libere parole & legatoria cartotecnica su misura

SOGNO O VITA
Marcella Acone (Numero1)

 

Oggi è una strana giornata… tutto mi sembra strano, ma la cosa più bizzarra è che nessun altro a parte me sembra accorgersene.
Mi sono appena svegliata in un posto che sento di conoscere a memoria, ma che, giuro, non ho mai visto prima.
Forse se provo a ricostruire cosa mi è successo, trovo una risposta logica.

Ieri mattina, appena uscita dalla mia camera, ho visto nel nostro salotto Giacomo, il mio tutore-istruttore, in compagnia di tre signore sconosciute; sembravano essere entrate da poco, visto che avevano ancora addosso cappotti e pellicce. Era piuttosto singolare che tre estranee fossero lì, in casa, ma visto che c’era lui, voleva dire che erano autorizzate ad entrare. Non mi preoccupai nemmeno che non avessero neppure un cartellino di riconoscimento.
Quando giacomo mi ha visto, non mi ha dato neppure il tempo di salutare, e mi ha chiesto di esibire la mia tessera H222. Mi sembrava strano che facesse quella richiesta davanti a quelle persone, perché il nostro non è un gruppo legale. Comunque presi dalla tasca la mia tessera di esper. In essa c’è scritto il mio nome, la mia designazione ed i miei poteri esp. Ubbidii e la consegnai al mio tutore. Con imbarazzo notai che sul retro della tessera, nella parte bianca, avevo fatto un disegno: fare cose del genere sulla tessera H222 non è una cosa troppo regolare e già una volta fui punita per questo. Mi sarei imbarazzata molto nell’essere rimproverata davanti a quelle donne, che potevano pure essere le nostre nuove finanziatrici… invece la loro attenzione era tutta sulla tessera: in essa c’erano tutte le informazioni generali su di me. Il mio potere è di natura fisica: sono fortissima, anche se non sembra.
Dopo un’attenta lettura, posarono la mia tessera sulla pila delle altre dei miei fratelli, che, solo allora notai, erano tutte lì. Giacomo inoltre aveva portato dei fascicoli, che sembrava non volermi far vedere, tenendoli alla sua sinistra, sul divano: dovevano essere tutti i progetti e le analisi di laboratorio relative alla nostra nascita.
Appena le donne ebbero posato la mia tessera con le altre (la mia foto di un anno fa ammiccava dal riquadro a sinistra), le visistatrici mi guardarono con occhi sgranati, come fossi un mostro, come fossi piombata lì in quel momento dal soffitto. Ma allora non sapevano dove erano entrate? Non sapevano che tutti noi, compresi i tutori-istruttori, siamo nati in laboratorio?
Evidentemente non avevano capito o nessuno glielo aveva spiegato.
Si alzarono e se ne andarono in fretta, portandosi via i nostri documenti H222.
Alle mie domande su cosa volessero e chi fossero, Giacomo mi rispose vagamente che erano dei servizi sociali e che erano passate da noi a vedere come erano trattati qui gli allievi, ma non disse chiaramente perché si erano portate dietro le nostre carte d’identità.
Andai alla finestra e vidi le tre donne salire su una grande macchina tutta lucida, e con un autista. Pensai che fosse davvero strano che tre assistenti sociali andassero in giro con un’auto così costosa, ma non potei continuare a lungo con le mie riflessioni, perché fui convocata con i miei nove fratelli da Ermanno, il capo dei tutori. Forse ci avrebbe spiegato meglio il motivo di quella strana visita.
Nella sala delle riunioni arrivai per prima. Ermanno era già in piedi sulla pedana in fondo alla sala, appoggiato alla cattedra di legno, che occupava tutto quel lato. Non c’erano altri tutori.

Arrivò Maddalena, la sorella “maggiore” (abbiamo tutti la stessa età, ma sulla sua tessera, il suo numero è H222A, la prima). E’ la più solerte fra di noi, è molto bella e la sua serietà è proverbiale; è lei la leader del gruppo, e ci guida con valido appoggio nelle prove di squadra. Il suo potere è quello di cambiare la materia di qualunque cosa possa stringere in una mano.

E’ entrata poi Lina, piccolina e dolce. E’ sempre vivace e sorridente, pensa sempre positivo; il suo potere è quello straordinario di muovere le cose col pensiero.

