Viaggiatori dello specchio
Marcella Acone
(Numero1)
Tutti gli specchi sono magici, è un dato di fatto. In molti però ignorano che tutte le superfici riflettenti hanno delle caratteristiche particolari, e meglio riflettono e più sono magiche.
Coloro che si intendono di specchi sanno anche che c’è un modo per attraversarli. È un sistema piuttosto pericoloso, poiché, una volta dall’altra parte, il mondo che ti accoglie differisce dal tuo soltanto per un solo granello di sabbia. Questo può trarre in inganno e farti credere di potervi rimanere, ma in realtà tu appartieni esclusivamente al tuo mondo di partenza.
Un discorso ancora diverso si deve fare per i sistemi di specchi. Il più classico è il sistema a due, in cui le superfici riflettenti sono poste una di fronte all’altra. Chi passa in uno di questi specchi ha la possibilità di andare a visitare più mondi, in una possibilità pressocché infinita.
In effetti le immagini, continuando a riflettersi all’ infinito, creano una sorta di cerchio per cui, semmai ci fosse uno capace di attraversare tutti i mondi di un sistema a due, si ritroverebbe nel suo mondo di partenza, ma sbucando dall’altro specchio.
Più ci si allontana dal sistema di partenza, più le differenze tra i mondi si accentuano: dal granello di sabbia si passerebbe al colore di un singolo minuscolo oggetto; poi al cambiamento di una serie di oggetti; poi al cambiamento di varie serie di oggetti sempre più significativi, e così in progressione, fino a giungere in posti che con quello di partenza non hanno nulla a che fare.
Tra gli oggetti che possono cambiare o sparire ci sono laghi, fiumi, città, persone o anche intere civiltà. Ma per raggiungere posti del genere il viaggiatore degli specchi dovrebbe avere una enorme disponibilità di tempo, unita ad un mezzo estremamente veloce.
In realtà noi viaggiatori degli specchi non disponiamo di mezzi veloci e per di più non potremmo utilizzarne di metallo, poiché le superfici riflettenti alterano sempre il viaggio, anche se leggermente. Gli stessi occhi di una persona o il quadrante di un orologio da polso creano delle interferenze che ogni viaggiatore deve sepre tenere da conto prima di partire.
E sto ancora parlando di un sistema a due specchi, semplice. La situazione si complica quando si ha a che fare con sistemi a più specchi, dove perdersi è facilissimo, o sistemi di specchi rotti, dove la parte tagliente rende tagliente e letale anche l’immagine stessa che ad essa corrisponde.
Noi viaggiatori degli specchi esploriamo, per quanto è possibile, i diversi mondi in cui ci troviamo a passare. Quando uno di noi parte, il suo corrispettivo salta nella nostra dimensione e noi possiamo seguirlo, con la quasi assoluta certezza che il nostro compagno sta facendo i suoi stessi gesti. Se da un lato, però, la cosa è molto comoda per coloro che si muovono in mondi vicini a quello di partenza, perché possono fermarsi e non tornare o essere monitorati direttamente, dall’ altro può essere un limite per quel viaggiatore che arriva in mondi anche molto diversi: il suo corrispettivo potrebbe benissimo non replicare le sue azioni nel mondo di partenza, ma addirittura commettere delitti o atti illeciti.
Nonostante ciò, noi viaggiatori cerchiamo sempre più di spingerci oltre alla scoperta di questi mondi. Infatti di mondi diversi alla prima occhiata, si parla solo in via teorica, nessuno, almeno in tempi recenti, ci è arrivato, o se ci è riuscito, poi non è più tornato indietro.
È probabile che qualcuno di noi sia discendente del corrispettivo di questo antico viaggiatore e non del viaggiatore stesso. E, può essere possibile che in uno dei nostri numerosi viaggi uno di noi abbia sbagliato mondo e abbia creduto che il mondo dove si è fermato sia il mondo di partenza, mentre invece non lo è.
Ripeto, il problema è solo teorico, dato che a nostra memoria, nessun viaggiatore è mai andato così lontano da vedere luoghi corrispettivi del tutto diversi dal proprio di partenza.
È una scommessa pericolosa, ma noi viaggiatori e i nostri laboratori di ricerca, siamo sempre al lavoro su mezzi che ci permettano di arrivare in questi luoghi.
Una volta provai a mandare una telecamera, una di quelle con le eliche, all’ interno di un sistema a due specchi. La vidi sfrecciare in avanti per infinite volte, finché le pile del mio radiocomando non si esaurirono. La telecamera volante, sempre uguale a com’ era in partenza, tuttavia, sfrecciò tra i due specchi per un altro paio d’ ore. Nessuno riuscì a spiegarmi questo fenomeno, e quando dissi che probabilmente aveva incontrato un mondo in cui le pile si esaurivano più tardi o in cui il tempo era più lento, gli altri viaggiatori mi risero in faccia.
Mi consolai pensando che oltre lo specchio, c’ era sicuramente un mondo in cui la mia idea era stata presa sul serio…avrei volentieri fatto a cambio con la mia corrispettiva.
Oggi mi preparo ad un altro viaggio … ma, all’ insaputa degli altri, e porterò con me un apparecchio che spero mi aiuterà a provare che la mia idea era giusta…
Ci sto lavorando da quando mandai la telecamera e, in effetti, il principio è simile.
Questa volta partirò di sera, quando nessuno può vedermi, e approfitterò della mia chiave di viaggiatrice per entrare nei laboratori indisturbata.
