Ard
al-Filastin - Note sconnesse di un
viaggio
UZ
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non è una
città turistica...la
sua bellezza non si fotografa, si condivide. Qui bisogna
schierarsi, appassionarsi.
Essere per, essere contro, essere violentemente. Solo
allora ciò che c'è da vedere si lascia
vedere e allora è troppo tardi, si è già in
pieno dramma. Un dramma antico dove l'eroe è la
morte. A...anche per perdere bisogna sapersi battere."
Casino Totale
J.C. Izzo
Partenze
"Dopotutto
si tratta della palestina. Dicevo spesso. Proprio
quella frase sembrava avere (su di me) un effetto
magico."
Ecco, questa frase mi si addice, mi sembra proprio
il modo giusto con cui iniziare, infondo è partito
tutto da qui. Dalla suggestione.
Curioso, Suad Amiry è una palestinese di giordania
che si sta preparando a fare il suo primo viaggio
in palestina, in quella che considera la sua terra.
Io non sono palestinese né ebreo né cristiano.
Ma quel luogo esercita su di me e per altri sensi lo
stesso effetto. Dopotutto - dice la Amiry - quasi dovesse
essere un fatto noto, scontato: la palestina. Eppure
qui nulla è scontato o semplice, anzi, si è aggrediti
dalla complessità della situazione. Attrazione
e repulsione tra i molteplici punti di vista. La palestina
sembra un’arancia,
una bella ricca succosa arancia di Jaffa. Sotto la
scorza
spessa patinata di sabbia: grossi spicchi succosi.
Ad ogni spicchio un punto di vista, una visione,
uno sguardo sl panorama. Per ogni mezza luna succosa
una verità,
una ragione, in modo che una parte - l’altra
parte - rimane sempre in ombra, nascosta.
Questa terra è in gran parte arida, eppure sa
essere dolcissima...molti fra quanti l'hanno vista
una volta col passare degli anni finiscono per chiedersi
se lo scopo ultimo e più profondo della loro
vita non sia semplicemente il rivederla di nuovo,
ancora e poi ancora.
È come un mistero dalla molte facce, mutevoli
a seconda di chi la guarda e di cosa guarda, soprattutto
cosa immagina prima della partenza. Rimane un unico
fatto per chiunque vi sia stato, è quasi impossibile dimenticarsene
o rinunciarvi.
Ho sognato la palestina per molti anni, senza sapere
esattamente i perché di questo desiderio.
Un idea astratta
di questa terra senza sapere realmente chi vi abitava.
Le realtà che ho incontrato sono molto più complesse,
articolate e ricche di umanità di quello che
ai miei occhi potevano essere apparse prima della
partenza.
Per alcuni è il fulcro del mondo. A me questa
idea è sembrata eccessiva, tuttavia credo che
difficilmente nel mediterraneo esista un altro luogo
così denso
di contraddizioni, desideri, intenzioni, immaginazioni,
scontri, follie e passioni anche violente. È indubbiamente
una terra contesa cui, probabilmente, nessuna soluzione soddisferà contemporaneamente
tutti i contendenti.
Se ci si lascia incantare (o fermare lo sguardo)
solamente sullo scontro in atto si rinuncia a cogliere
la complessità del
luogo. Un luogo abitato, luogo in cui è necessario
condurre per mano la propria immaginazione senza permetterle
di trasfigurare l'immediatezza delle molte realtà viventi.
Riflessioni
Le prime impressioni
agosto 2003
-
Là in fondo, da qualche parte respira e domina
il deserto più del mare -
Sempre, ovunque, ho avvertito netta e distinta questa
sensazione, un braciere ardente, un vuoto disteso oltre
le
colline, le autostrade, i carri armati, i cibi e le
lingue sconosciute. Il deserto lo si avverte ovunque
come
un'inquietudine, un senso di vertigine provocato dalla
lunghezza in cui si perde lo sguardo, dalla sensazione
di
intenso calore, come essere in bilico tra due essenze
diverse di essere mondo.
Jerusalem
06.08.03
Sempre
caldo e un po' umido sulla pelle, ovunque vada. È iniziato
il dis-orientamento, una sensazione cui
farò abitudine, come una continua necessità di
attenzione al mondo che mi circonda. Permeato
da una mono cultura mi trovo a contatto
e confronto con segni che veicolano altri significati
che rimandano ad altre verità.