Baldanzoso e pieno di arie, ecco Stefano, sempre pronto a trasgredire le regole e ad essere sempre colto sul fatto, è capace di scappare come una saetta. Spesso mi fa talmente arrabbiare che lo rincorro per la casa, ma è raro che lo raggiunga…

Dietro di lui, è entrata Ilaria. La sua uniforme ha dei pantaloni cortissimi, ma lei non pare farci più caso ormai. Tutti noi abbiamo più o meno la stessa divisa, ma con fogge diverse per ognuno di noi. Ilaria è molto disponibile, ma spesso pure più pasticciona di me. Il suo potere è il canto ipnotico, e soltanto noi fratelli riusciamo qualche volta a non esserne ammaliati.

Emilio è arrivato subito dopo, col suo inseparabile passerotto Cit sulla spalla. All’apparenza sembra silenzioso, cupo, un po’ inquietante; in realtà è pieno di senso dell’humor, ed è un esempio di generosità. E’ in grado di percepire il pensiero degli animali, e comunica con loro.

Poco dopo ecco Lucio. E’ tondo, paffuto di lineamenti e di indole semplice e dolce, e perciò chi più chi meno tutti tendono a prenderlo un po’ in giro. Sembra sempre con la testa tra le nuvole (e in questo ci somigliamo parecchio… ), ma questo accade a causa del suo stesso potere. Lui infatti è in grado di capire ogni linguaggio. Non solo è già un magnifico interprete (anche se non sa fare altro che tradurre: per parlare le lingue, le deve studiare come noi), ma sa anche capire il linguaggio vasto e variegatissimo dell’arte. Ogni cosa per lui è un libro aperto… Almeno credo: io posso solo immaginare cosa provi. Sono molto legata a lui perché sa “leggere” i miei disegni.

Lisciandosi i capelli è antrato Paolo. Si crede il più bello del mondo, e se non fosse così vanitoso mi potrebbe anche piacere un po’ di più (in realtà preferisco Emilio)… Il potere di Paolo è uno tra i più manifesti tra tutti noi, per via delle orecchie a punta: ha l’udito finissimo. Difatti normalmente porta dei paraorecchie per non essere assordato dai rumori normali della strada. E’, assieme a Maddalena, quello che ci guida e che ci organizza. Senza il suo aiuto e la saggezza di Maddalena certe volte non saprei che pesci pigliare…
Lo chiamiamo “marziano”!

Prima ha dato un’occhiata all’interno per vedere se era l’ultima, poi, a passi svelti è entrata Cinzia, la lentigginosa. Fa sempre coppia con Lina. E’ molto insicura, crede di non valere nulla e pensa spesso che i suoi poteri (ingrandire e rimpicciolire le cose) non servano a nulla… Dovrebbe dirlo a chi deve parcheggoiare le auto!

Per ultima è arrivata Carmen. E’ la più spiritosa e pungente tra tutti noi, ed una delle poche rappresentanti del sesso femminile che sappia dimostrare una grande autoironia. Porta sempre gli occhiali scuri perché attraverso gli occhi trae energia dall’ombra; lei stessa ama definirsi “vampiro” perché, non potendo stare troppo esposta al sole, è costretta a dormire alcune ore del giorno e ad avere orari un po’ diversi dai nostri. Anche la sua uniforme è corta, sia nelle maniche sia nelle braccia, nonostante la sua pelle sia sensibilissima ai raggi di luce. Ma pare che faccia parte del suo addestramento personale… I suoi occhi sono molto particolari, perché hanno l’iride e la pupilla praticamente bianche e la parte restante è nera, come negli occhi delle scimmie!!!

