lui stesso sapeva benissimo che poche persone avrebbero disinserito con cura l’allarme, come aveva fatto lui, per poi portare via soltanto il minimo indispensabile per il viaggio e per qualche eventuale scambio…
<<La casa di questo vostro zio è la più vicina, anche se a piedi ci metteremo anche tutto il pomeriggio per raggiungerla, secondo quanto dice questa cartina…>>

Gabriele, Riccardo e Fortuna, sedevano su una panchina, in un piccolo parco. Il piccolo soldato era inquieto: sapeva benissimo che i loro inseguitori conoscevano le preferenze del Numero 1, e sarebbe stato molto più facile trovarli lì che in pieno volo. E durante il viaggio, avevano fatto solo brevi salti, mai un decollo vero. Non sarebbe stato prudente, ma Gabriele pensò che era la soluzione migliore…e in fondo era ancora un bambino: avrebbe dato qualunque cosa (se l’avesse avuta) per un volo vero, per vedere per una volta il mondo dall’alto senza la paura di cadere. Perciò espose la sua idea agli altri.
<<Credo che non sia troppo opportuno fermarsi qui a lungo. E sarebbe meglio che raggiungessimo l’obbiettivo prima di domani, approfittando della sera. Intendo dire che dovremmo arrivare a destinazione in volo.>>
Fortuna si impaurì subito: così l’avrebbero scoperta subito… forse.
Quanto a Riccardo, fu entusiasta. Senza aspettare repliche, il piccolo le chiese: <<E’ bello volare, vero?>>
<<E’ una delle cose che amo di più al mondo… però…>>voleva in qualche modo dissuadere i gemellini dal farle fare una sciocchezza del genere (non pensando che Gabriele le aveva parlato più da soldato che come bambino), ma vedendo i loro occhi pieni di speranza, cambiò intenzione ed aggiunse <<… però , ecco, soffro di vertigini. Ogni volta che volo devo concentrarmi su un punto all’orizzonte per non capovolgermi senza controllo.>> In coro i due ragazzini risposero: <<Davvero?>> nelle loro due voci così simili nel suono, ma così diverse nel tono.
Suo malgrado Fortuna dovette accontentarli: prese in braccio Riccardo, si fece salire Gabriele sulle spalle, affidandogli tutti i bagagli, e con un saltò era già in aria. Qualcuno forse li aveva visti, ma non aveva potuto capire di cosa si trattava, visto che era ormai notte fonda.
Riccardo le si stringeva al collo con un vigore che non sembrava davvero provenire da lui. Insieme a Gabriele, urlava di gioia, e chiedeva piroette, giri della morte e altri giochi, per cui Fortuna doveva raccomndare loro di tenersi stretti, senza badare a farle male. E quest’ultima clausola non era dedicata solo al più forte dei gemelli: a causa dell’entusiasmo, Riccardo sembrava essere rinato e le sue mani sottili esprimevano una forza nuova anche per lui stesso.

Alle 4 circa del mattino, i tre toccarono terra, nei pressi di un portone anonimo, su cui però c’era scritto un nome che per i gemellini era sinonimo di famiglia.
Salirono un paio di gradini per parlare al citofono. Ma al momento di bussare, Fortuna si fece prendere dal panico: c’era da fidarsi? E se lui era a conoscenza di tutto, ed aveva accettato che i suoi nipoti fossero trattati così fin dall’inizio? Gabriele la scosse e le chiese in un mormorio: << Fortuna, bussa tu per favore: Riccardo non arriva al pulsante, ed io rischierei di romperlo…>>
Meccanicamente la sua mano prima che la sua mente eseguì l’ordine. Non rivelò chi fosse lei stessa, ma fece parlare i due bambini, prima che l’uomo chiudesse seccato la comunicazione. Al sentire i loro nomi, il tizio dimenticò ben presto che l’avevano svegliato nel meglio del sonno, e che l’indomani era anche un giorno lavorativo. Li fece entrare tutti e tre, osservando i nipoti, creduti morti da sempre.
Nonostante l’uomo fosse gentile e disponibile coi nipoti ritrovati e con lei, e nonostante lui stesso promettesse di avvertire i genitori dei piccoli quanto prima, Fortuna stentava a fidarsi. Era da troppo tempo che scappava e che viveva da sola. La fiducia incondizionata al prossimo, che era parte integrante del suo carattere, era soppiantata da un’artififciale ed acquisita propensione al sospetto. In pratica, per lei era già tempo di levare le tende.
Ignari del piano di fuga della ragazza, zio e nipoti si racontavano cento cose, di quel poco di ricordi che avevano in comune e di come tutti avessero creduto alla loro prematura scomparsa. <<Come somigliate ai vostri genitori. Dopo che i dottori avevano detto loro che eravate morti, si sono separati. Ora sono certo che torneranno insieme grazie a voi!>>
Con una scusa, la ragazza si allontanò dalla stanza. Invece di andare al bagno, infilò la prima finestra, e saltò in strada, mentre la gente si risvegliava e tornava ai rispettivi compiti.
<<Vivo da sola, e questo è il mio destino>> si diceva tra sé la ragazza , e per rafforzare ancora di più questa sua convinzione, si ripeteva che se fosse rimasta con i due gemelli, avrebbe attirato su di loro quelli che la cercavano, coinvolgendoli nei suoi guai. Nella sua mente non apparve mai l’eventualità che la famiglia dei due bambini era già coinvolta anche senza di lei, e che certo non le avrebbero mai negato un aiuto. Per lei, sempre lasciata a sé stessa, il mondo iniziava e finiva con lei, e finora non c’era stato nessuno a dirle che non poteva essere così, che nessun essere umano può vivere sempre da solo.
La solitudine era la sua unica compagna, e sebbene lei stessa sapesse quanto quel tipo di vita le facesse male, era lei che cecava di sfuggire alla gente nella gran parte dei casi: era convinta che tutti potessero individuare facilmente le sue debolezze, che dietro ad ogni volto tra la gente ci fosse una spia pronta a farla scoprire.
Questi pensieri ricorrenti creavano una spessa barriera verso il mondo, uno scudo che lei continuava a mantenere, nonostante ad ogni attacco esso si disintegrasse al primo colpo.
Comunque non poteva rimanere troppo tempo a riflettere sulla sua bizzarra vicenda personale: presto avrebbe avuto necessità di denaro, e con la paura di essere scoperta, ogni tentativo di avvicinare una qualsiaisi persona richiedeva un coraggio che lei sentiva di non avere.