Non è solo dis-orientamento dei
sensi ma anche del corpo e delle idee quasi
che una differente identità di
me tentasse a fatica di venire a galla
e affermarsi. Sono presente a me stesso
e contemporaneamente altrove, il dialogo
con me stesso, normalmente in italiano,
ora si svolge in più lingue
volteggiando tra inglese e arabo. L'ebraico
rimane qualcosa di ancora più lontano
e per il momento inaccessibile. L'identità è un
fiume che si adatta alle rive in cui scorre
facendo a volte balzi improvvisi.
Questa idea mi accompagnerà per tutto il viaggio.
Arrivo da Haifa, afosa città nel nord di israele,
dove ho incontrato due amici. Il momento
dell'incontro con Auni e Majid: come non essersi
mai allontanati. È solo
una sensazione (di familiarità?),
naturalmente il tempo è stato vissuto
in modo diverso, grazie anche al fatto
che in questo periodo siamo tutti in ferie.
Tuttavia il tempo è veramente diverso.
In macchina, ad esempio, si corre molto,
glissando tra le auto, eppure un ritmo aspro
pesante e caldo avvolge la strada e tutto
sembra muoversi estremamente lento.
Seduti al tavolino di un pub nella via ove si svolge
la vita serale di Haifa, il tempo è al suo
massimo rallentamento mentre l'afa si spalma
sulla pelle come una pellicola trasparente. Si sta
seduti davanti alla birra, ogni tanto passano auto
che salgono o scendono lungo questo esteso viale. Uno
strano, assorto silenzio comunica al posto delle nostre
parole, sono pensieri spessi che si muovono nell'aria
calda apparentemente senza far rumore. Si parla -certo-
delle conseguenze del vivere qui, ma appare come se
fosse tutto fermo, sospeso e contemporaneamente sempre
in movimento. L'azione del moloc è quasi
invisibile ad occhi inesperti, c'è ma non si
fa vedere: dietro alla società c'è un'altra
società, spietata, decisa, che prosegue
il suo progetto di espansione.
Verso J. -mi racconta Majid- la strada
corre quasi in linea retta, il traffico è intenso
e movimentato, su di un lato dietro le
rocce quasi nude il mare, su quelle rocce un tempo c'erano i
villaggi palestinesi. Oggi non rimane che qualche rudere sparso.
Majid racconta che un tempo ogni villaggio era circondato da
fichi d'india perché crescono anche da soli e fornivano
protezione dagli animali. Oggi ci sono rimasti solo i fichi d'india
senza villaggi, così chi passa in determinate
zone sa che lì c'erano i villaggi. C'è una
parola in arabo -Sabber- per indicare i
fichi d'india, è quasi
uguale in ebraico e viene usata per indicare
gli ebrei puri che sono sempre stati qui.
Resistenti come i fichi d'india!
A proposito del gioco tra memoria e identità Fabietti
dice: Esiste una politica della memoria,
ossia una sua costruzione -tanto consapevole quanto
inconscia- finalizzata al perseguimento di obiettivi
determinati. Le rappresentazioni del passato possono
essere parte delle narrazioni che spiegano perché una
società,
una cultura, è quello che è nel
presente.
È un ronzio di fondo, una idea permanente che
si rafforza con il passare dei giorni: qui
le cose si intrecciano
sempre in modo quasi inestricabile tranne che con la
forza e la violenza della separazione coatta.
Mi ritrovo a pensare che la memoria ha già agito,
non è negazione ma un lucido diniego
senza tregua! Chi sa è
perché è vecchio, oppure un giovane che
studia, cerca ricorda. Così le persone
divengono testimoni viventi della
distruzione del proprio passato collettivo.
Le ruspe non agiscono solo sul terreno ma vanno
più a
fondo cercando di togliere le radici. Per
ogni passo avanti, per ogni giorno di vita che avanza si vive l'allontanamento
della memoria. Sembra di vivere un contro tempo di fronte ad una ineluttabile
resa, eppure molti non cedono, procrastinano la decisione finale (?)
qualunque essa sarà. Così i giorni si fanno materia
e la materia si fa roccia che alcuni portano
sulle spalle. Sembra di assistere ad un continuo gioco
di scarto in cui nessuno vuole cedere per primo.
Ancora Fabietti: La memoria collettiva, cioè il
ricordo di un passato condiviso può esistere
solo in presenza di
tre fattori fondamentali: il riferimento a coordinate
spazio-temporali determinate, una relazione simbolica
del
gruppo con sé stesso, una ricostruzione continua
della memoria medesima.