Ci siamo disposti tutti schierati di fronte ad Ermanno, aspettando di avere soddisfatta la nostra curiosità sull’episodio appena accaduto. Volevamo riavere le nostre tessere H222, che insieme alle impronte digitali ci permettevano di entrare in casa.
Invece il capo dei tutori ci ordinò semplicemente di uscire dalla casa e di attendere lì. Attendere cosa? Uscire in strada noi, senza un valido motivo? Saremmo stati individuati dalle polizie private delle multinazionali concorrenti: sebbene di modello diverso, le nostre divise hanno tutte gli stessi colori, facilmente individuabili. Inoltre senza tessere non saremmo potuti rientrare, a meno che un tutore fosse venuto con noi.
Ma Ermanno è stato sorprendendentemente vago e, purtroppo, paradossalmente convincente: tutore-istruttore di Lucio, ci ha letteralmente ammaliati con le parole. Presto siamo stati tutti concordi ad uscire e ci siamo ripresi solo quando ormai eravamo fuori della casa, sulle scale dell’ingresso principale. Ermanno ovviamente non è venuto con noi, e siamo rimasti chiusi fuori, e sapevo che la porta avrebbe retto perfino i miei colpi migliori… semmai di essi avessi avuto il controllo.
Non c’è stato tempo per prendersela con nessuno: di fronte a noi si è materializzato un esercito armato fino ai denti. Abbiamo subito notato che le divise appartenevano alle principali multinazionali della città. I gruppi di esper regolari ci avevano scoperto.
Ricordo la faccia di Maddalena: scommetto che si sentiva tradita molto più di tutti noialtri messi insieme: si era sempre impegnata al massimo negli allenamenti, ed aveva perfino acconsentito di creare oro e metalli preziosi per i tutori, quando mancavano finanziamenti esterni. Ora invece…
Ora invece eravamo soli, traditi e lasciati alla mercé dei soldati addestrati nei gruppi legali. Come fosse colpa nostra essere nati per conto di una sottomarca…