Non volevo coinvolgere i due bambini nella mia ricerca. E poi non posso stare in nessun posto troppo a lungo: rischierei di attirare l’attenzione. Prima o poi mi tradirei mostrando qualcuna delle mie bizzarre capacità. E questo prima o poi accadrà, perché non si è mai abbastanza in guardia. Lo so, non posso farci nulla: devo volare, raggiungere il cielo, benché sappia che è un rischio enorme. Cercherò almeno di resistere il più a lungo possibile.
Fortuna, 16 anni

Quasi per caso, durante una visitina irregolare alle cucine di un albergo, notò che, con un po’ di accortezza, avrebbe potuto procurarsi pasti gratis abbastanza spesso, soltanto intrufolandosi alle feste ed ai ricevimenti. Presto scoprì che le feste per i 18 anni erano le più adatte per tenerla nascosta: tra tutti gli imboscati, a nessuno sarebbe venuto in mente di notare proprio lei.
Ben presto fu ospite fissa delle stanze che di volta in volta si liberavano dagli alberghi e sempre presente al rinfresco di ogni occasione che le si presentasse.
Trascorse diverso tempo facendo questa vita, e i suoi unici pensieri erano di svegliarsi prima dell’arrivo dei camerieri la mattina e di procurarsi dei vestiti decenti, per cambiarsi e non essere riconosciuta subito. Una vita che, tutto sommato, non le dispiaceva.
Ma in questo schema perfetto, non c’era posto per un unico desiderio, sempre presente: volare libera, senza la paura di essere vista. Così prese l’abitudine di scegliere notti a caso, per potersi sfogare, e potersi esibire nei suoi giochi preferiti.
Una di queste sere di libertà, le parve di sentirsi osservata. Ma stranamente era una sensazione nient’affatto paurosa. Si fermò per aria a testa in giù, e notò che da una finestra dell’ospedale c’era una strana intermittenza: una luce si accendeva e si spegneva a seconda che lei si muovesse o stesse ferma.
<<E’ un segnale!>>. Il buon senso le disse di smettere di svolazzare qua e là per quella notte, ma la piega positiva che aveva preso la sua vita, le fece ritenere superflua anche la minima precauzione. Si avvicinò alla fonte di luce che aveva attirato la sua attenzione.
Ignorava che qualche piano più in basso ci fosse un'altra persona ad osservare la scena.
Arrivata alla finestra del segnale, Fortuna conobbe la persona che l’aveva chiamata. Dalla stanza d’ospedale da cui aveva guardato le stelle prima di notare quella figura volante, ecco spuntare una bambina pallida, piccola, cui mancavano le sopracciglia. In testa portava un vezzoso berrettino. <<Ciao!>> le fece Fortuna, appoggiandosi al davanzale della finestra.
<<Ciao, io sono Teresa. Mi insegni a volare?>>
La ragazza si trovò un po’ spiazzata: non aveva idea di come facesse ad eludere la forza di gravità. Sapeva soltanto che tutte le sue capacità fisiche erano collegate alla sua volontà e alla sua coscienza… Almeno era quello il poco che avevano scoperto di lei durante i mesi di studi di laboratorio.
Sincera, rispose: << Veramente non so come potrei insegnartelo, ma se vuoi, ti porto a fare un giro con me, sulle spalle.>>
La bambina rimase visibilmente delusa, ma corse senz’altro a prendere il cappottino da un borsone in un angolo. Fortuna, che quel