Questo sembra essere il primo principio organizzatore
delle realtà.
La società reale è fondata sulle caserme,
sui controlli militari del territorio e sull'astuzia.
L'intervento di israele nella west bank appare sistematico
e organizzato nelle sue parti, basato su di una struttura
gerarchica ordinata e precisa che impartisce gli ordini.
Ma tale situazione non si potrebbe sviluppare se contemporaneamente
non fosse attivo un diffuso atteggiamento politico/culturale
efficacemente manipolato dai media ed appoggiato sul
substrato di credenze, tra le quali un diffuso sentimento
di essere sempre sotto attacco.
L'incubo generato nell'area w.b. sembra rispondere
ad una logica razionale militare.
Cui fa seguito:
• Ogni palestinese ha subito o ha un parente prossimo
che è in carcere o vi è stato.
• Ogni palestinese o un parente prossimo è stato
ferito/ucciso. a causa dell'enormità della
strage rispetto
alla popolazione il lutto personale è diventato
lutto collettivo: letteralmente quasi ogni
abitante con la
sua presenza, suggerisce la memoria di una parte della
tragedia. La chiamano Al Nakba, la tragedia.
• La limitazione dei movimenti sul territorio è spesso
arbitraria e corrisponde ad una logica funzionale
tipica
delle istituzioni totali. Tale logica perversa è razionalizzata
ed esplicata in base al paradigma della sicurezza.
Di fatto l'intera popolazione risulta segregata anche
nelle situazioni estreme, come riportato dalle
organizzazioni umanitarie israeliane, quali B'Tselem,
nei casi di blocco da parte delle forze armate, delle
ambulanze palestinesi con feriti o donne incinta a
bordo.
• Umiliazioni fisiche/psichiche imposte dai soldati
o da singoli coloni a tutta la popolazione
indipendentemente da età, sesso o
ragione, soprattutto ai checkpoint ma anche
durante normali controlli o
nei confronti degli arabi di israele sotto forma di
processi discriminatori.
• Uso di gas letali (in diversi casi hanno avuto
come conseguenza aborti).
• Uso di proiettili di gomma (sarebbero anti sommossa)
con mira precisa e in punti vitali come occhi,
reni e
basso ventre (ad Hebron sono documentati più di
400 casi feriti in questo modo).
• Esproprio delle terre.
• Distruzione delle case.
• Situazioni di totale arbitrio da parte dei militari.
• Diffuso senso di malessere, insicurezza personale
e degli altri.
• Impossibilità di progettazione futura.
• Senso totale di precarietà.
• Sentimento vissuto di essere un bersaglio mobile.
Non discuto che tale situazione può essere avvenuta
e sviluppatasi lungo un periodo di tempo di più di
50 anni,
tempo durante il quale si è radicato
lo scontro, mi limito a descrivere gli effetti
attuali e direttamente osservabili
di quella che è, con ogni evidenza,
una occupazione militare non solo di territorio
( i confini sono sempre labili
e frutto di accordi tra cosiddetti governi) ma di persone
che vivono quotidianamente sotto controllo militare.
Noam Chomsky a questo proposito definisce la situazione
in termini di “modello di controllo della popolazione
da parte delle forze armate”.
La prima domanda che tutti ti fanno anche solo formulata
mentalmente è se sei ebreo. La risposta, le
risposte generano le differenze nei comportamenti.
20
agosto
Oggi
sono stato nella parte antica della città,
dentro il suk, mi piace anche se ci
sono passato attraverso senza
soffermarmi su nulla. Ecco cosa succede ai
miei sensi: sono colpiti, ma molto prima che
abbia la possibilità di
accorgermene. Anche questa è un'azione del
dis-orientamento.
La città antica o dovrei dire meglio il ghetto
- questa è l'impressione che
mi ha fatto.
Ma ancora è presto per tentare
di descrivere.
marzo 2004/giugno 2004
"Ce la stavo mettendo tutta a familiarizzare
con l'ignoto. L'inquietudine e l'ansia
di andare verso l'ignoto che mi era tanto familiare erano troppo forti. Mi era
difficile ammettere che della Palestina
sapevo ben poco."
Ancora una volta Suad Amiry parla anche per me descrivendo
esattamente le sensazioni.