Emilio, ignorando un tipo dai capelli viola che da un altoparlante ci intimava di alzare le braccia e di non tentare mosse azzardate, ha mandato il suo uccellino ad indagare, per farsi riferire da lui qualche notizia in più, e quello è partito immediatamente. Sappiamo tutti che è abbastanza piccolo per entrare nelle prese d’aria della casa. Sicuramente era già dentro, quando Lina si mosse: a mani in aria, cominciò a far levitare ogni sorta di oggetti, perfino le automobili: durante gli allenamenti aveva dovuto affrontare parecchie prove ben peggiori. Dopo poco, il passerotto è tornato, e con l’aiuto di Emilio e Lucio, avremmo conosciuto la verità. Ma prima dovevamo fuggire.
Dietro al gruppo armato sfilavano passanti curiosi, scolaresche vestite tutte uguali, gruppi di esper con volti identici fra loro, madri e bambini, uomini e anziani. Tutti loro avevano la propria multinazionale a cui rivolgersi, tutti loro appartenevano a gruppi legali. Noi eravamo un’attrazione. Molti dei curiosi venivano cacciati in malo modo dai soldati, mentre tentavano di tenerci puntate le armi che Lina faceva svolazzare qua e là. Improvvisamente Stefano si è staccato dal gruppo e senza neppure avvertire è corso attraverso gli uomini in divisa, dandosi alla fuga. Abbiamo deciso di seguire il suo esempio. Io mi sono fatta largo tra loro a modo mio, menando spallate qua e là, portandomi dietro insieme Carmen, Paolo ( che cercava di chiudersi le orecchie per proteggerle dal chiasso ), Lucio ed Emilio. Ilaria ha pensato alle ragazze rimaste, cantando per far addormentare i soldati… e ci è mancato poco che non addormentasse anche noi.
Abbiamo raggiunto Stefano in una stradina nascosta, e sorprendentemente eravamo ancora tutti insieme. Era stato una specie di miracolo. Cinzia tremava dalla paura, mentre Lina si massaggiava la fronte. Emilio e Lucio ci tradussero quello che Cit il passerotto aveva sentito in casa.
Le tre donne non erano per nulla dei servizi sociali, ma ispettrici per conto di una delle multinazionali principali della città: avevano scoperto da molto tempo la nostra esistenza, ma si erano accordate con i tutori per tenere segreta la cosa. In cambio noi avremmo dovuto passare alla loro compagnia senza trarne alcun profitto, poiché noi nel progetto principale non eravamo previsti. Stamattina però sono tornate a controllare le nostre cartelle e le nostre tessere H222 per avere la conferma di un loro sospetto. Infatti esso era fondato: avevano trovato in noi un difetto, non uno trascurabile come uno fisico o un piccolo problema d’adattamento, ma qualcosa che aveva spaventato perfino i vertici della più potente delle compagnie della città: noi non eravamo controllabili.
Abbiamo chiesto cosa volesse dire “controllabili”, ma il povero Cit erà già stato fenomenale nel portare il messaggio al suo padrone, non potevamo pretendere altro.
Dunque la nostra generazione ha un difetto grave, che mette paura. Eppure a me non è mai parso che qualcuno di noi si sia ribellato o si sia rifiutato di eseguire alcun ordine. Abbiamo perfino acconsentito che ci facessero combattere in tornei clandestini e che facessero scommesse su di noi! Siamo stati bravi… Ci impegnavamo sempre al massimo. Maddalena era sconvolta. Piangeva in silenzio, insieme alla piccola Cinzia, che , dal canto suo, trovava la conferma di tutte le sue convinzioni.
Abbiamo comiciato a discutere su come i nostri tutori-istruttori erano stati così pronti a tradirci, su come li avremmo puniti e da tutti o quasi venivano rivangati episodi da cui si evinceva la loro malvagità e cattiva fede. Lucio e Maddalena sono stati gli unici a non dire nulla. Probabilmente lui già sapeva la faccenda da molto tempo, avendo studiato i volti degli adulti, e gli ho proprio detto in faccia che avrebbe dovuto metterci in guardia. Ma lui ha risposto una cosa che davvero mi ha colpito: seppure ce l’avesse detto in tempo non era sicuro delle sue intuizioni, e poi che cosa avremmo fatto noi da soli? Fuggire? E dove? Ha soltanto rimandato la situazione che adesso stavamo vivendo… Ilaria intanto se la prendeva con Stefano, e con ragione: sarebbe capace di lasciarci nei guai quello lì.
Maddalena, ancora con gli occhi lucidi, ha ricomposto la calma. Paolo ha potuto così liberarsi le orecchie. Carmen era accovacciata a terra per usare le nostre ombre come protezione dai pochi raggi che arrivavano dalla strada principale, e nessuno di noi ha interpretato quel gesto come vigliaccheria.
La nostra “sorella maggiore” stava per organizzare un piano per metterci tutti in salvo, quando come dal nulla è sbucato il tutore-istruttore di Ilaria, e ci ha detto che di lui potevamo fidarci. Aveva ancora la nostra stessa divisa. Ho notato che tentava di non guardare direttamente negli occhi nessuno di noi, ma non me ne sono curata gran che: Simone è stato sempre un tipo strano, e il suo difetto era di carattere mentale, un piccolo disturbo della personalità, trascurabile. Non ho potuto fare a meno di pensare che il nostro non lo fosse altrettanto.
La sua voce era strana, lo era sempre stata, perché quella era la fonte dei suoi poteri; ci disse di seguirlo e di procedere cautamente. Ci ha portati in un garnde garage, dove c’era il nostro autobus grigio, quello che usavamo per le escursioni ed i viaggi estivi. Durante il percorso ha continuato a parlare, anche con sé stesso, e soltanto Stefano ha ridacchiato di questo fatto.
Ci ha fatti salire con mille cerimonie (doveva pur giustificare il suo continuo parlare?) e poi si è messo alla guida. Una volta partiti, Simone ha smesso di chiacchierare. Lucio lo fissava. Maddalena gli si è avvicinata e gli ha chiesto dove ci stesse portando. Lui si è girato di scatto, senza fermare il mezzo, e l’ha guardata con occhi spiritati; ha lanciato un grido, coprendo gli allarmi di Lucio. Un attimo dopo Simone era sparito. No, non era invisibile, se n’era proprio andato, lasciandoci soli su un autobus senza controllo.