Il mio apparecchio in realtà è molto semplice: ho calcolato che un motore adatto al mio peso e contemporaneamente capace di portarmi alla stessa distanza della telecamera, ma anche abbastanza piccolo e leggero da potersi portare anche a mano. In questo modo potrò proseguire in avanti anche a piedi, per giorni, anche, se occorrerà.
Sono davanti al sistema a due specchi. Ho con me il mio dispositivo caricato al massimo, un sacco di viveri e una mappa dei laboratori, nel caso riesca a giungere in un mondo corrispettivo diverso alla prima occhiata.
Contatto!
Ecco, mi alzo da terra quel poco che basta perché l’ attrito delle mie scarpe non intralci la mia avanzata. Mi piego in avanti…
Sfreccio tra gli specchi ora. Sono abituata a scontrarmi con la mia immagine mentre viaggio, ma questa è la prima volta che lo faccio a così grande velocità. Vedo la mia immagine sempre uguale e sempre meno illuminata. Il caschetto da aviatore, la giacca di pelle e il sacco verde militare sulle spalle. E naturalmente il mio dispositivo a motore, legato in vita come una cintura.
La mia immagine non cambia. Può darsi che non cambi neppure il mondo a cui essa appartiene. Il mio contatore da polso segna costante i vari passaggi. Conta coppie di specchi. Finora ho passato già un migliaio di coppie… ma sembra non essere successo nulla. A parte che inizio a vedere della luce naturale provenire dalla finestra del laboratorio. Oggi è domenica, non dovrebbe venire nessuno, almeno in questa sala, a lavorare.
Quando la luce pervade tutte le immagini, mi accorgo di avere fame. Rallento la corsa del motore e mi fermo alla coppia di specchi numero diecimilanovecentodue.
Sono ancora nella zona esplorata…
Mi sistemo al tavolo del laboratorio e, togliendo dalla lista ciò che mangio e ciò che bevo, consumo il mio pranzo. Una puntatina in bagno (caspita, perfino la macchia d’ umidità è sempre la stessa!), e poi riparto.
Sono in viaggio tra gli specchi da due giorni interi ormai. La sala si è riempita dei miei colleghi. Ormai il loro sguardo inquisitore alla mia immagine che sfreccia loro davanti mi è del tutto indifferente. Non so se abbiano capito il mio piano, visto che gliel’ho spegato senza fermarmi, ma credo di sì, visto che anche se sul contatore il numero raggiunto è inpronunciabile, il “paesaggio” ancora non è cambiato. Tra un giorno, massimo un giorno e mezzo, le batterie del mio motore si esauriranno, e potrò vedere con i miei occhi se continuerò a svolazzare per inerzia per un paio d’ ore o se mi fermerò all’ istante.
La spia della riserva si è accesa. Ma il laboratorio, i colleghi viaggiatori e i ricercatori sono sempre lì… uguali. Inizio a perdere fiducia nel mio piano. Eppure lo sapevo che facilmente un semplice motore non avrebbe coperto tante distanze speculari… Oltretutto portandosi appresso un essere umano.
Perfino la macchia d’ umido in bagno è sempre la stessa… Tuttavia l’esperimento non è finito. Ricarcherò la batteria per il viaggio di ritorno solo se riuscirò a fare altrettanta strada a piedi. In fondo sono una viaggiatrice degli specchi: copro enormi distanze e ci impiego tanto tempo, e alla fine arrivo sempre allo stesso posto.
Il motore è spento. Rallento. I piedi non toccano ancora terra… forse ce la faccio…
No. Sono a terra, in piedi, tra uno specchio e l’ altro, nell’ immagine ribaltata del laboratorio. Che faccio? Continuo a piedi? Mi debbo arrendere?
Per pensarci meglio, decido di fare la sosta per il pranzo.
Gli altri viaggiatori mi fissano sempre. Cerco di ignorare le loro facce stupite, canzonatorie. Lo so cosa pensano: sono un’ illusa a credere di poter scoprire i mondi diversi solo grazie ad un marchingegno meccanico…
Solo allora mi accorgo di un particolare. Tutti mi guardano perplessi… sembrano come se non mi abbiano visto mangiare al tavolo per più di due giorni.
Guardo il calendario e una sensazione di euforia, mista a spavento e anche a terrore, mi fa deglutire prima del tempo, e quasi mi fa strozzare: secondo quanto leggo sulla pagina del mese, oggi è il 12… ma sul mio contatore la data è il 15. Un errore o la prova che in questo mondo il tempo scorre più lentamente che nel mio?
Nessuno dei miei colleghi corrispettivi vuole credermi, tanto per cambiare. Lo so che non sono loro, ma le loro immagini, ma il loro comportamento è più che normale. Sul cappellino ho una piccola telecamera, con cui ho registrato minime parti del viaggio: il contatore e le sue variazioni, la data e il tempo trascorso in viaggio. Sul tavolo, alla partenza, avevo lasciato una mia sveglia di casa, sincronizzata col contatore.
La mia prova. Eccola: i due cronometri segnano la stessa ora, ma in data diversa.
Forse sono la prima persona che davvero sia mai riuscita a provare che esista un mondo oltre lo specchio che non è un riflesso esatto, ma un luogo nuovo…
Che faccio, mi fermo? No, per quanto le batterie non siano infinite, per quanto possa camminare poco e lentamente, continuerò a proseguire e ad esplorare, fino a che nell’ ultimo mondo in cui passerò non troverò più cibo. Solo allora tornerò indietro.