Del disagio
15.03.03 somewhere
mi
trovo in una situazione in cui essendo tagliato fuori
da una reale conversazione che si svolge tutta in
altre lingue, il pensiero a tratti sfocia in lievissima
paranoia (o distorsione dei segni attribuiti) come
uno stato emotivo/cognitivo di distorsione delle
situazioni poiché ho
scarsi strumenti interpretativi per
dare un senso contestuale alle relazioni umane. Vivo
delle contrazioni come un sentirsi tagliato fuori con
sentimenti di incapacità e inabilità.
Un corpo che quasi si rifiuta di muoversi in sintonia
con l'ambiente circostante. Si può definire
questa condizione come disagio?
Aspetti linguistici
Parole con Jiab al Ibda Center
Qualche volta
nel parlare con qualcuno salta la mediazione dell'inglese
e ognuno dice le parole nella propria
lingua indicando la cosa che si vuole dire e ci
si capisce con la simpatica illusione di condividere
il linguaggio.
Queste cose che mi tormentano...la parola è un
mediatore formidabile, ma come
tradurre le passioni?
Davanti alla barriera della lingua mi sento
un po' stupido e intimidito. Avverto il rischio,
nell'incontro culturale, di rispondere in base
ai miei pregiudizi sull'altro; il quale non
può esprimere la propria
identità. Ma io sono sicuro
della mia?
22.03.03
usiamo
come lingua di mediazione l'inglese, è già difficile
esprimersi per la scarsità di
vocaboli condivisi,
inoltre non si è mai sicuri che si voglia intendere
la stessa cosa usando i medesimi termini, c'è sempre
un
ampio margine di errore. Tempo fa parlavo di questo
argomento con il mio amico linguista Oleg Rainovich.
Gli esprimevo il mio disagio nelle situazioni in cui
non riuscivo a far corrispondere le parole ai miei
intenti.
Lui sostiene e non a torto che il linguaggio, le parole
sono sempre una scommessa.
Viaggio a Tubas
22.03.03
Giornata di sole a Tubas (si trova
a nord dentro i territori occupati), dopo la prima
notte. Sono in viaggio con
un gruppo di media attivisti che stanno raccogliendo
materiale per un video sul muro della vergogna. Siamo
in
sei, tutto il giorno in compagnia di palestinesi che
ci ospitano nelle loro case, ci portano in giro per
il territorio
mostrandoci i segni dell'occupazione e le sue conseguenze.
A volte ho l'impressione che i rapporti che abbiamo
instaurato con loro si fanno difficili non solo per
problemi di lingua ma perché stiamo poco attenti
alle relazioni culturali.
È arrivata la notizia che è morto, il
leader di Hamas. Strano
eufemismo da giornalismo political corrett dire che
Yassin è morto, sembra quasi un evento ineluttabile,
tragico, ma non modificabile. È stato
ammazzato con un
missile sparato da un elicottero.
L'atmosfera è strana
ed inquieta, non è chiaro
cosa succederà.
Sembra (è difficile
comunicare ora più che
mai, qui la precarietà è un
dato di fatto) che i palestinesi
abbiano dichiarato tre
giorni di lutto con blocco
delle attività e
delle scuole. Già in
prima mattina ci sono stati
due o tre attentati (ma non
so bene dove). È probabile
che chiuderanno i checkpoint.
Stiamo percorrendo una lunga strada non asfaltata che
congiunge i villaggi attraverso le terre coltivate.
Il viaggio così diventa lungo e faticoso.
Da oggi proverò a prendere molti appunti anche
per non perdere la testa.
Ancorarsi alla scrittura, puntellare lo
smarrimento dei sensi mediante l'uso
di segni conosciuti, la follia è dietro l'angolo. Penso che starò ancora
pochi giorni con gli indymedini per tentare di raggiungere
Haifa.
Chiaramente la tensione è salita perché a
quanto pare Hamas ha dichiarato
che ora si tratta non di vendetta ma di guerra
aperta.
Siamo nell'area che rappresenta il polmone verde della
w.b. vicino alla Galilea. Una terra bellissima, molto
dedita all'agricoltura piuttosto che alla pastorizia. È un
protettorato militare (ex
area C), infatti i militari controllano tutto il
territorio. Il nostro contattato è il
PARC, una ong locale che
in qualche modo sostituisce/funziona come un ministero dell'agricoltura
con annessi enti locali agricoli che forniscono supporto
ai farmer. Si occupano di varie attività come
la progettazione di cisterne
per il recupero di acqua piovana (visto che
molte delle fonti idriche sono state sequestrate dall'esercito
con la scusa del muro). Esistono anche progetti di
microcredito a favore delle donne....
segue>>(scarica
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