Scendevamo verso il centro a velocità pazzesca. In quel momento ho capito che solo io avrei potuto salvarmi se mi fossi gettata da uno dei finestrini. Non sono come Stefano, dovevo fare qualcosa per salvare anche il gruppo. Mi sono lanciata al posto di guida, e ho cercato disperatamente di ricordare quale fosse il freno, ma i consigli che ricevevo dalle nove voci dei miei fratelli erano tutti diversi, e non c’era tempo di stare a pensarci troppo su: ci stavamo avvicinando ad un incrocio dove avremmo travolto anche degli innocenti.
Carmen finalmente mi ha suggerito bene: il freno a mano! L’ho tirato tanto da spezzarlo, ma l’autobus si è fermato comunque, a pochi centimetri da un’auto. Il contraccolpo ci ha proiettati tutti in avanti, ed io ho dato una testata al parabrezza. Poco dopo siamo scesi dal mezzo, tutti malconci (beh, io non tanto…), ma tutti salvi.
Alcune persone nelle loro divise si sono avvicinate per soccorrerci, ma è bastato pochissimo perché tutti si accorgessero di chi fossimo per le uniformi che portavamo.
Stefano è schizzato via, di nuovo senza preavviso, ed abbiamo dovuto replicare la scena che avevamo fatto davanti a casa nostra. A nulla valeva digli di calmarsi e di stare unito al gruppo.
I ragazzi che trascinavo con me non erano per nulla entusiasti per come li trattavo, perché gli facevo del male senza volerlo, tirandoli per le braccia e portandoli di peso da un posto all’altro. Tuttavia non hanno mai dato a me nessuna colpa.
Ad un tratto abbiamo visto Stefano tornare indietro di gran carriera, e fermarsi dietro a Lucio e Cinzia. Stava venendo verso di noi Emanuele, il tutore-istruttore di Paolo. Ed è stato Paolo a metterlo al corrente della faccenda, quando Lucio ci ha assicurati che non c’era nulla da temere da lui. Ci ha detto di seguirlo, e noi ci siamo fidati di lui. Ci ha detto che non dovevamo sentirci troppo delusi: il denaro aveva fatto gola ai suoi fratelli istruttori, ed aveva facilmente fatto in modo che il rapporto che avevano con noi allievi non avesse più valore per loro. In fondo noi, le nostre stesse vite cos’erano, se non un investimento?
Ci ha portati con sé in vie secondarie, mettendoci in fila, e raccomandandoci di non dire una parola: avremmo dovuto essere scambiati per studenti stranieri in visita, se qualcuno ci avesse visto; Lucio era l’unico a poter parlare, visto che fin da piccolo ha imparato più di quattro lingue!
Per un po’ la cosa ha funzionato. Però non abbastanza a lungo. Gli agenti armati o soldati che fossero, ci hanno individuati. Emanuele ci ha condotti di corsa in un capannone che sembrava abbandonato da anni. Ora che ci penso, era davvero strano che un capannone si trovasse in pieno centro, ma Lucio stesso stava correndo con noi, fiducioso. Il tutore di Paolo ci aveva detto che lì avremmo trovato un altro autobus dei nostri. Ma una volta entrati è rimasto visibilmente sorpreso di non trovare nulla del genere. Allora ci ha spinti tutti dentro, e ci si è parato davanti per proteggerci: lui e lo stesso Paolo sentivano i passi dei nostri inseguitori avvicinarsi da ogni lato. Appena Emanuele mise un passo fuori della porta per “accogliere” quegli uomini e donne armati, le porte del capannone si richiusero da sole in un lampo. Abbiamo chiamato Emanuele. L’abbiamo sentito gridare. Poi la sua voce è stata sopraffatta da altre cento. Mi stavo avviando a scardinare la maledetta porta: gli avremmo voluto dare una mano. Ma all’unisono lui e Paolo mi hanno bloccato appena in tempo: il metallo di cui era fatta, era stato elettrificato da qualcuno con un potere molto forte. Lina ha cercato di spostarla con la telecinesi, ma non ha ottenuto nessun risultato. Abbiamo udito Emanuele gridare. Qualcuno gli ha detto che l’avrebbero portato alla rieducazione, lui era recuperabile. A differenza di noi.
Come nato dal nulla, si è sviluppato del fuoco all’interno del capannone. Le pareti erano coperte di fumo e fiamme. Presto ci siamo ritrovati spalle contro spalle, consci che se non avessimo pensato a qualcosa alla svelta, saremmo diventati tutti un gran falò.
Carmen, nonostante le lenti scure, si appoggiava a noi stringendo gli occhi; Maddalena gettava sassi cambiati in acqua sull’incendio, pur sapendo di poter fare ben poco: quel potere era di una persona, non era fuoco normale quello con cui avevamo a che fare. Anche Lina cercava qualche modo per spegnere il fuoco, allontanando il fumo da noi e alzando nuvole di polvere per soffocare le fiamme. Cinzia cercava di imitarle, tentando di aumentare la quantità d’acqua che Maddalena gettava sulle fiamme, pur sapendo che non aveva speranza di dare un aiuto significativo; alzava anche lei la polvere dal pavimento, creando grossi sassi, che Maddalena raccoglieva e cambiava in acqua. Ben presto ci siamo accorti che quest’ultima mossa non era di nessun aiuto: anche ingrandita, la materia è sempre la stessa!
Lucio era immobile, con me, Stefano, Emilio, Carmen e Paolo. E proprio Lucio, da cui tutti ci aspettavamo il panico, era serio, fiero, sprezzante contro le fiamme. Noi sei sapevamo bene di non essere di nessun aiuto. Stefano in particolare era singolarmente immobile: scappare? E dove?
Cit continuava a svolazzare attorno ad Emilio, e mio fratello gli ripeteva di andarsene via, lui che poteva, trovando una fessura, uno spiraglio verso l’esterno.
Eravamo dunque senza via d’uscita? Emilio e il suo passerotto mi hanno dato l’idea. Ho chaimato Lina e le ho chiesto di proiettarmi in alto, verso il soffitto: elettrificato o no avrei potuto creare un passaggio per l’aria e per una via di fuga aerea.
Il piano è riuscito: ho bucato il soffitto con un destro. Nella discesa ho abbattuto una colonna perché servisse come scala. Nessuno di noi si è chiesto in quel momento come mai a quel colpo il tetto non ci sia crollato in testa…
Tutti, Stefano ovviamente per primo, salirono veso il buco, arrampicandosi anche con l’aiuto di Lina. Io sono salita per ultima, con Lucio. Fui davvero contenta di aver fornito ai miei fratelli una comoda scala verso la libertà. Ma con sorpresa ho notato che la scala c’era davvero oltre la breccia che avevo appena fatto: non si sarebbe dovuto vedere il cielo? O al massimo i palazzi che circondavano il capannone? Ho avuto un brivido lungo la schiena. Lucio, che stava cercando di farmi fretta per salire, si è bloccato di colpo, ed ha gridato a tutti di fermarsi, e di lasciare andare avanti me. Ma, nonostante Paolo al sentire l’avvertimento avesse di colpo bloccato tutti, non si poteva fare più nulla: non eravamo noi a salire verso il pericolo, ma era il pericolo a scendere verso di noi.
Il tutore di Stefano, Giulian, scendeva verso i ragazzi.. Puntava verso il primo della fila. Portava una lama di pietra ricurva che plasmava a suo piacimento. Stefano, affrontato, ha dovuto combattere. Ha preso una sottile scheggia di cemento, pur cosciente, credo, che non sarebbe servito a molto: lui sapeva Giulian di cosa era capace. Sono arrivata al livello dei ragazzi proprio per assistere a questa scena. Ho avuto paura: l’unica in gioco ero io grazie alla mia resistenza e alla mia forza. Stefano doveva essere protetto. Mi sono fatta largo tra gli altri per avvicinarmi, non sapendo bene che cosa fare. Le gambe mi tremavano. E mentre tentavo di calmarmi e trovare un momento in cui mettermi in mezzo per dare man forte a mio fratello, ho visto la fine del breve duello. Stefano era stato disarmato e ferito, ed ora era a terra, in un angolo, in attesa dell’ultimo colpo del suo ex maestro. Mi sono lanciata verso Giulian, pensando di prenderlo di sorpresa mentre andava a completare il lavoro su Stefano. Ma lui è stato più lesto. Il colpo destinato a mio fratello è arrivato a me.
Un dolore atroce. Un bruciore insopportabile. La sensazione di quell’oggetto freddo nella pancia. E il sangue caldo che fuggiva dal mio corpo. Ho sentito gridare i ragazzi… ho visto tutto nero. Mi stavo abbandonando di già al mio destino. Era dunque finita così? Ho avuto la sensazione di udire delle campane lontane, familiari. Il mio corpo non riusciva a cadere a terra. Ho riaperto gli occhi, sul pavimento che era una chiazza rossa: Lina mi stava sorreggerndo con la telecinesi, e nelle orecchie avevo la nenia di Ilaria. Ha provato a fermare Giulian con il suo canto, ma non riuscendo, e vedendomi in quello stato, ora stava muovendo me. Ero ancora viva, dunque potevo ancora fare qualcosa. I ragazzi avevano bisogno di me. Mi sono avventata contro Giulian. Ecco la sensazione provata tante volte sul ring dei combattimenti clandestini: nei momenti di difficoltà perdevo il controllo e sfoderavo tecnica e agilità. Ora stava accadendo lo stesso. Avevo chiuso nell’angolo opposto il tutore e lo tempestavo di pugni fortissimi. Era forte anche lui, non cedeva, ma accusava. Tentare di tenerlo era difficile: i suoi fendenti, successivi al primo, andarono tutti a segno. Grazie all’ipnosi del canto non sentivo più il dolore. Ilaria ha quasi gridato quando gli ho stretto le dita al collo. L’ultima cosa che ho visto sono stati i suoi occhi crudeli spegnersi in uno sguardo sbigottito.

Ilaria continuava a cantare, ma le gambe non mi hanno retto più. Le mie dita si sono staccate dal collo di Giulian, lasciandogli le mie impronte insanguinate. Gli occhi mi si sono chiusi di nuovo. Il canto di Ilaria non riusciva più ad aprirli. La nenia si affievoliva… cambiava… diventava di nuovo un amichevole suono di campane. I ragazzi erano tutti attorno a me, lo so. Ho ripensato a Maddalena, alla sua fiducia tradita; a Lucio e a Cinzia, che dovevano vedere quello spettacolo; a Paolo, ad Emilio… forse, chissà, quando ci avevano progettati eravamo stati abbinati per la prossima generazione; Lina e Carmen, le due facce più felici della casa… Come avrebbero fatto senza di me? Ora solo mi rendevo conto che avevano bisogno di me, che gli ero indispensabile… lo ero sempre stata: siamo cresciuti insieme, abbiamo affrontato le visite mediche, gli allenamenti e le lezioni insieme, abbiamo riso e pianto insieme, abbiamo litigato e poi fatto pace, sempre insieme. Eravamo l’uno per l’altro, per il gruppo… Il gruppo μ…

Qualcuno mi teneva la mano. Ignoro chi fosse. Ho cercato di stringergliela a mia volta, ma non avevo più forza. Mi sentii persa, avevo freddo. C’ero ancora? C’era soltanto il freddo ed il tenue e leggero suono delle campane… o era Ilaria? La mia mano è caduta a terra.
Il freddo si è attenuato. Il suono delle campane è divenuto chiaro e nitido, più vicino. Un nuovo calore mi cominciò ad invadere tutta. Anzi, mi avvolgeva. Ero calore e nel calore. Ho aperto gli occhi, stupendomi di poterlo ancora fare, e mi sono svegliata qui. Le campane stavano suonando le 09.00 al mio risveglio. Accanto a me ho riconosciuto il letto della nonna. Ho avuto un brivido: noi dieci non abbiamo mai avuto una nonna… ma io so di averne una. Mi guardo intorno. Ora sono al diario, su questa scrivania, e riconosco essa e tutti gli altri mobili… mi riportano alla mente ricordi di infanzia che potrei giurare che non siano i miei… D’istinto ho preso questo quaderno e vi ho trovato tante pagine prima di oggi riempite con la mia calligrafia e con i miei disegni. Senza che nessuno me l’abbia detto, so che verranno a trovarci i miei genitori, mio fratello (uno solo?) e mio zio. Niente più tutori, dunque? Fino a poco fa avrei giurato che tutte quelle persone mi erano estranee: noi avevamo soltanto noi… eppure ora credo di ricordarmeli. Sì, li ricordo… ma sto dimenticando ciò che mi è accaduto prima di svegliarmi… pazienza, ne ha conservata una traccia questo diario. Forse era solo un sogno senza importanza. Questa vita invece lo è: ho una famiglia! E se è un sogno anche questo, spero che non finisca mai.
Emma H222Lμ

Marcella Acone
29/8/1997 - 5/12/2000 - 7/3/2003 - 27/11/2003